9/19/2026

Ma il problema della nostra democrazia non è la nuova legge elettorale


di GIUSEPPE SAVAGNONE

La polemica sul premio di maggioranza

Divampa la polemica sulla riforma elettorale che è stata appena approvata al Senato e sta per esserlo, presumibilmente, alla Camera. L’opposizione l’ha già battezzata “legge-truffa”. E 160 costituzionalisti hanno sottoscritto un appello per segnalarne gli aspetti più critici. Tra questi è in primo piano l’introduzione del premio di maggioranza – una misura che non c’era nel Rosatellum, la legge elettorale finora vigente –, per cui alla lista o alla coalizione che alla fine prenda almeno il 42% dei voti, in entrambe le Camere, spetteranno 70 seggi aggiuntivi alla Camera dei deputati e 35 al Senato, facendola arrivare al 55%.

In realtà questa norma del Melonellum, come viene scherzosamente denominato il nuovo testo, va letta in rapporto ad un’altra, anch’essa di grande portata, che elimina completamente i collegi uninominali, passando a un sistema integralmente proporzionale. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario: chi aveva più voti prendeva il seggio e delle preferenze minoritarie non si teneva conto. Con la riforma, i collegi sono tutti plurinominali, e l’assegnazione dei seggi rispecchia la distribuzione dei voti tra i vari partiti.

Un’innovazione che può stupire in una riforma che, dichiaratamente, mira a garantire maggiore stabilità al governo (l’altro nome del testo è, significativamente, Stabilicum, perché è chiaro che il proporzionale determina una maggiore frammentazione dell’esito del voto.

E proprio a scongiurare questo pericolo il Melonellum prevede l’introduzione del premio di maggioranza (o di governabilità), con cui il principio maggioritario, eliminato nei collegi, ritorna in qualche modo ad ispirare l’insieme della votazione. Non a caso l’espressione «chi ha un voto in più governa e basta» è spesso ripetuta, in questi giorni proprio dai sostenitori della riforma, non più riferita all’elezione nel singolo collegio, ma a quella dell’intero Parlamento.

Resta, però, un limite preciso, imposto dalla sentenza con cui nel gennaio del 2017 la Suprema Corte ha ritenuto costituzionalmente legittimo il premio di maggioranza, per la lista che consegua almeno il 40% dei voti, purché la maggioranza così ottenuta non superi il 55%. Tenendo conto di questa pronunzia, la riforma prevede che, per evitare squilibri eccessivi, la coalizione premiata non potrà superare il 55% degli eletti – 220 deputati – alla Camera e il 56,5% – 113 senatori – al Senato.  

Un accorgimento che rende improbabile l’accoglimento da parte della Corte costituzionale della richiesta di incostituzionalità su questo punto, anche se, evidentemente, lascia aperto il problema politico.

Le elezioni del 2027 alla luce di quelle del 2022

E proprio per capire il senso politico di ciò che la riforma dice e di quello che non dice è importante leggerla con un occhio alla precedente consultazione elettorale, quella che ha portato al potere l’attuale governo.

Una prima importante novità è che ora PD, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa sono entrati a formare insieme al Movimento 5 Stelle un unico fronte elettorale, il cosiddetto “campo largo”, a differenza che nel 2022, quando, per un assurdo reciproco irrigidimento, si presentarono separati. Una scelta che portò a un annunciato suicidio elettorale, determinando inevitabilmente la sconfitta di entrambi gli schieramenti in tutti i collegi uninominali, in molti dei quali avrebbero avuto, se uniti, la maggioranza.

Quanto detto spiega perché la maggioranza ora abbia cambiato la legge elettorale abolendo appunto i collegi uninominali, dove teme di avere, questa volta, la peggio.

Una seconda novità è costituita dai sondaggi sfavorevoli al centrodestra, dopo il trauma del referendum e ora che la formazione di Vannacci, Futuro Nazionale, sembra avere assorbito una parte significativa dei suoi voti. Da qui il timore che le elezioni del prossimo anno, questa volta, diano luogo a un “pareggio”, mettendo fine all’esperienza del governo Meloni e la decisione di puntare sul premio di maggioranza per ottenere un risultato almeno vicino a quello raggiunto nel 2022 senza premio.

Perché allora la coalizione di centrodestra ha ottenuto alla Camera 237 deputati, a fronte degli 84 del centrosinistra e dei 53 del Movimento 5 Stelle, e al Senato 115 senatori, a fronte dei 44 del centrosinistra e dei 28 del Movimento 5 Stelle. Più, addirittura, di quel 55% che può aspirare ad avere alle prossime elezioni se conquista il premio di maggioranza. Ma allora li ha avuti con i voti…

Una legislatura divisiva

Il peggio che possa accadere, dunque, con questa riforma sfacciatamente ispirata agli interessi della maggioranza, ma che forse è eccessivo definire “legge-truffa”, è che si riproduca la situazione già in atto, in Parlamento, da quattro anni. Ma il problema non è dato dal rapporto numerico tra maggioranza e minoranza, bensì dallo stile che ha contrassegnato la gestione del potere da parte di quest’ultima, sia nei confronti del resto del Parlamento, sia verso gli altri organi costituzionali, prima fra tutte la magistratura.

Perché in questi quattro anni la maggioranza parlamentare è servita al centrodestra per esercitare un controllo totale del Parlamento che gli ha consentito di governare a suo piacimento, senza che l’opposizione riuscisse a ostacolarlo seriamente.

E questo in un clima che ha escluso ogni dialogo, riducendo il dibattito parlamentare, che dovrebbe essere al centro della vita democratica di un Paese, alla logica del calcolo numerico di maggioranza e minoranza. Il criterio è stato “chi ha un voto in più decide”.

Parafrasi di quel “chi ha un voto in più governa e basta”, ispirato a un cattivo concetto di democrazia, tipico del sovranismo (e riscontrabile infatti anche nella gestione trumpiana del governo negli Stati Uniti), secondo cui essa viene concepita come una “dittatura della maggioranza”. In questa logica perversa il vincitore delle elezioni, invece di sentirsi rappresentante di tutti e impegnato a confrontarsi continuamente con tutti, inclusi gli avversari sconfitti, ritiene suo diritto/dovere “tirare dritto”, esercitando il potere istituzionale per affermare gli interessi della propria parte.

Esemplare la promessa fatta da Trump di utilizzare i fondi pubblici per elargire 5.000 dollari ai cittadini americani se faranno vincere, alle elezioni di medio termine, i repubblicani. E davanti a molti interventi di Giorgia Meloni (la cui sintonia col tycoon rimane profonda) si ha la percezione di assistere ai comizi della pasionaria del suo partito, piuttosto che a una voce che rappresenta tutti gli italiani.

La stessa divisività ha contrapposto questa maggioranza di governo alla magistratura, alla Corte dei conti, alla Banca d’Italia, a tutti i centri di potere che potevano e dovevano avere un’autonomia propria per servire al bene comune.

Emblematico il modo in cui è stata fatta la riforma della giustizia, una riforma costituzionale e quindi decisiva per le sorti della nostra democrazia, varata in Parlamento in tempi record a colpi di maggioranza, in esplicito conflitto con la magistratura e bloccata poi dal voto popolare.

Lo scollamento tra potere istituzionale e popolo

La vicenda referendaria è stata significativa peraltro del rapporto tra classe di governo e base popolare. Spesso abbiamo sentito i rappresentanti del potere evocare il diritto al comando che viene loro dalla volontà degli italiani. Si tende a dimenticare e a far dimenticare che l’ultima tornata elettorale ha visto il massimo storico di astensioni: il 36,1%, un dato in crescita di 9,1 punti rispetto al 2018, quando l’astensione si era attestata al 27%, e – per fare un raffronto con la Prima Repubblica – quasi sei volte superiore rispetto al 6,51% delle elezioni del 1976.

In concreto, oltre 16,5 milioni di italiani non sono andati a votare, oltre 4 milioni in più rispetto alla precedente consultazione politica. E al non-voto va aggiunto il 2,2% di schede bianche e nulle. Insomma, quasi il 40% dei potenziali elettori oggi non è rappresentato nel nostro attuale Parlamento.

Del rimanente 60%, il centrodestra ha raccolto, rispetto ai circa 46 milioni di italiani aventi diritto al voto, un totale di 12,6 milioni di voti. Il 27%. È dunque in base alla fiducia di meno di un italiano su tre che si è preteso di gestire la cosa pubblica senza provare a cercare riscontri nelle altre forze politiche.

La base popolare di un governo non era mai stata così ristretta.  Il primo governo Conte, venuto fuori dalle precedenti elezioni, quelle del 2018, poteva contare tra Movimento 5 Stelle e Lega sul sostegno di 16,4 milioni di voti. Con la sola eccezione del governo Prodi – che, nel 1996, andò al potere grazie a 13,1 milioni di voti (ma anche con l’appoggio esterno di Rifondazione che di voti ne aveva 3,7 milioni) – tutti i governi precedenti, andando indietro fino al 1994, hanno avuto tra i 16,5 milioni di voti e i 19,7 milioni. Per non parlare degli anni Ottanta e Settanta, in cui, insieme ai suoi alleati, la DC aveva dietro di sé fino a 20 milioni di voti.

Come ha osservato un politologo, le elezioni che hanno portato al potere il governo Meloni hanno segnato il «crollo verticale della rappresentatività e della rappresentanza del Parlamento. Sia perché un numero crescente della popolazione decide di non partecipare al processo elettorale, con conseguenze negative dirette sulla qualità della rappresentanza democratica, sia a causa dell’intreccio tra riduzione del numero dei parlamentari e sistema elettorale fortemente distorsivo. Il voto del 2022 segna il momento di maggiore distacco tra classe politica e comunità politica» (Marco Valbruzzi).

A questo punto, la reazione popolare che ha bocciato la legge di riforma della giustizia acquista tutto il suo significato di reazione al declino della logica democratica.

Una classe politica inadeguata

Questo declino, peraltro, non è certo solo responsabilità del centrodestra. Complementare alla sua inadeguatezza è stata quella dell’opposizione. I suoi protagonisti principali, PD e Movimento 5 Stelle, sono profondamente in difficoltà.  Il primo, orfano del marxismo (anche se assurdamente accusato dalla destra di “comunismo”), da tempo ha ripiegato sulle battaglie per i diritti civili, a scapito di quelli sociali, diventando l’erede dell’individualismo possessivo del partito radicale (tradizionalmente di destra).

E il Movimento 5 Stelle, orfano a sua volta del sogno della democrazia diretta del popolo (vi ricordate la piattaforma Rousseau e il divieto dei rappresentanti di ricandidarsi?), stenta a trovare un’identità che vada al di là di un generico pacifismo. Sta di fatto che, quando questi partiti sono stati al governo, non sono stati in grado di affrontare adeguatamente le grandi crisi del nostro Paese, da quella dei poveri (in Italia ci sono 5 milioni e mezzo di persone sotto la soglia minima di povertà) a quella dei migranti (il governo Conte 2 e soprattutto il governo Gentiloni che, col ministro Minniti, ha inaugurato la politica del finanziamento dei lagerlibici).

E ora, per di più non riescono ad andare al di là di una sterile competizione per la scelta del futuro premier, senza fare reali passi avanti nell’elaborazione di un programma comune.

Ma allora il problema non è la nuova legge elettorale – per quanto furbesca e strumentale essa sia –, è il decadimento di una classe politica che ha urgente bisogno di trovare idee e persone nuove. La stabilità dell’esecutivo celebrata trionfalisticamente da chi ne ha goduto in posizione di privilegio – e ora auspicata per la prossima legislatura – ha solo mostrato l’incapacità dei governanti di fare serie riforme, malgrado i “quasi pieni poteri” e i fondi del PNRR, e soprattutto di creare un clima autenticamente democratico. Ma neppure possiamo sognare i governi del passato. Abbiamo urgente bisogno di prospettive nuove, creative di vero futuro. E spetta a noi farle emergere. La democrazia è il potere del popolo, non delle opposte caste dei suoi cattivi rappresentanti. È ora di ricordarcelo, all’avvicinarsi delle prossime elezioni, perché il popolo siamo noi.

tuttavia.eu, 19 settembre 2026

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