mercoledì, settembre 02, 2026

Calabria. Omicidio a Lauropoli, la pentola della ‘ndrangheta va scoperchiata. Dieci punti per dar vita all’antimafia “del giorno prima”

Giuseppe Lumia

di Giuseppe Lumia

Un altro omicidio è stato perpetrato a Lauropoli, nella stupenda e antica comunità di Cassano All’Ionio. Dopo che quattro anni fa fu ucciso Maurizio Scorza,adesso è toccata la stessa sorte al figlio Giuseppe. Pensare a un semplice regolamento di conti contro un “cane sciolto” non consentirebbe di sentirsi tranquilli e con le carte a posto: il minimalismo è solo foriero di sottovalutazioni ed errori imperdonabili. 

Capire cosa bolle nella pentola dei locali della ‘ndrangheta è fondamentale per reagire tempestivamente e attuare quel lavoro culturale e sociale, oltre che repressivo, che purtroppo è tuttora frammentato e si stenta a renderlo sistematico e integrato, in grado di spostare l’azione sull’antimafia “del giorno prima”, consapevole e liberatoria, anziché rincorrere affannosamente le strategie mafiose e rimanere così inchiodati nella pur necessaria ma molto limitata antimafia “del giorno dopo”. 

Per compiere finalmente il salto di qualità, bisogna mettere a fuoco gli errori del passato e soprattutto agire come Stato, in modo corale e condiviso, con scelte dirompenti e coordinate.

Innanzitutto bisogna comprendere gli errori che hanno consentito l’insediamento e il radicamento a Lauropoli dei Forastefano e degli Abbruzzese. 

Lauropoli è un borgo antico, frazione di una storica comunità di Cassano All’Ionio, pensato nella storia per lo sviluppo rurale e diventato negli ultimi decenni avamposto dei boss per il controllo della Sibaritide nei settori delle estorsioni alle aziende agricole, delle truffe nell’utilizzo delle risorse europee, del controllo violento del mercato del lavoro nero, del lucrosissimo traffico di droga destinato a un vasto territorio. 

Negli anni Settanta, le famiglie nomadi dei Forastefano e degli Abbruzzese si prestarono ad essere manovalanza (killer, rapinatori, estortori, spacciatori…) per i boss delle famiglie locali anche più lontane, tanto che pure la camorra mandò alcuni suoi boss a fare affari nello sviluppo della fiorente piana e di quel tratto della bellissima costa di mare calabrese. 

Con lo sviluppo urbano di quegli anni, si costruirono case popolari che avevano lo scopo di contenere il disagio sociale, ma a Lauropoli questa iniziativa divenne l’occasione per il potere locale del tempo per lucrare sullo scambio politico-elettorale-mafioso. In poco tempo, la manovalanza si emancipò e costituì due ‘ndrine in grado di autogestirsi in tutto e per tutto e di sedere a pieno titolo al tavolo delle più importanti locali di ‘ndrangheta della Calabria. Le nuove ‘ndrine non si sono fatte mancare una sanguinosa faida che ha devastato il territorio e successivamente hanno raggiunto una pax mafiosa che ha stretto in una morsa micidiale tutta la Sibaritide.

L’antimafia, sia pure con il suo tipico intervento “del giorno dopo”, ha reagito e ottenuto risultati, con numerose e reiterate condanne dei boss. Ma ci si è svegliati tardi.

Segnalo i più recenti e pesanti interventi. 

Nel processo “Athena” si è colpito il patto di ferro siglato tra gli “Zingari”, cioè gli Abbruzzese, e i Forastefano per il controllo del territorio, delle estorsioni e del narcotraffico. Il processo, celebrato con rito abbreviato, si è concluso nel febbraio 2025 con ben 46 condanne. Con il processo “Athena 2” del dicembre 2025, che è un ulteriore ramo dello stesso filone giudiziario, si è avuta la condanna a pene severe per quella rete di fiancheggiatori che ha favorito e protetto la latitanza del boss Leonardo Abbruzzese, avvenuta fuori dalla Calabria. 

Con l’inchiesta “Gentleman II” si è intervenuti sul traffico transnazionale di stupefacenti, gestito dagli Abbruzzese in collegamento con i narcos internazionali e legati a clan albanesi e sudamericani. 

Ma non dimentichiamo quanto è successo solo pochi mesi fa. Il 1° giugno, all’interno di un’area di servizio di Amendolara, in provincia di Cosenza, sono stati bruciati vivi, il bracciante di nazionalità pakistana Waseem Khan, di 29 anni, insieme ad altri tre colleghi braccianti di nazionalità afghana, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad. La strage sarebbe stata compiuta, secondo indagini, da due caporali, loro connazionali, per punire quei lavoratori che richiedevano il pagamento delle intere ore lavorative nei campi e un regolare contratto.

Non vanno sottovalutati alcuni punti di forza su cui far leva: su tutto il territorio della diocesi di Cassano, il Vescovo, mons. Francesco Savino, ha avviato un lavoro educativo, pastorale e profetico senza precedenti. Dopo l’ultimo omicidio, ha inviato una lettera con cui ha chiesto a tutta la comunità di non chiudersi in sé, di vincere la paura e di consolidare un percorso reale di liberazione. Si è rivolto in particolare ai mafiosi, con parole sferzanti e coraggiose: “Avete le armi, ma non avete il futuro. La vostra notte è lunga, ma l’alba è già scritta e sarà la vostra fine”. Accanto a Lui, in un impegno quotidiano, ci sono parroci e realtà di volontariato, il Centro studi “Giorgio La Pira” e gli Scout. 

Anche le scuole hanno avviato un percorso di educazione alla legalità di pregio. L’ho constatato di persona in diverse occasioni, partecipando ad iniziative progettuali e ben strutturate per continuità ed efficacia. 

Ma ho anche avuto modo di appurare quante e quali siano le difficoltà ancora esistenti. Poco tempo fa, partecipando ad un’iniziativa della scuola proprio di Lauropoli, ho citato i nomi dei boss e spiegato le modalità del loro agire da vigliacchi e da assassini senza futuro. Al termine di quella intensa mattinata, alcuni giovani studenti hanno voluto incontrarmi, non per pormi domande o sottolineare i contenuti che li hanno colpiti, come avviene solitamente, ma per difendere il buon nome dei loro parenti boss, usando i linguaggi del negazionismo e dell’omertà. Ovviamente non ho mancato di rispondere, in un confronto serrato e al tempo stesso esemplificativo di quanto sia ancora duro e difficile il cammino da compiere. 

Ecco perché è necessario che la comunità locale e lo Stato, in tutte le sue articolazioni giudiziarie e civili, siano coinvolti in un percorso non solo repressivo ma anche educativo, culturale ed economico, per giungere alla liberazione dalle mafie e non limitarsi semplicemente a contenere le conseguenze più violente. 

Dobbiamo evitare di concentrare le migliori energie della società civile e delle istituzioni democratiche esclusivamente su quella che possiamo definire l’antimafia “del giorno dopo”. È necessario invece dedicarsi, in modo progettuale e sistematico, soprattutto all’antimafia “del giorno prima”. Significa intervenire prima che si consumino i gravi reati di mafia e di corruzione, prima che le varie cosche si riorganizzino, prima che siano compromesse le libertà e la dignità delle persone, il confronto democratico, le attività economiche e le potenzialità dei territori.

Oggi conosciamo tutti i principali meccanismi attraverso i quali le mafie penetrano nella società, nell’economia e nella politica. Per questo è decisivo sollecitare e impegnare le classi dirigenti nella costruzione di veri percorsi di liberazione dalle mafie.

Un altro salto di qualità che dobbiamo promuovere è quello di tenere insieme la legalità, ben ancorata alla Carta Costituzionale, e lo sviluppo sostenibile sul piano sociale e ambientale. Separare la legalità dallo sviluppo, e viceversa, è un errore che riduce la capacità liberatrice dell’azione antimafia e rischia di isolare i protagonisti in un radicalismo minoritario, spesso incapace di dialogare con la società.

La legalità coniugata allo sviluppo crea fiducia, coinvolge quelle parti della società oggi indifferenti o disilluse e le motiva a partecipare a un impegno comune contro le mafie.

Occorre inoltre promuovere un’antimafia del “Noi”, alternativa all’antimafia dell’“Io”. Un “Noi” aperto, consapevole, progettuale e capace di costruire relazioni, in alternativa a quell’“Io” autoreferenziale, narcisista e dedito solo a una comunicazione esasperata e sopra le righe. Solo con un “Noi” moderno e radicato possiamo ottenere risultati concreti e duraturi di liberazione dalle mafie.

Questo comporta la capacità di cogliere fino in fondo la forza del vincolo mafioso, che rimane sempre attivo, anche durante la detenzione dei boss, e che riprende vigore nel momento in cui essi ottengono permessi-premio o vanno agli arresti domiciliari, come dimostrano vicende riguardanti boss del calibro di quelli già citati.

La proposta che avanzo sul piano territoriale è quella di un “Patto Civico per la legalità”, in grado di impegnare concretamente le istituzioni locali, il volontariato, l’associazionismo e tutte le istituzioni pubbliche. Un patto capace di dare maggiore consapevolezza alla società civile sulla necessità di costruire un percorso di liberazione dalle mafie e di richiamare le istituzioni al dovere di dotarsi di una visione e di una progettualità altrettanto forti e liberanti.

Alcuni obiettivi concreti ed esemplificativi di quanto è alla portata di un moderno impegno antimafia:

1) Applicazione condivisa della Legge n. 310 del 1993 che obbliga i segretari comunali e i notai a segnalare al Questore i vari passaggi di proprietà degli esercizi commerciali e delle aziende comprese quelle agricole che avvengono su questo territorio, in modo da monitorare sistematicamente le possibili attività di riciclaggio;

2) Aggressione dei fenomeni delle estorsioni e dell’usura. Gli Enti Locali e soprattutto la Regione devono prevedere degli incentivi potenti con sgravi consistenti sulle tasse di propria competenza per gli operatori e i cittadini che denunciano le ‘ndrine e aderiscono alle iniziative “mafia-free”;

3) Inserimento delle clausole di gradimento nei bandi pubblici. È necessario che i Comuni inseriscano nei bandi di gara per tutte le opere pubbliche e per le concessioni, le “clausole di gradimento”, che prevedono l’istituto della “rescissione in danno” o della “revoca” nei confronti delle aziende e delle attività commerciali che non hanno denunciato le richieste estorsive e corruttive;

4) Fare proprie a livello comunale le norme regolamentari della “Carta di Pisa” previste da Avviso Pubblico. Nella Carta è indicata una serie di strumenti per rendere le giunte e i consigli attori della promozione del valore della legalità sostanziale, dando l’esempio con la costituzione di parte civile nei processi di mafia;

5) Realizzare con il coinvolgimento dell’Agenzia dei Beni Confiscati, del Comune e della Regione una sistematica riqualificazione e l’uso sociale dei beni confiscati, utilizzando i modelli positivi già sperimentati e sparsi per il Paese;

6) Mettere in rete il lavoro educativo delle scuole per dare continuità ai percorsi di educazione alla libertà e alla legalità, accompagnandoli con la riqualificazione edilizia e tecnologica degli edifici;

7) Riqualificazione di tutti gli edifici pubblici, quelli di competenza comunale e regionale, sotto il versante sia edilizio sia ambientale, sociale e di infrastrutturazione dei servizi sportivi ed educativi;

8) Sostegno, con erogazioni finanziarie e con la messa a disposizione di sedi, del ruolo del volontariato e dei soggetti sociali del Terzo Settore che operano sul piano antimafia e su quello culturale e sociale, con il supporto logistico e alle attività;

9) Sollecitare il Ministero dell’Interno a potenziare la presenza delle forze dell’ordine e quello della Giustizia gli organici della magistratura, da allocare in strutture idonee e da attrezzare con le migliori tecnologie investigative e di controllo del territorio;

 10) Definire un programma-pilota di superamento delle condizioni di degrado e povertà attraverso un’articolata strategia di sostegno al reddito, all’inserimento lavorativo, al contrasto al lavoro nero, alla promozione dell’accesso ai servizi pubblici a partire dalla Sanità e dalla Scuola.

In conclusione, liberarsi dalle mafie comporta scelte progettuali dove tutti sono chiamati alla responsabilità, evitando di assuefarsi alla presenza di boss e interessi affaristico-mafiosi che bloccano le straordinarie potenzialità locali. 

  • Giuseppe Lumia è stato Presidente della Commissione parlamentare Antimafia


www.thedotcultura.it/, 1/9/2026

Nessun commento: