
Maurizio Landini sul palco di piazza del popolo
Dal palco di piazza del Popolo, il segretario della Cgil rilancia la mobilitazione insieme agli studenti e attacca il governo su precarietà, sicurezza sul lavoro, fisco e spese militari
La data l’hanno già scritta gli studenti sul grande striscione calato dal Pincio: 20 novembre. Maurizio Landini la sceglie per lo sciopero generale della Cgil. «Ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento», annuncia dal palco di piazza del Popolo. Davanti, centomila persone: lo annuncia il segretario del più grande sindacato italiano. Dietro, un corteo così lungo che c’è ancora chi aspetta di partire da piazza Esedra. La Cgil va verso i giovani, in modo forte e nuovo. Unisce la protesta contro la manovra a quella di una generazione che pianta le tende perché non può permettersi una casa, gli studi, una vita autonoma.
La bocciatura della finanziaria arriva subito, prima di sfilare: «Mi sembra che per quello che vediamo finora faccia abbastanza schifo, perché non sta dando le risposte che debbono esser date». Landini attacca le priorità del governo: «Dentro la legge di bilancio l’unica cosa che io capisco con chiarezza è che 14 miliardi verranno spesi in armi. Non è quello di cui abbiamo bisogno». E rovescia il significato della sicurezza: «Non è armarsi, la sicurezza è far funzionare le cose, avere uno Stato sociale, avere un lavoro. Questa è la sicurezza che noi vogliamo».
È la seconda manifestazione della Via Maestra, a tre anni dalla prima. “Insieme per la Costituzione”, il sottotitolo. Un cartello di oltre cento associazioni laiche e cattoliche: da Arci ad Anpi, da Acli ad Emergency, da Libera ad Ali, le Autonomie locali italiane rappresentate ieri dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Diritti, istruzione, salari, ambiente, democrazia, salute, pace, casa, lavoro: le parole di un serpentone colorato e pacifico che attraversa Roma in una giornata d’ottobre sospesa tra caldo estivo e nuvoloni. E che alla fine vede i ragazzi ballare in cerchio sulle note di Bella ciao. Mai così tanti negli ultimi tempi. Palestina a parte.
L’ultima a parlare prima di Landini è Sabrina Brizzolo, 24 anni, coordinatrice nazionale dell’Unione degli universitari. Applauditissima. Maglietta rossa, jeans, porta sul palco una tenda, sollevata accanto al leggio dalle altre ragazze. Poi alza le chiavi e chiede alla piazza di fare lo stesso: «Facciamoci sentire». È il simbolo di una generazione che salda la sua protesta con quelle in Spagna e in Francia. «I nostri diritti sono stati svenduti al miglior offerente. Siamo una generazione all’asta».
Le tende sono anche in fondo alla piazza, sulla destra. Davanti, cartelli di cartone: «Devo scegliere fra spesa e libri». Pane, olio, carne: 15 euro nel 2016, 36 oggi. Sabrina chiede 1,7 miliardi per le borse di studio, due miliardi per rendere gratuita l’università. «Non vogliamo morire di lavoro, non vogliamo scegliere di andare via». A Donzelli, che agli studenti accampati a Montecitorio ha detto di crescere e aspettare, risponde: «Ma che cosa dobbiamo aspettare?». A Meloni e Bernini: «Voi siete vassalli della guerra».
Landini raccoglie la protesta e si rivolge a chi, come lui, ha i capelli bianchi. «Io la precarietà non l’ho vissuta perché quando ho cominciato a lavorare ho trovato diritti conquistati da altri». Di quei diritti perduti sente anche la responsabilità: «Che mondo vi lascio?». E chiama in causa la sua generazione: «Non basta chiedere ai giovani di battersi. Dobbiamo batterci noi per i diritti che loro non hanno». Nella piazza ricorda le vertenze di Ilva ed Electrolux, le proteste di studenti, agricoltori e camionisti. Li riconosce nella stessa fatica di arrivare a fine mese: «Siamo quelli che tengono in piedi questo Paese». Al governo contesta le priorità: «Bisogna dire no ai 14 miliardi che vuole spendere per le armi». Chiede soldi per sanità, scuola, affitti, stipendi e pensioni. Le risorse, insiste, si possono trovare: restituzione del fiscal drag, 4,5 miliardi quest’anno secondo i suoi conti, e una patrimoniale sui più ricchi. Un contributo di solidarietà dell’1% che, nella proposta della Cgil, vale 25 miliardi. «Ma se lo proponi, ti dicono che non si può fare». E accusa il governo di volere «una Repubblica non democratica, ma autoritaria».
Sulle morti al lavoro punta il dito «sul modello di fare impresa che uccide», tra appalti, subappalti e precarietà. E coinvolge anche chi c’era prima di Meloni: «Negli ultimi vent’anni tutti i governi, di destra e di sinistra, hanno fatto leggi del cavolo che hanno aumentato la precarietà». Il 20 novembre la Cgil fermerà il lavoro nella giornata internazionale di sciopero degli studenti. «Non solo non possiamo fermarci, dobbiamo dire già adesso come continuiamo».
La Repubblica, 17 ottobre 2025

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