
Maricarmen Abascal
Don Francesco Romano e Don Cosimo Scordato
La vicenda nella nostra nonnina spagnola Maricarmen, morta all'ospedale dopo essere stata sfrattata dalla sua abitazione, ha scatenato una sequenza di manifestazioni in Spagna e non solo, coinvolgendo scuole, università, gente comune, tutti scesi in piazza in segno di solidarietà per lei ma anche per rivendicare il diritto alla casa soprattutto per i più diseredati e le persone in difficoltà.
Il diritto alla casa viene riconosciuto anche dalla nostra Costituzione Italiana che, secondo gli articoli 2 e 3, può essere collegato “al pieno sviluppo della persona umana e alla rimozione degli ostacoli economici e sociali che limitano l'uguaglianza dei cittadini”. Diritto, però, che viene offuscato, se non addirittura conculcato, da una prassi che rende possibile sempre più il profitto di tanti speculatori e di tanti fondi di investimento che, senza guardare in faccia a nessuno, stanno rendendo sempre più difficile l’accesso alla casa.
La definizione di città proposta dalla Treccani (on line) suona così: “è un insediamento umano stabile e di grandi dimensioni, caratterizzato da una forte concentrazione di popolazione, edifici, attività economiche e servizi, che si distingue dai centri rurali per la sua complessità strutturale e funzionale”. La definizione lascia intravedere l’equilibrio tra la ‘concentrazione di popolazione’ e la ‘complessità strutturale e funzionale’. Ci sembra, però, in questi ultimi tempi, di assistere a un processo che sta squilibrando questo rapporto col prevalere delle attività economiche e finanziarie, che provocano, con l’innalzamento di prezzi, la lenta e progressiva espropriazione degli abitanti dalla loro città. Pensiamo al costo della casa in alcune città metropolitane, alla trasformazione di tante abitazioni in B&B o Case vacanza, all’imporsi di banche o esercizi commerciali. Questo processo, cui stiamo sommariamente accennando, sta rendendo sempre più difficile la permanenza degli antichi residenti sempre più assediati, come nel caso della nostra cara Maricarmen, da logiche ferree incuranti neppure della dignità di persone anziane, sole e in lacrime!
Secondo qualche autore (G. Agamben) fino a un certo momento il rapporto tra il costruire e l’abitare ha mostrato una sua circolarità nel senso che buona parte delle costruzioni sono state fatte per consentire di abitarvi. L’abitare è stato qualcosa di profondo in cui si realizza l’esserci personale, l’abito/abitudine, la condizione di esistenza intima e aperta, attraverso la porta, al relazionarsi verso l’esterno, che consente di sentirsi a casa propria come condizione antropologica della propria identità personale. Certamente alcuni luoghi non sono stati costruiti per abitarvi; pensiamo alle piazze, ai mercati, ma soprattutto alle prigioni, ai campi di concentramento; in questi ultimi si dà la condizione estrema oppositiva in cui il costruire è per l’inabitabilità!
Ebbene a questo punto sorge anche a noi la drammatica domanda se le nostre città non si stiano avviando verso un processo di ‘inabitabilità’. Ci riferiamo non soltanto al caos, frastuono, stress che tante volte spinge a uscire dalla città per cercare luoghi di serenità; ma anche all’imporsi crescente della legge del mercato che punta a sfruttare al massimo anche i luoghi dell’abitare personale rendendoli meno accessibili agli esseri umani. C’è una corsa spasmodica che privilegia da un lato, l’insediarsi di Centri finanziari, commerciali, banche e simili; dall’altro lato, favorisce le persone abbienti, che non hanno difficoltà ad acquistare tutto e che puntano anche a uno status selettivo del proprio abitare, che, scusateci il termine, tende a distinguerli “dal resto della gleba”. A questo punto comprendiamo di trovarci dinanzi a un processo che tende ad espropriare i cittadini dalla città, togliendo alla gente comune la possibilità di dare una impronta diversa alla città stessa come luogo dell’incontro, del reciproco riconoscimento, della vita di prossimità… e dei volti.
Come si può intravedere, dietro la vicenda di Maricarmen viene all’evidenza un problema che non è più soltanto quello dell’affitto, ma piuttosto quello del modello di città. Dobbiamo decidere insieme la città che vogliamo: una città anonima che diventa puro mercato di soldi, di interessi opachi e di finanza, o una città che non rinunzia a essere mercato di quartiere, dove si ha voglia di incontrarsi in continuità col sentirsi a casa propria…?
Don Francesco Romano e Don Cosimo Scordato
GdS, 11/10/2026
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