10/26/2026

La festa del popolo di Lula in piazza. Ma Bolsonaro non si arrende: “Non rinuncerò al mio Brasile”


Lula 
dal nostro inviato Paolo Brera

Festeggiamenti nel paese per la vittoria alle elezioni. Il presidente eletto sa che dovrà governare con un Congresso dominato dal centrodestra, che ha vinto le legislative al primo turno, e promette di tenerne conto

BRASILIA – Segnatevi questo numero, 14 milioni, perché è lì che ogni polemica della prima ora sulla vittoria di Lula nel ballottaggio delle presidenziali brasiliane svapora nel nulla. Sono i voti in più che ieri i brasiliani hanno espresso per i due candidati rispetto al primo turno. L’affluenza è aumentata di 3 milioni, gli altri 11 sono soprattutto brasiliani che al primo turno avevano disperso il voto su schede nulle, bianche e sui candidati minori che pure avevano in gran parte dichiarato di appoggiare Bolsonaro. Eppure, di quei 14 milioni di voti in più Flávio ne ha conquistati solo 3,7: gli altri 10,3 milioni hanno costruito l’argine con cui il Brasile ha detto no grazie al ritorno al potere della destra reazionaria.

Al di là delle percentuali finali, 51,79% contro 48,21%, Lula ha politicamente stravinto il ballottaggio conquistando terreno ovunque:

ha migliorato il rapporto di forza con Bolsonaro nel 97% dei comuni; ha conquistato il Minas Gerais che al primo turno aveva scelto Bolsonaro, unico Stato a cambiare bandiera; ha aumentato il vantaggio nel suo bacino storico del Nord Est, e soprattutto ha ridotto le distanze da Flávio nel Sud Est ricco in cui il bolsonarismo affonda le radici. Una disfatta che è difficile attribuire interamente al caos generato dalla notte pazza delle elezioni: gli autobus lasciati nei depositi mentre diluvia, l’intervento della magistratura, i seggi chiusi in ritardo, la vittoria a sorpresa di Lula, la reazione stizzita di Bolsonaro che non la riconosce e ne chiede l’annullamento.

Chiusi i seggi, Bolsonaro ieri ha atteso a lungo prima di raggiungere il suo quartier generale allestito nella proprietà di una villa in un quartiere di paperoni di Brasilia. I suoi sostenitori radunati davanti al Museu Nacional da República, sulla Esplanada dei ministeri, per festeggiare una vittoria data per più che probabile, avevano già sciolto i ranghi: se n’erano andati un po’ alla volta dopo l'inizio dello scrutinio, e alle 21,30 l’Esplanada era vuota.

Ore più tardi, ecco finalmente Bolsonaro: arriva nel quartiere generale della campagna circondato dai suoi uomini per incontrare giornalisti e tv, dopo aver l’esito insieme al clan nella sua residenza privata. Quello che è successo è “una porcata”, dice. “È impossibile riconoscere il risultato delle elezioni”, e accusa il giudice Cristiano Zanin di aver cambiato “le regole del gioco a partita in corso” prorogando le operazioni di voto a vantaggio di Lula. “Chiederò l'annullamento di queste elezioni”, annuncia promettendo ai suoi sostenitori: “Non rinuncerò al mio Brasile”.

E’ qui che si gioca il dopo. Bolsonaro ha annunciato un ricorso legale ma anche il suo comitato aveva chiesto alla magistratura una proroga delle operazioni di voto, seppure circoscritta ad alcune località. Le prime reazioni nel paese e degli analisti brasiliani sono chiare, lo spazio per un annullamento giudiziario è esiguo. Quando Lula sconfisse suo padre Jair, sappiamo come andò finire: con un tentato golpe nei giorni dell’insediamento, a gennaio. Che intenzioni ha ora suo figlio Flávio quando annuncia che non rinuncerà al suo Brasile? Accetterà di mantenere le recriminazioni su un piano democratico e legale, o cercherà di fomentare i milioni di brasiliani che lo hanno votato, aprendo un solco ancora più profondo in un paese spaccato in due metà numericamente quasi uguali?

I suoi punti di riferimento politici nelle Americhe, Trump e Milei, oggi al risveglio del Brasile non avevano ancora detto una parola a Lula per complimentarsi della vittoria, come è prassi. Anzi, il figlio del tycoon, Donald Trump Jr., ha rilanciato un post dell’avvocato Martin De Luca che paragona Lula a Nicolás Maduro, oggi detenuto negli Stati Uniti dopo essere stato prelevato con la forza dalle forze speciali americane. Che Trump abbia contestato la regolarità del voto con una battuta secondo cui Lula “ha applicato il manuale di Joe Biden” è invece una notizia falsa, ha circolato a lungo ma non è stata pronunciata dal presidente degli Stati Uniti. I legami tra il mondo Maga e il clan Bolsonaro sono noti, come lo è l’appoggio diretto che Trump diede a Jair, ma in queste elezioni il tycoon aveva anzi evitato di prendere posizione tra il presidente e lo sfidante.

La gioia del Brasile che ha respinto la svolta a destra si è riversata nella notte nella Paulista, la grande arteria che attraversa il centro di San Paolo, ma il Brasile oggi è già tornato alla quotidianità. Per ora non ci sono in programma manifestazioni di protesta né di sostegno. Lula sa che dovrà governare con un Congresso dominato dal centrodestra, che ha vinto le legislative al primo turno, e promette di tenerne conto: “Già c’è chi dice che avrò molte difficoltà a governare perché il Congresso è diventato più conservatore. Ma non l’ho scelto io, l’ha scelto il popolo. Ed è con questo Congresso che lavorerò e farò approvare le leggi”.

Tra le prime, probabilmente ce ne sarà una che regolamenterà i social, come ha annunciato lui stesso dopo la vittoria. In campagna elettorale ha accusato i grandi network americani, X e soprattutto Meta, di averlo boicottato favorendo Bolsonaro a colpi di algoritmo. I rapporti con il vicino ingombrante, gli Stati Uniti, e con le sue ingerenze su uno dei pochi governi di sinistra rimasti nell’America Latina restano un tema delicato: “Non siamo il cortile di nessuno”, dice il presidente sindacalista con il filo di voce, sempre più roca, che gli è rimasta.

La Repubblica, 26 OTTOBRE 2026

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