10/26/2026

Brasile, il trionfo di Lula, rimonta su Bolsonaro: la destra fallisce l'assalto


Il presidente confermato con
 il 51,7%% contro il 48,3 % di Bolsonaro Jr. Spoglio rinviato di ore per le code ai seggi. Ma la sfida all'ultimo voto tra i due candidati non sana le divisioni del Paese

DAL NOSTRO INVIATO A BRASILIA


Non si passa: Lula li ha sconfitti di nuovo. Ancora una volta è lui, il presidente sindacalista che compirà 81 anni domani, a prendere in mano il Brasile sottraendolo alla destra reazionaria dei Bolsonaro. In un'elezione tesissima, a sorpresa, dopo una rincorsa incredibile, rosicchiando consensi a ogni sondaggio, esortando il suo popolo a difendere la democrazia, richiamando folle oceaniche da Capocabana alla Paulista, ieri Lula ha battuto Flávio con il 51,7%% contro il 48,3 %. Quattro anni fa, nel 2022, aveva sconfitto anche suo padre Jair con il margine più ristretto dalla restaurazione della democrazia. Gli davano del «vecchio», del «corrotto»; ma al dunque, dopo la sconfitta al primo turno e una campagna durissima per il ballottaggio, i brasiliani hanno affidato di nuovo a lui il Paese. Ieri mattina, quando Bolsonaro ha votato in una scuola di Rio de Janeiro, i suoi sostenitori urlavano «Lula ladro, il tuo posto è in prigione».

«È il momento del vero cambiamento — diceva Flavio — il Brasile non può continuare altri 4 anni sulla strada che ha percorso finora». Si sbagliava.

La vittoria di Lula è un miracolo politico: è la prima rimonta riuscita fra primo e secondo turno nella storia delle presidenziali brasiliane. Ma la portata va al di là del Brasile, dei suoi guai e delle sue speranze. Gli Stati Uniti targati Trump erano sul punto di aggiungere una nuova bandierina nell'America latina: gli alleati della destra Maga hanno già conquistato la Colombia, il Cile e il Perù, e le forze speciali hanno ammansito il Venezuela portandosi via il presidente Maduro e minacciano di fare qualcosa di simile a Cuba. Alla sinistra rimangono il Messico, l'Uruguay e il Brasile di Lula. 

La vittoria di Bolsonaro avrebbe segnato una svolta a destra del Paese più popoloso e della maggiore economia latinoamericana. Avrebbe rimesso in discussione perfino la permanenza del Brasile nei Brics, seguendo le orme di Milei che aveva rinunciato all'ingresso dell'Argentina. D'altronde è a lui che politicamente si ispira. Lula ha riavvicinato il Paese alla Cina, diventata un partner commerciale fondamentale; Flávio voleva riportarlo nell'orbita occidentale. Il riposizionamento geopolitico verso Washington è l'essenza del bolsonarismo: guarda all'America di Trump e a Israele di Netanyahu, con cui voleva riallacciare pieni rapporti. La sua sconfitta è un respiro di sollievo per l'Amazzonia e l'ecosistema del pianeta. 

Sotto un mezzo diluvio che ha coinvolto gran parte del Brasile, ieri è successo di tutto. Polemiche, accuse, arresti e seggi aperti due ore più del previsto: un voto thriller dopo una campagna elettorale ad altissimo voltaggio. Pioveva a dirotto e mancavano gli autobus, Lula ha chiesto e ottenuto dalla Corte elettorale superiore di estendere l'orario di voto: «Non tollereremo il banditismo» e «comportamenti senza scrupoli da sindaci, governatori o imprenditori. Imparino a rispettare la democrazia». Così i seggi hanno chiuso due ore più tardi, e anche questa è una prima volta dall'introduzione del voto elettronico. Una decisione che scatenerà una cosa di veleno. L'ex candidato Renan Santos, sconfitto al primo turno, la definisce «estremamente grave», e dice che si deve rifare il ballottaggio. Nella capitale di Bahia il presidente del Tribunale elettorale regionale ha ordinato l'arresto del segretario comunale alla mobilità. Secondo il partito di Lula mancava metà degli autobus, e non era un caso. Ma anche Bolsonaro aveva chiesto il rinvio della chiusura dei seggi perché il diluvio ha flagellato il Sud, dove il suo elettorato è più forte. 

La tensione è alle stelle. Sabato sera i bolsonaristi hanno attaccato un carro elettorale a Minas Gerais spaccando la testa a una consigliera del partito di Lula. Nessuno dimentica il tentato golpe di Jair, che rifiutò la sconfitta con Lula. Il timore di proteste in piazza è alto, la polizia ha chiuso la Paulista. Ma la gioia del Brasile per la mancata svolta a destra è già tornata in piazza.

p.bre.

La Repubblica, 26 ottobre 2026

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