10/29/2026

La pena di morte nel mondo e l’appello di Gesù sulla Croce


Don Francesco Rimano / Don Cosimo Scordato 

Cosa pensare delle esecuzioni capitali che potrebbero svolgersi quasi in contemporanea in Iran e negli Stati Uniti d’America? Najmeh Amini, una studentessa di 23 anni, è stata condannata alla pena di morte (e a 12 anni di carcere) con l’accusa di blasfemia a causa di un contenuto pubblicato sui social, ma non reso pubblico. 

Christa Pike, 50 anni, condannata a morte nel 1996 per l’omicidio di Colleen Slemmer avvenuto nel 1995, il 30 settembre 2026 nel carcere di Nashville, è sopravvissuta, nella esecuzione capitale, a due dosi letali di pentobarbital. Nidal Hasa è stato condannato alla pena di morte per aver ucciso 13 persone in una sparatoria avvenuta nel 2009; l’esecuzione dovrebbe essere il 3 dicembre. La sua fucilazione sarà pubblica «…perché la gente deve capire che azioni di questo tipo comportano conseguenze molto gravi». 

Evidentemente si tratta di casi molto diversi che prendono forma in un diverso contesto religioso e politico: Amini non ha ucciso nessuno, ha solo manifestato qualche idea ritenuta contraria alla Sharia islamica; Pike ha ucciso una donna; Hasan ha compiuto un atto terroristico uccidendo 13 persone. Alla fine, però, uno Stato islamico e due Stati americani (Tennesse e Texas) si trovano convergenti nella comminazione della pena di morte, che è ormai bandita da tutti gli Stati democratici; fatto orami impensabile nella nostra cara e tanto criticata Europa. 

Dinanzi ai condannati a morte americani la nostra reazione è di pensarli ormai come vittime designate; non perché intendiamo ridimensionare o rimuovere gli atti terribili da loro compiuti, ma perché ricorrere alla eliminazione di un reo è un atto di debolezza da parte di uno Stato. Infatti, in questo modo lo Stato dinanzi alla paura per la possibile reiterazione del delitto mostra di non avere anticorpi sufficienti per neutralizzare l’atto e per colpire il male commesso elimina chi l’ha commesso reiterando in questo modo il gesto del reato. In questa maniera è come se, trovandoci dinanzi a un malato, anziché attaccare la sua malattia preferiamo eliminare il malato stesso. In ogni caso, la paura e la vendetta punitiva sono ingiustificabili dato che i rei vengono neutralizzati essendo trattenuti in carcere, tra l’altro con la speranza di un possibile ravvedimento. 

Anche Najmeh Amini ci sembra una vittima a causa di una pena totalmente sproporzionata in rapporto a un atto di pensiero libero. Le sue opinioni, espresse pubblicamente, sono state qualificate come blasfemia e, secondo la Sharia, rientrano nei casi previsti dal Corano come passibili di pena di morte. Questo fatto, purtroppo, fa riaffiorare tristemente alla nostra memoria l’intolleranza che la Chiesa ha realizzato sperimentando i pericoli della “società chiusa in se stessa”; anche essa, infatti, ha colpito la diversità di opinioni e di comportamenti con plateali esecuzioni capitali. A questo punto, riscopriamo l’importanza di ciò che è maturato a partire dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese in direzione di quella laicità dello Stato che, pur senza alcuna mitizzazione, ci sembra la condizione più rispettosa del pluralismo delle religioni e delle idee.

Con grande rispetto ci si permetta di chiudere questa breve riflessione ricordando una delle sette parole di Gesù in croce. Anche lui è stato accusato davanti al Sinedrio di blasfemia, bestemmia e oltraggio a Dio per essersi proclamato Figlio di Dio e Messia, e davanti a Ponzio Pilato per sedizione, istigazione alla rivolta e lesa maestà per essersi proclamato Re dei Giudei; si è trovato pertanto condannato a morte con esecuzione capitale pubblica. Dentro tutto questo ha però potuto sussurrare: “Padre perdona loro perché … non sanno quello che fanno”, appunto!

GdS, 28/10/26

Nessun commento: