10/12/2026

Navi Pillay, la donna sudafricana discriminata tre volte che ha lottato per Gaza


Nata povera, è stata la prima non bianca nell'Alta corte del suo Paese. "I massacri nella Striscia? Non serve coraggio per dire la verità"

DI FABIO TONACCI

Navi Pillay non poteva fare l'avvocato perché era povera, era donna e non era bianca. Tre volte discriminata nel Sudafrica dell'apartheid. «Tuo padre guida gli autobus, non può procurare clienti facoltosi allo studio», le dissero. «Che succede se rimani incinta?», le domandarono. «Sei nera, nessun impiegato ti darà retta», la avvertirono. Ma le vite straordinarie esondano dagli argini, soprattutto se innalzati da altri, sono straordinarie proprio per questo, seguono traiettorie solitarie e ostinate. E arrivano dove altri non osano.

Perciò una giovane donna di nome Navanethem, ma che tutti a Durban chiamavano Navi, di origini indiane (i nonni erano tamil, portati dai coloni per lavorare nelle piantagioni coloniali da zucchero), quinta di otto figli, spirito libero e ironico, si è presa da sola quel che non le era concesso prendere. Era il 1967, aveva 26 anni: prima donna non bianca a capo di uno studio legale nella provincia di Natal.

La prima volta di tante prime volte, una battaglia dopo l'altra per una delle più importanti giuriste al mondo.

A 85 anni non ha perso una goccia di quello spirito. Guardate la rapidità con cui le viene la battuta su Trump, sulla possibilità di condividere con lui il Nobel per la Pace a seconda del volume dell'applauso che le stanno facendo, stoccata alla sua predecessora María Corina Machado. E guardate la sicurezza con cui, subito dopo, trovandosi per caso nell'aula di Norimberga dove venne processato il nazismo e furono poste le fondamenta del diritto internazionale, altra meravigliosa coincidenza, formula la dedica implicita dell'inatteso riconoscimento. 

«L'ultima cosa che ho fatto è stato presentare il rapporto su Gaza, chiamando genocidio quel che sta accadendo lì». Altro applauso, il valore politico della decisione del Comitato norvegese è lampante. «Sono stata ringraziata per il coraggio, potete immaginare la mia sorpresa... perché serve coraggio nel dire la verità?». Tra il 2021 e il 2025, dopo l'incarico come giudice d'appello alla Corte penale internazionale dell'Aia e nell'Alto commissariato per i diritti umani, Pillay ha presieduto la Commissione indipendente d'inchiesta sul Territorio occupato della Palestina, istituita dal Consiglio dei diritti umani dell'Onu. Nel settembre dello scorso anno sono state pubblicate le conclusioni sulla Striscia. «Abbiamo interpretato la legge, abbiamo analizzato tutti i fatti, è stata una decisione imparziale».

La Commissione sostiene che le forze armate di Israele abbiano commesso quattro delle cinque categorie di atti (uccisioni, gravi lesioni fisiche e mentali, distruzione del gruppo, misure destinate a impedire le nascite) indicati dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Per Pillay, la dimostrazione più evidente è il bombardamento della clinica Al-Basma a Gaza, dove erano conservati 4mila embrioni congelati di coppie palestinesi. «Quando emergono prove di genocidio, non intervenire per fermarlo è complicità», disse in un'intervista. Identificò un altro elemento che tiene insieme Gaza al Ruanda: il linguaggio di disumanizzazione usato dai politici. Gli estremisti hutu chiamavano scarafaggi i tutsi. 

Sul Ruanda Pillay ha visto il suo più grande successo giuridico. Il Tribunale penale internazionale aveva sede ad Arusha in Tanzania, lei da giudice si trasferì lì nel 1995, un anno dopo il genocidio dei tutsi, e vi rimase per otto anni. «Leggevo le carte del processo a lume di candela, spesso andava via la luce». E poi le zanzare, il caldo, le stampanti senza inchiostro, la disperazione per un compito immane. «Piangevo per la stanchezza, ogni giorno pensavo che forse avrei dovuto rinunciare all'incarico». Invece non ha mollato, ottenendo una sentenza che ha rivoluzionato il diritto internazionale: anche le violenze sessuali possono costituire atto di genocidio se commesse per distruggere un gruppo protetto. «Lo stupro non è più un trofeo di guerra!», esclamò la donna che non doveva diventare nemmeno avvocato. E che si laureò grazie alla colletta dei vicini di casa.

Suo nonno aveva stabilito che in famiglia le donne non potessero cantare, né uscire da sole e studiare. «Se vai a scuola, scriverai lettere d'amore ai ragazzi», ammoniva. Non sempre ci vuole un regime per attuare discriminazioni sessiste. Navi però era troppo sveglia, troppo brillante per sprecarsi, le sue insegnanti se ne accorsero e andarono nel quartiere a chiedere soldi per farla andare all'università. I primi tre anni di corsi li pagò così. 

Un giorno del 1995, era in cucina, ricevette una telefonata. «Le passo il presidente». Pensò a uno scherzo, invece era proprio Nelson Mandela, il simbolo del Sudafrica liberato. Negli anni Settanta Pillay aveva difeso i diritti dei prigionieri politici di Robben Island, il carcere dove era rinchiuso Mandela. «Mi congratulo con lei per il nuovo incarico, mi ha dato gioia», le disse. Navi Pillay non proferì verbo. La prima donna non bianca a diventare giudice dell'Alta Corte sudafricana rimase senza parole.

la Repubblica, 10/10/2026

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