Prendendo spunto dagli ultimi casi di corruzione nell’Amministrazione pubblica (pur aspettando gli esiti giudiziari) vorremmo offrire una considerazione che può aiutarci a capire ciò che avviene e, se possibile, a evitarlo. Pensiamo che tutto ciò possa essere ricondotto a una «doppia morale», di persone cioè che in alcuni ambiti si comportano correttamente, ma nell’ambito pubblico manifestano comportamenti illegali e lesivi del bene comune.
Riconosciamo che nel fenomeno della corruzione interferiscono cause e condizionamenti di vario genere e notiamo che spesso si tratta di persone che frequentano la Chiesa, che ostentano l’appartenenza religiosa (partiti democristiani e associazioni cristiane), che non avvertono, però, lo stridore tra detti comportamenti corrotti e l’identità cristiana. La presente considerazione vale anche per tanti di noi.Per doppia morale nel nostro caso intendiamo un atteggiamento e comportamento diverso tra quello che viene manifestato nell’ambito individuale e familiare e quello che viene esercitato nell’ambito pubblico. Possiamo avere a che fare con persone che si presentano bene nel curare le loro relazioni con la famiglia, amici e anche alcuni aspetti della loro attività lavorativa; parimenti, possiamo avere a che fare con persone che, muovendosi dentro le Amministrazioni pubbliche, non tutelano il bene comune per il quale dette Amministrazioni sono preposte nei diversi ambiti, piuttosto sfruttano la loro condizione di responsabilità dentro di esse per interessi personali di vario genere: mazzette, tangenti, favore agli amici, connivenze e contiguità col malaffare. La cosa più grave è che spesso comportamenti di questo genere vengono giustificati dall’idea che è «normale» fare così, cioè che ci sono prassi consolidate e accondiscendenze che portano a considerare normale che chi amministra tragga benefici ulteriori rispetto a quelli previsti dalla legge. Potremmo ricordare l’affermazione di un grande politico del passato che in pieno Parlamento candidamente poteva affermare che era risaputo da tutti che i partiti prendessero tangenti di vario genere a beneficio dei partiti stessi!
Sullo sfondo di simili atteggiamenti/comportamenti, ci viene da ricordare che, anche all’interno della Chiesa, una certa predicazione spiritualeggiante e intimistica ha privilegiato, soprattutto nel passato, il paradigma della cosiddetta «salvezza individuale dell’anima» esponendosi a un doppio grave rischio. Il primo rischio è quello di pensare alla salvezza come qualcosa che attiene solo all’ambito dell’anima, la quale è invitata a coltivare interessi spiritualeggianti, pratiche religiose, consumo individualistico delle azioni sacramentali e il tutto vissuto in un rapporto con Dio che estranea dalla storia, abbandonata al suo destino e non alla destinazione trasfigurante che Dio vorrebbe imprimerle. In questo modo, le scelte maturate nell’esercizio della propria professione o incarico, non sono chiamate in causa direttamente come modalità concreta della propria autentica realizzazione, ma marginalmente come se fossero estrinseche alla identità religiosa, la quale si alimenta soprattutto della sovratemporalità della salvezza. Il secondo rischio è quello dell’individualismo della salvezza. Prevale l’idea che dinanzi a Dio l’importante è che io mi salvi, a prescindere dagli altri. Così anche nell’ambito della vita pubblica ognuno pensa a salvare se stesso ovvero a curare l’interesse proprio e dei familiari, considerando lo spazio pubblico come opportunità per incrementarlo. Che ci sia, invece, un bene comune, che riguarda tutti i membri della comunità e che ci si possa salvare tutti insieme, resta estraneo a questo orizzonte tendenzialmente individualistico ed egoistico. Alla domanda di Dio a Caino: dove è tuo fratello, dove sono i fratelli che vivono in condizioni di deprivazione, di disagio, di fallimento? La risposta è il silenzio e l’indifferenza.
Ma valeva la pena offrire questo giro di pensieri dinanzi alla «banalità del male», di fronte a un pendolo, che si è scoperto così lontano da quello di Foucault e da quello che dovrebbe segnare e regolare il tempo della nostra vita? Eppure i fatti menzionati ci invitano a rimuovere le tante radici che, forse a nostra insaputa, possono alimentarli.
Sullo sfondo di simili atteggiamenti/comportamenti, ci viene da ricordare che, anche all’interno della Chiesa, una certa predicazione spiritualeggiante e intimistica ha privilegiato, soprattutto nel passato, il paradigma della cosiddetta «salvezza individuale dell’anima» esponendosi a un doppio grave rischio. Il primo rischio è quello di pensare alla salvezza come qualcosa che attiene solo all’ambito dell’anima, la quale è invitata a coltivare interessi spiritualeggianti, pratiche religiose, consumo individualistico delle azioni sacramentali e il tutto vissuto in un rapporto con Dio che estranea dalla storia, abbandonata al suo destino e non alla destinazione trasfigurante che Dio vorrebbe imprimerle. In questo modo, le scelte maturate nell’esercizio della propria professione o incarico, non sono chiamate in causa direttamente come modalità concreta della propria autentica realizzazione, ma marginalmente come se fossero estrinseche alla identità religiosa, la quale si alimenta soprattutto della sovratemporalità della salvezza. Il secondo rischio è quello dell’individualismo della salvezza. Prevale l’idea che dinanzi a Dio l’importante è che io mi salvi, a prescindere dagli altri. Così anche nell’ambito della vita pubblica ognuno pensa a salvare se stesso ovvero a curare l’interesse proprio e dei familiari, considerando lo spazio pubblico come opportunità per incrementarlo. Che ci sia, invece, un bene comune, che riguarda tutti i membri della comunità e che ci si possa salvare tutti insieme, resta estraneo a questo orizzonte tendenzialmente individualistico ed egoistico. Alla domanda di Dio a Caino: dove è tuo fratello, dove sono i fratelli che vivono in condizioni di deprivazione, di disagio, di fallimento? La risposta è il silenzio e l’indifferenza.
Ma valeva la pena offrire questo giro di pensieri dinanzi alla «banalità del male», di fronte a un pendolo, che si è scoperto così lontano da quello di Foucault e da quello che dovrebbe segnare e regolare il tempo della nostra vita? Eppure i fatti menzionati ci invitano a rimuovere le tante radici che, forse a nostra insaputa, possono alimentarli.
GdS, 15/10/2026

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