
L’arcivescovo di Milano Mario Delpini
di Zita Dazzi
Il monsignore che guida la chiesa di Milano sui disordini dello scorso fine settimana e sui giovanissimi coinvolti: “La creazione del ghetto non pone le basi perché i ragazzi che vi abitano diventino buoni cittadini”
«La creazione del ghetto non pone le condizioni perché i giovani che vi abitano diventino buoni cittadini. L’aggressività scriteriata non si guarisce con le minacce e non può essere solo contenuta dalla repressione». L’arcivescovo di Milano Mario Delpini, è rimasto scosso di fronte alle violenze che si sono scatenate lo scorso fine settimana. E pensando a quel che si teme accada nei prossimi giorni chiede alla società di ripensare i modelli educativi e di mettere in campo misure contro «lo scandalo della miseria».
Eccellenza, in questi giorni Milano vive momenti difficili. Ci sono stati disordini, altri se ne temono. Abbiamo assistito all’esplosione improvvisa del disagio in forme estremamente rabbiose da parte di ragazzi giovanissimi. Come interpreta la situazione che stanno vivendo gli adolescenti?
«Per gli appassionati di diagnosi, discussioni, sentenze gli adolescenti possono essere numeri da contare, classificare, confrontare. Per me non esistono gli “adolescenti” come una categoria: esistono uno per uno e vorrei incontrarli uno per uno per chiedergli: che cosa stai vivendo?».
Nel Duomo domenica scorsa si continuava a pregare mentre fuori infuriava la battaglia. Domani pomeriggio lei sarà nella cattedrale per la veglia missionaria e la liturgia della Redditio Symboli. Una presenza religiosa pacifica che anche simbolicamente rappresenta la posizione della chiesa ambrosiana in questo momento complicato?
«La posizione della Chiesa ambrosiana si esprime nel mantenere viva la fiducia nell’uomo e la fiducia in Dio. Perciò la Chiesa prega. Perciò la Chiesa continua ad offrire spazi per giocare, pensare, praticare la carità, e raduna e aiuta persone di ogni età, provenienza e condizione perché si costruiscano relazioni di fraternità. Perciò la Chiesa promuove scuole di italiano, doposcuola, società sportive, perché nessuno si senta straniero».
La città del lusso è stata sfregiata, infrante le vetrine simbolo dell’esclusione sociale per alcuni, gli oggetti di valore portati via da minorenni figli di famiglie povere. Milano, la città delle diseguaglianze, paga il conto perché troppi sono esclusi dal benessere?
«I ladri rubano ai ricchi e rubano ai poveri. Rubare ai ricchi e spaccare vetrine fa notizia, rubare ai poveri, occupare case, ridurre in miseria con l’usura, rovinare famiglie promuovendo il gioco d’azzardo, eccetera, invece non fa notizia, ma è sempre rubare. Il lusso è uno scandalo, come tante altre cose. Ma i ricchi sanno come difendersi. La miseria è uno scandalo, ma i poveri non sanno come difendersi. Per quello che io posso immaginare, i figli delle famiglie povere normalmente non vanno in giro per la città a saccheggiare negozi. Se ci sono teppisti poveri credo abbiano un problema più serio e più profondo dell’essere figli di famiglie povere: un problema che riguarda l’indifferenza, lo smarrimento e l’aggressività».
Il fatto che fra i 270 fermati di domenica otto su dieci fossero minorenni e otto su dieci figli di stranieri, ragazzi di seconda generazione, nati qua ma senza la cittadinanza italiana, ha una qualche rilevanza in quello che è successo?
«La nostra società, quindi anche la nostra politica e forse anche la Chiesa non hanno ancora maturato una comprensione adeguata del tema epocale e planetario delle migrazioni. Emozioni, pregiudizi, puntigli, paure, prevalgono sulle relazioni personali e sull’intelligenza delle situazioni. La creazione del ghetto e la diffidenza, il disprezzo pregiudiziale non sono certo le premesse perché ne vengano buoni cittadini».
Il governo è corso ai ripari con un nuovo decreto sicurezza che inasprisce le pene e istituisce nuovi reati per chi manifesta facendo danni. Ha mandato altri 500 militari a presidiare le strade. Basteranno queste misure?
«Si deve una grande riconoscenza alle forze dell’ordine che si espongono alla violenza dei teppisti per rassicurare i cittadini spaventati. Ma l’aggressività scriteriata non si guarisce con le minacce e non può essere solo contenuta dalla repressione. Serve piuttosto la conoscenza delle persone e la pazienza di curare le ferite, di liberare le persone dalla corazza dell’indifferenza, della rabbia, dell’incapacità di distinguere bene e male. Chi metterà mano all’impresa? Sono convocate la Chiesa, la scuola, il vicinato sapiente, i profeti».
Avete oltre mille parrocchie sul territorio diocesano. I segnali di malessere sicuramente sono arrivati anche in queste chiese che sono a volte fra i pochi presidi sociali in zone molto deprivate. Che cosa vi dicono i parroci dei vostri oratori in quei quartieri?
«I parroci mi parlano della loro gente con la simpatia e la stima che le persone meritano. Parlano anche, a volte, dell’impotenza delle buone intenzioni e dell’impenetrabile isolamento di alcuni ragazzi: indisponenti, insofferenti di ogni regola, intrattabili nei rapporti con gli adulti, che siano genitori, preti, insegnanti. I parroci parlano della pena dei genitori nel fallimento educativo. E parlano anche delle fragilità di molte famiglie e di molti genitori, del loro cattivo esempio e della loro evasione dalle responsabilità. Ma i parroci parlano anche di esperienze commoventi di ragazzi e ragazze che attraversano momenti di drammatiche sofferenze o di preoccupanti dipendenze e, grazie a una mano amica o a una chiamata fiduciosa, compiono sorprendenti cammini di liberazione. Talora diventano un aiuto per i loro coetanei a vivere una vita più serena, laboriosa, promettente».
Che cosa può restituire speranza alle nuove generazioni che si vedono senza futuro in un mondo condannato alla guerra, alle diseguaglianze sociali e alla crisi climatica?
«I cristiani non possono essere fatalisti, sono il popolo della speranza: credono in Dio e hanno stima dell’umanità. Sanno che il destino del mondo non è già scritto. Il mondo non è definitivamente condannato al disastro. Il futuro è affidato alla responsabilità di uomini e donne che abitano il pianeta. La speranza è risposta a una promessa: la promessa di Dio che desidera essere alleato degli uomini e vuole che tutti siano salvati. Alle nuove generazioni possiamo restituire speranza se siamo sinceri e fiduciosi, come devono esserlo i figli di Dio, se offriamo loro la testimonianza di adulti che sono contenti di essere adulti».
La Repubblica, 23/10/2026
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