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giovedì, gennaio 19, 2023

La massopolitica del padrino. La rete di Messina Denaro


di Giovanni Tizian e Nello Trocchia 

Massoni. «Nel paese di Messina Denaro sei logge massoniche con 100 iscritti»

Una rete di protezione poco appariscente. Dimenticate le sentinelle lungo le vie, armate e pronte a fare fuoco. Chi ha assistito, aiutato e protetto gli affari che hanno garantito a Matteo Messina Denaro di trascorrere 30 anni di latitanza agiata, sono insospettabili professionisti, politici, imprenditori. Borghesia mafiosa, in sintesi. Spesso affiliata alla massoneria. Medici, notai, avvocati, consiglieri comunali, deputati regionali e nazionali.

Ognuno in modo diverso ha permesso alla famiglia Messina Denaro di diventare quello che è: una holding in grado di finanziare per tre decenni la fuga del suo padrino, pupillo di Totò Riina e, come il re dei Corleonesi, stragista nel biennio 1992-1993. Chi indaga sulla rete di protettori del capomafia ha adesso materiale su cui concentrarsi: gli appunti, la contabilità e i numeri di telefono scritti su alcuni fogli ritrovati nel primo covo di Messina Denaro, che potrebbero riscrivere storie passate e scriverne di nuove. L'indagine è solo all'inizio.

Campieri e senatori

Per capire la mafia imprenditrice trapanese, la borghesia mafiosa che unisce interessi economici, logge massoniche e appoggi politici, al cui vertice c'è Messina Denaro, è utile leggere la sentenza della corte d'Appello, confermata lo scorso dicembre dalla Cassazione, che ha condannato l'ex senatore di Forza Italia, Antonio D'Alì, a sei anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. D'Alì ha avuto anche ruoli di governo: sottosegretario del governo Berlusconi al ministero dell'Interno tra il 2001 e il 2006. Proprio al Viminale, luogo simbolo della lotta alla mafia e impegnato già all'epoca nella ricerca del latitante Messina Denaro. Il processo a D'Alì è una vicenda che, come ricordano i giudici, attraversa la storia politica, economica e imprenditoriale siciliana e nazionale degli ultimi quarant'anni. Una storia segnato dall'ascesa criminale dei Messina Denaro attorno al fondo agricolo Zangara.

Il processo si è chiuso con la condanna di D'Alì, ma in un primo momento era scattata la prescrizione per i fatti contestati fino al 1994 e l'assoluzione per quelli successivi. La Suprema corte ha quindi chiesto un nuovo giudizio di appello per valutare le condotte in maniera continuativa e non più con una cesura temporale, quella del 1994.

Un fatto però è stato accertato in ogni ordine e grado: D'Alì è stato vicino a Messina Denaro e ha agevolato Totò Riina, conquistandosì così la fiducia della consorteria. In che modo? Attraverso l'intestazione fittizia di un bene, che nei fatti era stato trasferito a un uomo di mafia il quale non poteva apparire per evitare sequestri. D'Alì si era fatto pagare in nero e poi aveva venduto, con atto formale a un altro prestanome, il fondo, restituendo la somma ricevuta in contanti. L'ex senatore perciò avrebbe consapevolmente agevolato Cosa nostra e i suoi massimi esponenti visti «gli stretti rapporti tra i D'Alì e i Messina Denaro», «una incondizionata disponibilità dell'imputato verso il sodalizio», ricambiata con il sostegno elettorale, nel 1994.

Per motivare la condanna i giudici riportano altri elementi dei rapporti strettissimi tra i D'Alì e la famiglia Messina Denaro a partire dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi Antonino Giuffrè, ha ricordato che Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, si vantava con Provenzano di «avere nelle mani il D'Alì, a disposizione». Una disponibilità che si registra già prima della candidatura, quando il futuro onorevole, amico di Renato Schifani (attuale presidente della regione), svolgeva il mestiere di banchiere nella banca Sicula.

Collaboratori di giustizia che raccontano prima il progetto naufragato del partito della mafia, Sicilia libera, e poi della scelta di sostenere Forza Italia nel 1994, contribuendo all'elezione di D'Alì. L'accordo elettorale politico-mafioso. Un appoggio che è stato rinnovato anche nel 2001, l'anno in cui il centrodestra ha trionfato in regione con il celebre 61 a 0. L'accordo tra Cosa nostra e il senatore forzista emerge anche dal famoso telegramma che il mafioso Francesco Virga gli ha inviato, nel 1998, lamentandosi di stare in galera al contrario di quello che D'Alì gli aveva prospettato. Telegramma rivelato dalla prima moglie e che ha provocato la reazione furente del senatore. «Non si rinvengono, negli anni e nei decenni, elementi di discontinuità nell'atteggiamento del D'Alì di disponibilità a Cosa nostra», si legge nella sentenza d'appello del 2021, confermata dalla Cassazione.

Sentenza che ripercorre anche il trasferimento del prefetto Fulvio Sodano, inviso ai mafiosi perché strenuo difensore della società Ericina Calcestruzzi, confiscata e in mano pubblica. Il clan ha fatto trasferire Sodano grazie anche all'interessamento del senatore D'Alì che agiva in favore delle imprese del territorio, legate alla mafia, e rimproverava il prefetto perché favoriva l'Ericina costruzioni. In quel momento D'Alì era appena diventato sottosegretario all'Interno e dice a Sodano che dipendevano da lui «nomina e trasferimento del prefetto e del questore». Paradosso inquietante: lo stato nelle mani dell'uomo a disposizione della mafia, mentre il funzionario fedele veniva «annientato nel fisico e nello spirito».

La rete nei comuni

Ma oltre ad Antonio D'Alì ci sono altri politici coinvolti in inchieste e intercettati mentre esaltavano la figura di Matteo Messina Denaro. Tra gli indagati c'è Paolo Ruggirello, ex deputato regionale del Pd, sotto processo per associazione mafiosa, arrestato in un'indagine coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Guido (il pm che ha seguito la caccia al latitante), e dal pm Gianluca De Leo, insieme ad altre 24 persone ritenute organiche ai clan trapanesi legati a Messina Denaro. Agli atti anche il bacio sulla guancia e l'abbraccio tra Ruggirello e lo storico boss Mariano Asaro, uscito dal carcere nel 2018. L'incontro riguardava l'interessamento del politico per favorire la convenzione tra l'ambulatorio di odontoiatria del boss e il servizio sanitario regionale, tentativo fallito.

«Se io dovessi rischiare trent'anni di galera per nasconderlo, li rischierei, la verità ti dico», diceva Lillo Giambalvo, già consigliere comunale di Castelvetrano, processato e assolto come fiancheggiatore di Messina Denaro. Agli atti restano le intercettazioni di stima incondizionata per il boss e odio nei confronti dei pentiti. «Lorenzo Cimarosa si è pentito, se fossi a Matteo ci ammazzerei un figlio, la verità ti dico e vediamo se continua a parlare», diceva Giambalvo. Lorenzo Cimarosa era un mafioso, cugino di Matteo Messina Denaro, pentitosi prima di morire.

Anche il secondo covo nella disponibilità del boss, scoperto dai Ros dei carabinieri, conduce alla politica. È infatti intestato al fratello di un ex consigliere comunale di Forza Italia, Giovanni Risalvato, condannato a 14 anni di carcere per reati di mafia. Politico è stato il medico di base del padrino stragista, Alfonso Tumbarello, indagato dall'antimafia palermitana e sospeso dal Grande oriente d'Italia, la loggia massonica di cui faceva parte. In passato è stato consigliere provinciale Udc e candidato al Consiglio regionale, ma non eletto, quando Totò Cuffarò è diventato presidente di regione nel 2006.

Da ultimo c'è l'ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino, condannato per reati di droga negli anni Novanta, e considerato vicino a Francesco Messina Denaro, ma anche interlocutore dei servizi segreti quando, firmandosi Svetonio, avrebbe intrattenuto una fitta corrispondenza proprio con Matteo Messina Denaro, che si firmava Alessio, per arrivare alla cattura del padrino. La vicenda è sempre stata piuttosto misteriosa. Prima di morire Vaccarino è stato nuovamente arrestato e condannato in primo grado per favoreggiamento.

Il paese delle logge

Nella provincia di Trapani la politica è andata spesso a braccetto con la massoneria. Nel senso che nelle numerose logge massoniche sparse sul territorio si riunivano anche eletti locali, consiglieri comunali, assessori e deputati regionali. La commissione parlamentare Antimafia, nel 2017, ha scattato una fotografica dell'intreccio tra padrini, politici e massoni che è di estrema attualità. Un lavoro straordinario condotto sotto la presidenza di Rosy Bini, bestia nera delle obbedienze massoniche.

L'ex parlamentare Pd, infatti, pur di ottenere i dati segreti delle principali organizzazioni, ha usato i poteri ispettivi della commissione, come non accadeva da decenni. La guardia di Finanza, delegata all'operazione, aveva così bussato dai gran maestri italiani per acquisire gli elenchi degli iscritti. La relazione, approvata nel 2017, certifica la commistione tra cosche e logge. Come caso esemplare per comprendere tale compenetrazione veniva citato il feudo di Matteo Messina Denaro: Castelvetrano.

«Le forze dell'ordine e la prefettura evidenziavano sin da subito che nel pur piccolo comune di Castelvetrano insistono diverse logge massoniche (sei sulle diciannove operanti nell'intera provincia di Trapani) e che nell'amministrazione comunale castelvetranese, già storicamente oggetto degli interessi mafiosi ma anche, come detto, dimora di qualche sostenitore del latitante, vi era un'elevata presenza di iscritti alla massoneria tra gli assessori (quattro su cinque), tra i consiglieri (sette su trenta), tra i dirigenti e i dipendenti comunali. Anzi, la stessa prefettura di Trapani segnalava che gli elenchi ufficiali degli iscritti nel trapanese apparivano incompleti per difetto e, pertanto, non era possibile ottenere una descrizione d'insieme del fenomeno», si legge nella relazione.

In sintesi, proseguono i firmatari del documento, «considerando le ultime due consiliature (fino al 2015) del comune di Castelvetrano, hanno assunto cariche elettive o sono stati membri di giunta almeno 17 iscritti alle quattro "obbedienze" di cui si dispongono gli elenchi. A questi potrebbero aggiungersene verosimilmente altri quattro, per un totale, dunque, di 21 amministratori pubblici». Una nota della questura di Trapani del 2016 certificava 100 iscritti nella sola Castelvetrano suddivisi in 6 diverse logge, tutte però collegate tra loro.

Questa fotografia, scattata durante la latitanza di Messina Denaro, si è arricchita grazie a quella, realizzata nel 2022, dall'ultima commissione Antimafia. Nella relazione finale sulle massomafie si fa riferimento a una vicenda accaduta nel 2019 che è la prova definitiva dei poteri che hanno protetto il destino e gli affari dell'ex latitante. Il 2019 è l'anno dell'inchiesta antimafia denominata "Artemisia". L'indagato eccellente si chiama Giovanni Lo Sciuto, oggi imputato nell'omonimo processo. La procura contesta a Lo Sciuto di essere «organizzatore e promotore» di un'associazione fondata «sulla partecipazione di numerosi soggetti appartenenti alla Loggia Hypsas, ma non solo». Tra gli strumenti utilizzati dall'associazione segreta di Lo Sciuto c'era il «Centro sociologico italiano, sede di diverse logge, tra cui la Hypsas».

Tra Denaro e Lagalla

Altro indagato con cui Lo Sciuto ha gestito partite e contropartite si chiama Francesco Messina Denaro, cugino del boss, e all'epoca a capo di una rete di cliniche siciliane specializzate nella dialisi. La società che le gestiva è al centro dell'accordo stretto tra Lo Sciuto e il cugino del boss. Tutti cercavano Lo Sciuto perché in quegli anni era un potente deputato regionale. Ora si sta difendendo dalle accuse. Eletto con il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, prima ancora era stato vicepresidente dell'Assemblea regionale siciliana quando governatore era Cuffaro, poi condannato per favoreggiamento a un mafioso. Lo Sciuto peraltro è stato membro della commissione regionale Antimafia. Il posto giusto per uno come lui che, intercettato, spendeva parole d'amore per il capo della mafia di Castelvetrano sostenendo di conoscerlo fin dall'adolescenza e di «godere della sua protezione».

La sua, secondo i magistrati, non è millanteria. «Tali dichiarazioni dell'indagato, ad avviso della procura di Trapani, non sarebbero frutto di millanteria. Apparirebbero, invece, connotate da assoluta attendibilità, basti pensare che effettivamente i due risultano ritratti insieme in una foto scattata in occasione del matrimonio della cugina del latitante risalente all'epoca in cui entrambi erano poco più che maggiorenni».

Lo Sciuto ha sempre sostenuto che si trattava di un rapporto antico e non più attuale. Emblematica una intercettazione in cui Lo Sciuto sembrerebbe rivelare quanto suggeritogli da Messina Denaro moltissimi anni pirma: «"Giovà io faccio una strada, tu fai una strada, statti lontano", minchia me lo è venuto a dire». Poche parole in una frase che spiegano quanto sia vitale per la mafia avere persone inserite in contesti distanti da quello criminale. Lo Sciuto ha fatto la sua strada lontano dalle pistole, Messina Denaro è diventato il latitante più ricercato del pianeta. Eppure quando il cugino del padrino è andato dal politico massone ha trovato un portone spalancato ed è stato accolto.

A legare l'ascesa dell'ex politico sotto processo alla famiglia del boss è anche un'altra vicenda. Il gruppo massonico si riuniva per cene e serate conviviali in una pizzeria, Miros, passata poi nelle mani del nipote di Messina Denaro.

Nell'indagine su Lo Sciuto emergono poi gli amici degli amici. I contatti con le «alte sfere» del partito cui apparteneva. Tra i nomi noti indagati c'era Roberto Lagalla, all'epoca rettore dell'università di Palermo, attuale sindaco del capoluogo siciliano che, prima di essere eletto, ha ricevuto l'endorsement di Marcello Dell'Utri e Totò Cuffaro. Lagalla per il presunto favore concesso a Lo Sciuto non ha avuto conseguenze: inchiesta archiviata definitivamente. Ben due procure gli hanno dato ragione. «Il mio assistito ha chiarito ai pubblici ministeri anche i rapporti intrattenuti con l'ex deputato Lo Sciuto, persona che ha incontrato poche volte e per ragioni istituzionali», avevano dichiarato i legali dell'attuale sindaco.

Restano agli atti però i diversi incontri in facoltà tra l'amico di infanzia del padrino latitante per 30 anni e il professore che da lì a qualche anno sarebbe diventato il primo cittadino della città del pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il destino ha voluto che lo diventasse nell'anno in cui si ricordavano i 30 anni dalle bombe di Capaci e via D'Amelio per le quali è stato condannato Messina Denaro, un vecchio amico di massoni e politici. Insospettabili alla corte dell'ultimo padrino di Cosa nostra.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia

domani.it, 20/1/2023

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