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martedì, gennaio 24, 2023

IL DOSSIER. Sicilia, l’ex granaio d’Italia adesso importa il frumento canadese


In Sicilia dal 2018 le imprese agricole si sono ridotte del 35 per cento ed è diminuito il numero degli addetti, passando da 150 a 142mila

di Gioacchino Amato

Possiede un tesoro di 71 produzioni agricole certificate fra Ig, Dop e Igp ma importa l’80 per cento del cibo che consuma. È il paradosso della Sicilia patria dell’agricoltura di qualità ma che sconta un forte ritardo nelle infrastrutture e nella capacità di fare sistema e realizzare filiere di trasformazione dei prodotti. Un tema centrale dell’ottavo congresso regionale della Flai, la federazione che rappresenta i settori agricolo e ittico della Cgil, aperto ieri a Palermo con la relazione del segretario regionale Tonino Russo. «Eravamo il granaio d’Italia – spiega Russo – mentre adesso importiamo il grano persino dal Canada, mentre la superfice di terreno destinata a queste colture si è contratta in pochi anni di quasi il 10 per cento. Un controsenso ancora più grave in questo periodo di crisi determinato dalla guerra in Ucraina. 

Ma il problema è più generale, investendo sull’autosufficienza alimentare si creerebbero 300mila nuovi posti di lavoro». Invece negli ultimi anni la tendenza è stata opposta. Il numero delle aziende agricole dal 2018 al 2021 si è ridotto del 35,2 per cento ed è diminuito il numero degli addetti passando da 150.229 a 142.730 persone impiegate. Il punto debole del sistema rimane quello delle filiere che non si riescono a creare attorno ai prodotti di punta della nostra agricoltura. Per questo la Sicilia è al secondo posto dietro alla Lombardia per valore aggiunto del comparto ma scivola al sesto per produzione, commercializzazione e trasformazione. 
«Il risultato è doppiamente negativo – sottolinea il segretario – da un lato scompaiono le aziende, soprattutto quelle più piccole, e si riducono i posti di lavoro. Dall’altro i siciliani consumano sempre più prodotti di bassa qualità con riflessi anche sulla salute » . Un fenomeno che rischia di aggravarsi con la fiammata dell’inflazione che nell’Isola risulta maggiore che altrove e riguarda soprattutto il settore alimentare. « Non c’è dubbio che con l’aumentare dei prezzi ci si rivolgea prodotti più economici e di qualità minore – conferma Russo – spesso gli stessi braccianti che lavorano nelle produzioni di qualità a causa dei bassi salari sono costretti a fare la spesa negli hard discount. Il cibo buono, insomma, lo vedono solo sulle piante che coltivano». 
Le risorse economiche per cambiare questa situazione, per il sindacato, non mancano. I fondi europei destinati all’agricoltura siciliana e inseriti nella nuova Pac (politica agricola comunitaria) 2023-2027ammontano a ben 2,9 miliardi di euro. «Il problema è come vengono impiegati – spiega il segretario – spesso vanno quasi esclusivamente alle grandi aziende ma soprattutto non ci sono premialità e non c’è una strategia complessiva. Si dovrebbero favorire innanzi tutto le aziende che producono cereali insieme a quelle che si impegnano a creare filiere complete. E andrebbero valorizzate le aziende sane, non dimentichiamo che il tasso di irregolarità del settore è del 62 per cento. Per il rapporto Agromafia la Sicilia è la prima regione italiana per caporalato. Lavoro nero e grigio, caporalato e infiltrazioni criminali nei grandi mercati, nelle piattaforme logistiche e nella grande distribuzione sono fenomeni che rischiano di strangolare le aziende sane. E se i consumatori siciliani pagano prezzi più alti è colpa anche di tutto questo oltre che della debolezza delle aziende che sono sempre refrattarie a fare sistema e finiscono per far dettare prezzi e regole alla grande distribuzione». La Flai Cgil punta il dito anche contro la Regione: « Non c’è una strategia di sviluppo del comparto – lamenta Russo – ma neanche un impegno per risolvere problemi infrastrutturali che si trascinano da decenni. Dalle condizioni pessime della rete viaria che serve le aziende al sistema di irrigazione. In più stanno scomparendo tutte le professionalità che dovrebbero gestire il settore, non ci sono più agronomi, ingegneri forestali. Un problema che riguarda l’intera macchina regionale ma che per l’agricoltura è ancora più grave». Oggi la chiusura del congresso, affidata al segretario generale della Flai nazionale,Giovanni Mininni. 

La Repubblica Palermo, 24/1/2023

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