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domenica, gennaio 22, 2023

IL DOSSIER. Poliziotti, funzionari, parenti. Quelli che hanno detto no al “sistema” Messina Denaro

In alto: il commissario Saverio Montalbano e, a destra, il prefetto Fulvio Sodano In basso, il via alla nuova Calcestruzzi Ericina e l’imprenditrice Elena Ferraro

di Gioacchino Amato

I commissari Linares e Montalbano trasferiti, il prefetto Sodano rimosso la Calcestruzzi Ericina confiscata e rimessa in piedi, il cugino pentito e il nipote “ ribelle” Storie di eroica onestà

Gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la mappa dei fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro, la “ borghesia mafiosa” citata dal procuratore capo Maurizio De Lucia. Ma c’è un’altra mappa tracciata dalle cronache di questi anni, quella che racconta di chi non ha fatto parte di quella rete di collusioni criminali e per questo ha pagato un prezzo altissimo. Funzionari sospesi o trasferiti, imprenditori finiti sotto scorta, parenti del superlatitante isolati perché considerati “traditori”. 

Fiancheggiatori dello Stato 


A cominciare dall’ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano, che si insedia nel novembre del 2000 e prende subito in mano il dossier della Calcestruzzi Ericina, società confiscata al boss Virga che, una volta passata nelle mani dello Stato, rischiava di fallire. Fa di tutto per salvarla, ma questo finisce per diventare una colpa. Sodano racconterà, ascoltato nel 2004 dal pm di Trapani Andrea Tarondo, di essere stato accusato di «favorire troppo la Calcestruzzi Ericina» dall’allora sottosegretario all’Interno, il senatore trapanese di Forza Italia Antonio D’Alì, che concluse l’incontro ricordando al prefetto di « avere carta bianca su nomine e trasferimenti». E il trasferimento ad Agrigento arriva puntuale nel 2003, deciso dal governo Berlusconi e firmato dal ministro dell’Interno Beppe Pisanu. Il senatore D’Alì si è costituito al carcere milanese di Opera lo scorso 14 dicembre, dopo la conferma in Cassazione della condanna a sei anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Per la vedova del prefetto, Maria Sodano, non è un caso che appena 32 giorni dopo si arrivi all’arresto del latitante. Lo scrive in una lettera, pubblicata da L’Espresso, in cui accusa uno « Stato che sapeva e taceva, uno Stato omertoso, complice che sceglie di rendere martiri e perseguitare i suoi uomini migliori». 
Cacciatori cacciati 
Molti anni prima, nel 1986, era stato sospeso dal questore «per contrasti organizzativi» il commissario di Trapani Saverio Montalbano, che il giorno prima aveva guidato l’irruzione al circolo culturale Scontrino sequestrando gli elenchi degli affiliati a ben sette logge massoniche, fra i quali il gotha della mafia locale. Nell’estate del 2013 un altro nemico giurato dei boss, come dimostreranno decine di intercettazioni, viene trasferito. È il dirigente della divisione anticrimine della questura di Trapani, Giuseppe Linares, che guidava la caccia a Messina Denaro e che viene “promosso” alla Dia di Napoli dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Lo stesso Paolo Borsellino, che da procuratore di Marsala fu il primo a indagare su Francesco Messina Denaro e sul figlio Matteo, fu fermato dal tribunale di Marsala che nel 1990 respinse la sua richiesta di divieto di dimora in Sicilia, sorveglianza speciale e sequestro patrimoniale per il più anziano dei due boss. 
I “traditori” isolati 
Se investigatori e magistrati vengono fermati o trasferiti, chi rinnega i boss viene isolato. Come Giuseppe Cimarosa, il nipote quarantenne di Matteo Messina Denaro. Istruttore di equitazione, ha raccontato la paura di essere ucciso, le devastazioni della tomba del padre diventato collaboratore di giustizia, ma soprattutto «amici che da un giorno all’altro non mi hanno più risposto al telefono e mi hanno abbandonato. Ai ragazzi che frequentavano il maneggio e sono spariti». Dire no ai Messina Denaro significa anche una vita sotto scorta, come quella di Elena Ferraro che nel 2014 riceve nella sua clinica privata di Castelvetrano Mario Messina Denaro, cugino di Matteo. Le propone di rilevare la struttura per farne una grande lavatrice di soldi sporchi. Ferraro denuncia contribuendo a fare arrestare Mario Messina Denaro che dopo il carcere torna libero mentre Elena Ferraro da quasi dieci anni vive scortata, anche dopo l’arresto del latitante. «Mi sento finalmente libera e serena — ha raccontato a Repubblica dopo l’arresto del boss latitante — la cappa di Messina Denaro si è sempre continuata a sentire» . La sentiva anche il giornalista Giacomo Di Girolamo, che in radio per 14 anni ogni giorno ha iniziato le sue trasmissioni con la frase «Matteo, dove sei?». Minacce molte «ma quelle mi preoccupano meno delle cause temerarie — racconta — che rischiano di far tacere tanti giornalisti più delle intimidazioni». 
La Repubblica Palermo, 22/1/2023

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