"Specialisti in lenti progressive" - CORSO DEI MILLE 117 90034 CORLEONE (PA) - Tel. 091 8463042

mercoledì, gennaio 18, 2023

INTERVISTA ALLO STORICO. Lupo: “Non era il successore di Totò Riina, alla mafia non serve più fare le stragi”


EMANUELE LAURIA

Non sarebbe mai stato preso se fosse stato altrove: il mafioso che se ne va smette di esercitare la propria funzione 

«Giusto esprimere soddisfazione ma non carichiamo di enfasi questa giornata: Messina Denaro non era il capo dei capi, non era il successore di Riina». Salvatore Lupo, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo è uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno mafioso: e va controcorrente, invitando a frenare l’euforia per la fine della latitanza del boss di Castelvetrano. 
L’arresto di Matteo Messina Denaro è stato salutato come una festa della liberazione. E lei, professore, non condivide gli eccessi di entusiasmo. 
«Una cosa che mi ha colpito è in effetti l’enfasi attorno a questa cattura. Ne vedo più oggi che quando hanno preso Riina.

Beh, è un paradosso: mi sembra di poter dire che questo arresto chiude la stagione della mafia stragista solo davanti all’opinione pubblica, ma in realtà questa stagione è finita 30 anni fa. Ora, capisco lasoddisfazione di chi ha lavorato per l’arresto e comprendo l’aspetto simbolico. Messina Denaro ci appare come una specie di sopravvissuto, in realtà è riuscito a sopravvivere grazie alla forza dell’organizzazione che lo proteggeva». 
Un altro grande latitante preso non lontano da casa, dopo Riina e Provenzano. 
«Ma non sarebbe mai stato preso se fosse stato altrove: il mafioso che se ne va, d’altronde, smette di esercitare la propria funzione». 
Ecco, che funzione esercitava Messina Denaro? 
«Non quella del capo dei capi. La funzione del mafioso si svolge a piu livelli: può essere un mediatore d’affari e Messina Denaro lo era, può essere un capo locale, sicuramente lo era. Ma dire che sia stato il successore di Riina è un grosso errore. Lo stesso capo dei pm De Lucia ha dovuto ribadirlo. Quell’affermazione fa parte del gioco mediatico». 
Perché, a suo avviso, l’ultimo superboss è stato Riina? 
«Perché la mafia è una confederazione di gruppi. La puoi tenere insieme con il terrore. I morti sulle strade non ci sono più da decenni, dall’epoca di Riina. 
Anche Provenzano era solo un mediatore, ci risulta dai pizzini e dalle intercettazioni che riportano i rapporti conflittuali all’interno del gruppo dirigente palermitano. Provenzano era una figura autorevole che dava qualche consiglio». 
Solito tema: la mafia è vinta? 
Quanto è lontano questo traguardo? 

«È vinta definitivamente quella di trent’anni fa. Quella di oggi 
semplicemente non ha più bisogno di mettere le bombe». 
Resta il problema del rapporto fra malaffare e politica, testimoniato dalla comprovata presenza nelle competizioni elettorali di condannati per mafia. 
«Il problema dei rapporti fra mafia e politica esiste tuttora, in Sicilia più che altrove. Non esiste un concetto di mafia del tutto immune da commistioni politiche». 
De Lucia ha puntualizzato che non si può fare lotta alla mafia senza le intercettazioni. Un avvertimento per il governo? 
«Non lo so, il governo afferma che vuole limitare le intercettazioni ma per i reati non di mafia. Bisognerebbe entrare nel merito della riforma della giustizia in cantiere. Certo, chi spara sulle intercettazioni sono gli stessi che si schierano contro i pentiti: servono le une e gli altri. Ragioniamo sugli eccessi ma non tocchiamo le intercettazioni». 

La Repubblica, 17/1/2023

Nessun commento: