sabato, gennaio 21, 2023

Sicilia, 1893. Dall’eccidio di Caltavuturo ai Fasci. Storia di una repressione di Stato


di Pasquale Hamel

Dell’eccidio di Caltavuturo, consumato il 20 gennaio 1893, la memoria collettiva, anche quella dei siciliani conserva ben poche tracce e, se non fosse stato riesumato, quarant’anni fa da Il giorno di San Sebastiano, il lungometraggio di Pasquale Scimeca ben pochi l’avrebbero ricordato. Eppure, proprio Caltavuturo, piccolo borgo delle Madonie, fu il teatro del primo tragico fatto di sangue di cui fu protagonista il movimento dei Fasci siciliani. A monte di quell’eccidio, il cui pesante bilancio registrò ben 11 morti e 23 feriti, stavano ragioni antiche, l’atavica fame di terra e la sete di giustizia sociale dei contadini siciliani. A Caltavuturo tutto era iniziato nel lontano 1812 quando, abolita la feudalità, furono con essa travolti i cosiddetti usi civici, cioè il diritto che era riconosciuto agli abitanti del luogo di recarsi sui feudi per raccogliere legna e verdura. Era questo un modo per lenire i disagi della estrema povertà delle masse contadine che, come scriveva Adolfo Rossi sulla Tribuna stavano peggio che in altre regioni in quanto «vittime di un maggior numero di angherie, di usure e di soprusi». Grande feudatario di Caltavuturo era il duca di Ferrandina che possedeva un’estensione di terreno di ben 6.000 ettari. Il duca, uomo all’antica, come ci racconta nella sua ottima ricostruzione dei fatti Dino Paternostro che facciamo nostra, oppose resistenza alla popolazione che, nonostante tutto, continuava a fruire delle agevolazioni degli usi civici.

Ne derivò uno scontro che si concluse con un compromesso abbastanza onorevole fra le parti. Il duca avrebbe infatti ceduto al comune di Caltavuturo ben 250 ettari, in contrada Sangiovannello, da dividere fra gli abitanti, in cambio della rinuncia a qualsiasi pretesa di far valere i diritti derivanti dagli usi civici. Toccava, quindi, all’amministrazione comunale il compito di procedere alla divisione. Ma proprio l’amministrazione, al cui vertice stavano personaggi che apparivano molto attenti agli interessi personali e poco a quelli generali, ma anche quanti sfruttavano la manodopera a basso costo ingrassando i propri patrimoni, accampando scuse varie non provvide alle operazioni di quotizzazione, opponendo continui rinvii alle richieste della gente. Di rinvio in rinvio si giunse all’autunno del 1892 quando si sparse la voce dell’imminenza dell’operazione di riparto. Dando seguito a questa voce i contadini si prepararono ad entrare in possesso delle loro quote mettendo da parte, in qualche caso indebitandosi, le sementi per procedere alla semina. Ancora una volta, però, le attese furono deluse, né il sindaco né la giunta manifestarono l’intenzione di provvedere. La situazione divenne vieppiù drammatica visto che c’era il rischio che anche per quell’annata agraria non si facesse più in tempo a seminarla con le immaginabili conseguenze. Il 19 gennaio ebbe, dunque, luogo un’assemblea nel corso della quale alcuni partecipanti proposero l’occupazione delle terre. Una proposta rivoluzionaria che, tuttavia, non convinse la maggioranza che, invece, avrebbe voluto raggiungere pacificamente l’obiettivo. Sciolta l’assemblea, tutto sembrò acconciarsi al meglio salvo per alcuni esponenti della minoranza che, a dispetto della decisione presa, convinsero i contadini a occupare le terre della Sangiovannello.

Proprio all’alba del 20 gennaio i contadini si riunirono ed in massa procedettero all’occupazione delle terre. Qualcuno dei maggiorenti chiese infatti l’intervento dell’esercito che, al comando del tenente Guttalà, si recò sul luogo cercando di convincere i contadini ad abbandonare quella forma di protesta estrema. La risposta dei contadini fu ancora ferma, l’amministrazione non era credibile e l’unico modo di sbloccare la situazione non poteva essere che quello di continuare la protesta. Di fronte a questa insistenza, per evitare degenerazioni, l’ufficiale decise di ritirare la truppa e di schierarla a protezione del paese. Gli eventi tuttavia precipitarono, un gruppo di contadini che avevano occupato le terre, sicuramente incerto dell’esito della protesta, pensò di aprire un dialogo con l’amministrazione locale. Ma nessuno degli amministratori era in quel momento presente salvo il segretario comunale che, imprudentemente, ironizzò sul comportamento dei manifestanti. Dopo mezzogiorno, ritenuta inutile la protesta, i contadini decisero di tornare dalle terre occupate alle loro case ma si trovarono sbarrata la strada dalle le truppe inviate per ristabilire l’ordine. Il tenente Guttalà, per disperdere la folla ordinò di sparare provocando, per reazione, una sassaiola. I soldati rischiano d’essere travolti e, questa volta, sparano sul serio. La gente fugge, l’ordine viene ristabilito, ma i morti giacevano a terra e i feriti venivano soccorsi in ritardo visto che era apparso prioritario la caccia ai facinorosi che avevano, col loro comportamento, provocato la strage.

L’eccidio di Caltavuturo diventa così un caso nazionale. «Si mobilitarono, scrive Paternostro, i fasci contadini guidati dai dirigenti più prestigiosi, come Rosario Garibaldi Bosco, Bernardino Verro e Nicola Barbato, che promossero una colletta per aiutare le famiglie delle vittime, che fruttava la somma di 2.600 lire somma consegnata con una particolare manifestazione ed un comizio tenuto a Caltavuturo il 23 aprile 1893». Scrive, ne I vecchi e i giovani, Luigi Pirandello che «una sola voce si levò in Parlamento a porre avanti al governo lo spettro sanguinoso di alcuni contadini massacrati in Sicilia, a Caltavuturo», il personaggio a cui si riferiva lo scrittore agrigentino era Napoleone Colajanni, il repubblicano radicale che da tempo agitava coraggiosamente la questione siciliana. Le vittime di Caltavuturo divennero un simbolo per i Fasci siciliani, il grande movimento di massa nato dalla lotta contro l’eccessivo fiscalismo e contro la tirannia dei cosiddetti galantuomini che il siciliano Francesco Crispi, tornato al potere nel dicembre 1893, represse duramente presentandolo come una vasta cospirazione tesa a sovvertire l’esistenza stessa dello Regno.

GdS, 21 gennaio 2023

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