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sabato, gennaio 21, 2023

Il comodino di Matteo Messina Denaro: non più bibbie e crocifissi, ma viagra e Rolex. La nuova mafia divorzia dalla Chiesa?



Luca Kocci intervista Augusto Cavadi

Quando Bernardo Provenzano venne arrestato, nel suo covo di Montagna dei Cavalli vennero ritrovate diverse Bibbie. Il padre carmelitano Mario Frittitta si recava regolarmente a Bagheria per celebrare messa nel rifugio del boss latitante Pietro Aglieri. Nell’appartamento di Campobello di Mazara in cui si nascondeva Matteo Messina Denaro invece i carabinieri hanno rinvenuto Viagra e profilattici. Un inedito rispetto alla tradizione dei “mafiosi devoti”, circondati da crocefissi e santini e sempre in prima fila nelle processioni patronali, che potrebbe significare una sorta di laicizzazione di Cosa nostra.

«È una novità, e mi riferisco non a ciò che si è trovato, quanto a ciò che non si è trovato: libri di devozione, statuine sacre, rosari», spiega Augusto Cavadi, palermitano, cofondatore della scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone e autore del Dio dei mafiosi.

È sorprendente anche per Messina Denaro?

In realtà si sapeva che Messina Denaro fosse un’eccezione. Quindici anni fa Salvatore Mugno ha pubblicato le Lettere a Svetonio, missive autografe di Messina Denaro a un suo interlocutore in cui troviamo confidenze di questo tenore: «Ci fu un tempo in cui avevo la fede, l’avevo in modo naturale senza imposizioni di sorta», poi l’ho smarrita e «non ho fatto mai nulla per ritrovarla, mi sono accorto che in fondo ci vivo bene anche così, mi sono convinto che dopo la vita c’è il nulla, e sto vivendo per come il fato mi ha destinato».

Qual è il senso della devozione dei mafiosi?

I mafiosi non sono un esercito di cloni, ognuno ha una biografia, una psicologia, persino una teologia. Distinguerei due atteggiamenti, che possono anche convivere: il calcolo strategico di chi strumentalizza l’apparato simbolico religioso per costruirsi un’immagine pubblica accettabile, anzi ammirevole; e la convinzione sincera che c’è una dimensione trascendente con cui fare i conti.

Che religiosità è quella dei mafiosi?

Se fosse una fede evangelica, ai loro stessi occhi risalterebbe l’incompatibilità fra il Vangelo e la lupara. Invece, come avviene spesso nelle popolazioni di bimillenaria tradizione cattolica, dell’essenza originaria della proposta cristiana non si ha alcuna conoscenza diretta. Si vive una religiosità intrisa di superstizioni, dogmi inintelligibili e moralismi bigotti. Questo “cattolicesimo mediterraneo” è dominato dalla figura di un Dio tremendo, di un Padre-padrino di cui i padrini terreni non fanno fatica a interpretarsi come riproduzioni in miniatura e strumenti operativi.

Ora è cambiato qualcosa?

I clan mafiosi sono sottoinsiemi della società, la secolarizzazione galoppante non ha risparmiato organizzazioni criminali che pur ci tengono a legare le innovazioni del presente alle radici del passato. In una società in cui frequentare le chiese non è più uno status symbol, mostrarsi cattolici diventa meno remunerativo in termini di consenso. Se aggiungiamo che l’edonismo post-moderno e il consumismo di lusso sono diventati senso comune, direi che Messina Denaro è un pioniere: anche nei covi dei suoi successori troveremo meno simboli religiosi e più orologi di marca e supporti farmaceutici alla declinante virilità.

Le collusioni fra ambienti cattolici e mafie sono note, nonostante le prese di distanza di qualche vescovo illuminato o l’azione antimafia dei preti di frontiera. In questo caso sembra che sia un mafioso a volersi allontanare. Un paradosso?

Un paradosso provvidenziale. Dopo anni di vani tentativi di allontanare molti cattolici dagli ambienti mafiosi, questo divorzio si delinea possibile ma per iniziativa dei mafiosi stessi che trovano poco interessante riconoscersi nel patrimonio dottrinario e nelle pratiche devozionali della Chiesa cattolica in declino. Il quadro però sarebbe incompleto se non si considerasse che le parrocchie non hanno perduto l’appeal elettorale. I casi di politici che coniugano identità cattolica e familiarità con ambienti mafiosi ci dicono che i rapporti fra Chiesa e cosche continueranno a lungo. Anche il più laico dei mafiosi sa che le parrocchie sono ancora riserve di voti, dunque corteggerà il clero del sud esattamente come la destra parlamentare, i cui esponenti sono quasi sempre abissalmente lontani dalla fede, continua a corteggiare il mondo cattolico.

Le esortazioni degli ultimi papi a spezzare ogni legame con i mafiosi sono state inutili?

Non hanno sortito gli effetti sperati: per ingenuità o malafede, ancora troppi circoli cattolici rifiutano la mafia che spara e uccide ma non quella che altera le regole del mercato con la corruzione, il riciclaggio di denaro, le manovre per distribuire i ruoli apicali in banche, ospedali e università. Ci sarebbe bisogno di un’evangelizzazione a trecentosessanta gradi, non solo con una teologia critica profondamente rinnovata, ma anche con un’istruzione sulla fisiologia e sulla patologia dei poteri.

Il Manifesto, sabato 21 gennaio 2023


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