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giovedì, dicembre 29, 2022

A 82 anni è morto Pelé, l'uomo che ha inventato il Brasile


di ROCCO COTRONEO

Negli ultimi giorni le condizioni di salute del giocatore brasiliano erano peggiorate. Il Pelé che il Brasile oggi piange è un monumento più che un eroe

È morto Pelé, l'atleta del secolo, il brasiliano più famoso della storia, simbolo unico per un paese che vive il complesso della periferia, poco prolifico di numeri uno al mondo, senza un unico premio Nobel nel paniere. Si è spento all'età di 82 anni dopo giorni in cui le sue condizioni di salute erano peggiorate. Il Pelé che il Brasile oggi piange è un monumento più che un eroe nazionale.

Pesa il lungo tempo trascorso dai tempi del pallone, chi ha oggi meno di 60 anni se lo ricorda praticamente solo negli spot pubblicitari e nelle cerimonie in tv: fino a pochi anni fa non passava giorno senza che apparisse da qualche parte, mai invecchiato, nemmeno un capello bianco. E non ho bisogno di tingerli, diceva, è genetica.

L'esuberanza e l'ubiquità della sua figura nel "dopo" hanno finito per condizionare tutti, anche i meno giovani. Per mezzo secolo Pelé ha interpretato Pelé, e non era poi così fuori luogo l'uso costante della terza persona. A chi gli chiedeva i motivi del vezzo, arrivava sempre la stessa risposta: «Tento sempre di separare Edson da Pelé: Edson è una persona normale, fatta di carne ed ossa, Pelé è eterno».

La sua grandezza fuori dal tempo lascia poco spazio agli eterni dibattiti Maradona o Pelé? E oggi Pelé, Maradona o Messi . L'ennesimo video comparativo su Youtube avverte: attenzione, esistono immagini di appena il 20 per cento delle partite giocate da O Rei. E un altro: tutte le cose più spettacolari che vedete nel calcio oggi lui le aveva già fatte. Fine della discussione, dunque.

Sia l'adolescente nero che conquistò il mondo, sia il brillante e integrato businessman della maturità hanno lasciato segni indelebili nella storia e nella cultura del Brasile, in una identificazione senza pari tra un paese e un suo figlio. Pelé è l'inventore del Brasile. Prima dell'esplosione della "perla nera" – Mondiali 1958 – il suo paese non solo non aveva vinto nulla, ma il mix razziale era stato più un argomento polemico che un vantaggio competitivo.

Nei precedenti tornei i giocatori di colore erano pochi, e venivano sempre accusati per primi per le disfatte (su tutti, terribile fu il destino professionale e umano del portiere Barbosa, quello che subì incolpevole il gol fatale dell'Uruguay nella finale del 1950). Il Pelé favoloso diciassettenne in Svezia fu una rivoluzione culturale oltre che una svolta calcistica.

Da quel momento la figura del ragazzino nero, povero e scalzo cresciuto a colpi di dribbling in spiaggia divenne la più perfetta simbologia dell'arte applicata al pallone, dell'allegria come motore per la vittoria, della danza come contorno alla forza fisica. Era nato il calcio brasiliano, unico e inimitabile.

C'è un prima e un dopo Pelé per il Brasile. Prima di lui era un luogo misterioso da qualche parte sulla Terra, alla quale era difficile associare un solo nome. Quanti ancora adesso sanno citare un brasiliano noto prima del 1950?

Il razzismo e il regime militare

Edson aveva avuto un'infanzia modesta ma tranquilla, e un padre abile ad inserirlo nel mondo del pallone, come i genitori manager dei nostri giorni. L'immagine che passò al mondo la sua esplosione fu comunque quella del riscatto di un escluso, dal ventre di una società che ha sempre sottovalutato e negato le sue radici razziste. Interessante (e assai polemico) è il fatto che lo stesso Pelé abbia sempre trascurato il tema, fino a negare il problema.

È stato accusato lui stesso di pregiudizio, per parlarne poco, tessere relazioni solo con donne bianche (e preferibilmente bionde), fino alle recenti battute sui casi di razzismo in campo: «Se avessero dovuto sospendere le partite ogni volta che mi chiamavano scimmia, non ne avrei finita una». E quando il difensore del Barcellona Daniel Alves fece il gesto clamoroso di sbucciare una banana lanciatagli dalla tribuna, il Re tagliò corto: «Un gesto inutile, se n'è parlato appena per un giorno».

Per Edson Arantes do Nascimento, il mineiro di Tres Coraçoes, capitale del caffè, poi cresciuto a Santos, l'eternità di Pelé era una cosa ovvia e già liquidata a 29 anni, nelle pompose cerimonie nazionali per il millesimo gol (1969), e prima ancora di conquistare il terzo titolo mondiale (1970) umiliando l'Italia in finale. Il più grande del mondo viene allora cooptato dal regime militare brasiliano come simbolo di potenza nazionale.

Lui non si oppone, al contrario. Dice che in Brasile non esiste alcuna dittatura, «è un paese felice» e comunque meglio così «perché i brasiliani non sanno votare». «Io ho fatto il servizio militare nel mio paese e ne sono fiero», risponde a chi gli chiede un parere sulla vicenda di Cassius Clay, che vide interrotta la sua carriera per le sue posizioni contro la guerra in Vietnam negli anni Sessanta.

Elogiato per non aver mai voluto lasciare il Santos e il Brasile nell'auge della carriera, spiazza tutti con l'operazione Cosmos nel 1975, quando viene ricoperto di denaro per lanciare il calcio negli Stati Uniti, mentre già da anni si rifiutava di giocare per la Seleção. Venne perdonato: al calcio nazionale Pelé aveva già dato tutto, tre titoli mondiali, la coppa Rimet definitiva, il primato assoluto nel mondo. «Se volessi, potrei ancora giocare, e anche piuttosto bene», disse ancora nel 1986.

L'uomo

La vita personale di Pelé è stata tutt'altro che esemplare. Una figlia che non ha voluto riconoscere, un altro che tuttora entra e esce di galera, altri episodi che mostrano distacco regale dagli affetti privati per non disturbare il mito, diventato nel frattempo una poderosa macchina per far soldi.

Per quarant'anni "O Rei" Pelé ha prestato il suo volto a qualunque prodotto in Brasile, dal caffè alle dentiere passando per il viagra («ma io non ne ho mai avuto bisogno»), forte alla fine dell'immagine costruita fuori dal campo. Esempio, sosteneva, di come comportarsi da numeri uno.

In un mondo di fuoriclasse finiti per buttarsi via (dal compagno di trionfi Garrincha all'eterno rivale Maradona), Pelé ha celebrato ogni giorno il proprio successo personale ritagliato sulla perfezione dello stile di vita. Sano, moderato, senza vizi e senza eccessi, saldamente istituzionale, amico del potere costituito, lontano dagli estremismi. Tutte le sue polemiche, e non sono poche, vengono riservate a singoli personaggi nel mondo del calcio, mai troppo potenti. Celebri quelle con Romario, autore a sua volta della migliore battuta sul rivale: «Pelé? Con la bocca chiusa è un poeta». Quando non è al centro della scena preferisce defilarsi.

A Pelé, lungo mezzo secolo, vengono chieste interviste e opinioni su tutto quel che riguarda il calcio mondiale. Diventa noto per sbagliare quasi tutti i pronostici. Una volta un giornalista argentino lo sfida a palleggiare con una arancia, cosa che "l'altro", inteso come Maradona, aveva già dimostrato di saper fare. Rifiuta, ovviamente. Così come non prende mai in considerazione l'idea di diventare tecnico di club o della sua Seleção.

È invece ministro dello Sport per tre anni nel governo Collor, il primo dopo il ritorno della democrazia, e mette il nome su una buona legge che svincola i calciatori. Ma non c'è alcuna attività che offusca la sua unica vera professione: quella di essere Pelé.

È solo in vecchiaia, ingiustamente colpito da acciacchi proprio su quelle gambe magiche, che il monarca torna uomo. Lui che può disporre dei migliori medici del Brasile, ne trova uno che sbaglia una delicata operazione al femore, ed è l'inizio del calvario. Passa gli ultimi anni praticamente in sedia a rotelle, all'inizio si nasconde, dice sempre più spesso no a inviti e cerimonie varie, poi si arrende. E sono commoventi le immagini dell'ultimo documentario sulla sua vita (ce ne sono a decine) uscito lo scorso anno su Netflix.

Da disabile, incontra i vecchi compagni di squadra nella sede del Santos arrivando spinto da un infermiere, e resta seduto poi lungo tutta l'intervista. Ammette che qualche parola in più contro la dittatura e il razzismo strutturale del suo paese avrebbe pur potuto dirla. Anche il tumore che alla fine lo ucciderà è pubblico sin dall'inizio, e gli andirivieni dall'ospedale titolo per qualunque tg sulla faccia della Terra. Vissuto da mito, il vecchio Edson morirà finalmente da uomo.

Rocco Cotroneo


Domani.it, 30/12/2022

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