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venerdì, dicembre 23, 2022

Mariano Norata: "Porto ancora le cicatrici dei campi nazisti, non possiamo dimenticare"

Mariano Norata

di Irene Carmina

Parla l'ex militare che si rifiutò di combattere contro i partigiani: "Punirono sei di noi che scomparirono per quattro settimane. Soltanto uno tornò vivo, con trenta chili di meno"

Nel settembre del '43 venne internato in un campo di lavoro coatto nazista. Mariano Norata, di Castelbuono, all'epoca aveva ventisette anni e aveva già scelto da che parte stare. "Non combatterò contro i miei fratelli partigiani", rispose ai tedeschi dopo l'armistizio dell'8 settembre. Il rifiuto gli costò la prigionia a Heilbron, vicino a Stoccarda. Fu il primo no ai nazisti dell'ex internato militare che ora di anni ne ha 105 e che è uno degli ultimi testimoni della resistenza.

Quanto coraggio c'è in quel no alle armi detto due volte?

"Tanto, ma anche un profondo senso di fedeltà alla patria. Il primo no mi costò la prigionia, il secondo fu ancora più consapevole perché avvenne quando ero già internato in Germania, dove ero stato trasferito da un altro campo a cinquanta chilometri dal mar Baltico. I tedeschi ci radunarono e ci rimisero davanti a un bivio: la prigionia o le armi al fianco della repubblica di Salò. Ero il superiore di cinquanta uomini che con me lavoravano nella rete ferroviaria, ci confrontammo e rispondemmo tutti che preferivamo la prigionia al tradimento".

Quali furono le conseguenze?

"Ci tolsero il pranzo e il giorno dopo, per protesta, ci rifiutammo di andare a lavorare. Punirono sei di noi che scomparirono per quattro settimane. Soltanto uno tornò vivo, con trenta chili di meno: da 65 chili era arrivato a pesarne 35, uno scheletro che camminava. Da quelle punizioni o non si tornava affatto o, chi riusciva a sopravvivere, si ammalava di tubercolosi per le condizioni di vita inumane che aveva dovuto sopportare".

Come fece a uscire vivo da quel campo?

"Grazie alla fede, pregavo santa Rita e nell'aprile del '45, dopo due anni di internamento, arrivarono gli americani a liberarci, ma non tornammo a casa prima di agosto. Erano nove anni che ero lontano da Castelbuono, dove facevo il pastore, prima di fare il servizio militare".

Dove lo fece?

"A Perugia. Divenni sergente maggiore del cinquantunesimo reggimento della fanteria Cacciatore delle alpi, ventiduesima divisione. Svolsi campagne militari in Albania, al confine con la Grecia e in Jugoslavia. Seppure non avessi mai imbracciato un fucile - ero addetto alle cucine - ero stato addestrato a una vita tutt'altro che piena di agi. Forse anche questo mi permise di sopravvivere".

Quale fu il momento più difficile?

"Quando rischiai l'amputazione di un braccio dopo un incidente con la gru. Nonostante la ferita non si fosse ancora rimarginata, tornai al lavoro dopo dieci giorni. Ma, al di là di questo episodio, ogni giorno poteva essere l'ultimo. Vedevo i miei compagni morire fucilati e presi a bastonate. Pativamo il freddo e la fame: mangiavamo zuppe d'orzo e brodo e lavoravamo tutti i giorni anche a trenta gradi sottozero con abiti leggeri".

Dopo quasi ottant'anni, come si sente?

"Responsabile".

In che senso?

"Sulle mie spalle porto la responsabilità della memoria. Ho vissuto la mia vita provando trasmettere agli altri, alla mia famiglia in primis, il valore della libertà, che a volte passa dalla resistenza".

Qual è il significato oggi della resistenza?

"Impegnarsi per la società, andare a votare, combattere per i propri ideali, tenere solida la memoria affinché il sacrificio di molti non sia stato vano. Vede, io porto ancora le cicatrici di quello che è accaduto, ma ciò che è successo a me può capitare ancora ad altri. Per questo abbiamo il dovere morale di non dimenticare".

Farà causa per ottenere l'indennizzo?

"Ci siamo rivolti a uno studio legale, credo che sia giusto così".

La Repubblica Palermo, 19 Ottobre 2022

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