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giovedì, dicembre 22, 2022

Pietro Grasso: «La separazione delle carriere tra giudici e pm metterebbe a rischio la democrazia»

Piero Grasso

Si andrebbe verso la costruzione di una super-polizia in mano all’esecutivo di turno, da poter usare a discrezione contro i nemici. La denuncia dell’ex magistrato

di Pietro Grasso

Nessuna meraviglia se Carlo Nordio, in forza delle sue note idee sulla giustizia, prospetti nel suo discorso programmatico al Parlamento un vero e proprio stravolgimento dell’assetto organizzativo della magistratura, a partire dai temi storicamente delicati della separazione delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale -oggetto della riflessione odierna - e dell’uso delle intercettazioni, su cui conto di intervenire la prossima settimana. Se il ministro successivamente ha precisato che non intende fare alcuna guerra alla magistratura tuttavia l’ha attaccata frontalmente facendo cenno ad indicibili arbitrii, a inchieste inutili, a cittadini perseguiti per fare spettacolo, a un Csm cui va tolto il giudizio disciplinare, alla presunzione d’innocenza volutamente violata dalla carcerazione preventiva spesso usata come strumento di pressione investigativa, all’informazione di garanzia «diventata condanna mediatica anticipata» e infine all’azione penale «arbitraria e quasi capricciosa».

Poi, di fronte alle critiche, ha precisato che si tratta, per fortuna, solo di pochi casi. E per questi pochi sarebbero addirittura necessarie riforme che abbatteranno i pilastri costituzionali su cui si é fondata sino ad oggi la magistratura?

Sul tema della separazione delle carriere ho già ricordato che, nella mia esperienza personale, il passaggio dalla funzione requirente alla giudicante e viceversa mi ha dato un positivo arricchimento: tornare a fare il pm dopo aver fatto il giudice fa comprendere meglio le difficoltà di valutazione di una prova al vaglio del contraddittorio, e quindi valutare più criticamente se sia il caso di presentarla.


Pertanto, sarebbe semmai utile prevedere un congruo periodo di partecipazione ad un tribunale collegiale prima di attribuire la funzione di pm a chi entra in magistratura.

La separazione delle carriere è ormai divenuta un totem ideologico, un segnale politico, dal momento che le carriere sono state già fin troppo diversificate con un solo passaggio possibile e per di più con cambiamento del distretto giudiziario. Di fronte alle critiche il ministro ha poi precisato di ritenere un’offesa personale la sola supposizione di voler spostare il pubblico ministero nell’orbita del potere esecutivo.

Occorre allora che faccia alcune riflessioni: creare un corpo di pm separato dai giudici rischia di far nascere una super-polizia indipendente, pericolosa per la democrazia o ancora peggio controllata dal governo, che la potrà usare contro gli avversari. Il mantenimento del pm nell’alveo costituzionalmente protetto e riparato della giurisdizione conferisce invece all’esercizio obbligatorio dell’azione penale quelle garanzie di autonomia e indipendenza che non sono un privilegio di casta, ma una tutela per i cittadini onesti.

È vero, come afferma il ministro, che la riforma Vassalli del 1989 è di stampo accusatorio, con la diretta dipendenza della polizia giudiziaria agli ordini del pubblico ministero, ma ha mantenuto l’art. 358 c.p.p.: «Il pubblico ministero … svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini». Questa norma è volta a rendere il più possibile imparziale l’attività investigativa del pm, che ha l’obbligo di non tacere al giudice l’esistenza di prove a favore dell’imputato: con un ossimoro, il pm è «parte imparziale». Il tema quindi riguarda il codice etico e la deontologia professionale del pubblico ministero, su cui auspico che possa intervenire il ministro Nordio, titolare di poteri ispettivi e dell’azione disciplinare (art.107 Cost.). Se - come ha affermato - siamo in presenza di «culpa in vigilando», chi meglio di lui potrà intervenire per eliminare le mele marce senza bisogno di riforme epocali?

Al contrario, se da «parte imparziale» vuol fare divenire il pm «parte parziale», antagonista rispetto all’imputato, allora l’espulsione dal circuito della giurisdizione è non solo consequenziale, ma addirittura necessaria. Ma la nostra cultura giuridica, lontana da quella anglosassone, potrà sopportare un processo accusatorio dominato da una logica di vittoria a qualsiasi costo e pronta a sacrificare le esigenze di giustizia sostanziale e di ricerca della verità? Sono sicuro che anche al magistrato Nordio, come a me, sia capitato di dover chiedere al dibattimento l’assoluzione dell’imputato. Dobbiamo rinunciare a questa possibilità?

Affermare - come ha fatto il ministro - che l’impossibilità per le procure di gestire migliaia di fascicoli si sarebbe trasformata in un «intollerabile arbitrio» che «conferisce alle iniziative, e talvolta alle ambizioni, di alcuni magistrati, per fortuna pochi, una egemonia resa più incisiva dall’assenza di responsabilità in caso di mala gestione» suona offensivo.

Già oggi i criteri di priorità sono una realtà e la riforma Cartabia ha attribuito un ruolo non secondario al Parlamento nell’approvazione dei criteri generali che definiranno la cornice entro cui le singole procure individueranno altri specifici criteri in relazione alle realtà criminali del territorio. È stata dunque tracciata la strada per un esercizio responsabile e trasparente della obbligatorietà dell’azione penale in termini compatibili con il dettato costituzionale.

Al contrario, ipotizzare in un unitario progetto separazione delle carriere e discrezionalità dell’azione penale lascia fatalmente intravedere un pubblico ministero onnipotente che, dovendo rispondere della accresciuta discrezionalità e nonostante le buone intenzioni del ministro, non può che diventare braccio esecutivo delle forze politiche di volta in volta dominanti. Occorre evitare il rischio che il potere di indagine usato da un soggetto non imparziale né indipendente possa costituire un vulnus per la democrazia, in quanto usato in modo strumentale per difendere gli amici e attaccare i nemici.

L’Espresso, 21 dicembre 2022

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