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domenica, agosto 07, 2022

Il Pm del processo, ora al Csm. Di Matteo: “Tesi pericolosa, così si legittima la zona grigia”

PALERMO — «Questa sentenza ribadisce che una trattativa fra pezzi dello Stato e Salvatore Riina ci fu», dice Nino Di Matteo, uno dei pm del processo “Stato-mafia”, oggi componente del Consiglio superiore della magistratura. 

«A cercare il capo di Cosa nostra, subito dopo il sangue sparso con la strage di Capaci, furono esponenti dello Stato. Con buona pace di quelli che hanno continuato a parlare di una fantomatica trattativa e di teorema del pubblico ministero». 

Come valuta la sentenza depositata dai giudici della corte d’assise d’appello? 

«Mi lascia molto perplesso e preoccupato l’affermazione di un principio che sembra giustificare la possibilità che si possa trattare con i vertici di Cosa nostra per favorire una fazione piuttosto che un’altra, con il dichiarato intento di far cessare le stragi. Una sorta di ragion di Stato non dichiarata e pertanto inaccettabile in una democrazia». 

La procura generale sta valutando il ricorso in Cassazione. 

«Mi chiedo cosa penserebbero di questa sentenza le centinaia di vittime istituzionali e non della violenza mafiosa che hanno pagato con il sangue l’intransigenza e la scelta di non cercare alcun patto o compromesso con la mafia. Mi piace ricordare le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che l’anno scorso, alla commemorazione per la strage di Capaci, disse: “Nessuna zona grigia, omertà, o si sta contro la mafia o si è complici dei mafiosi, non ci sono alternative”». 

La sentenza sembra riaprire anche un altro capitolo di questa lunga stagione giudiziaria, quello relativo alla mancata perquisizione del covo di Riina. 

«È ulteriormente inquietante che, come io e i miei colleghi avevamo sostenuto nel processo di primo grado, la mancata perquisizione nel covo di Riina sia stato un segnale per incoraggiare il dialogo a distanza. E quindi per rafforzare la trattativa in corso». 

Cosa dice la pronuncia di secondo grado? 

«Alla luce di questa sentenza, che non condivido, e che spero venga impugnata, sono fiero di avere insieme ai miei colleghi Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e prima Antonio Ingroia contribuito a fare emergere fatti storici ritenuti dai giudici provati, fatti che hanno attraversato la storia opaca e ancora in parte da chiarire dello stragismo mafioso. Ma sulla trattativa non bisogna dimenticare un’altra sentenza, definitiva». 

I giudici di Firenze scrissero parole pesanti. 

«La corte d’assise che si è occupata delle stragi del 1993 ha sottolineato come l’iniziativa del Ros di fatto rafforzò in Riina il convincimento che la strategia di attacco allo Stato fosse quella giusta. Un’iniziativa dagli effetti devastanti». 

s.p.

La Repubblica, 7/8/22

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