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domenica, agosto 07, 2022

Le motivazioni della sentenza. Stato-mafia, perché è stato assolto Mori: “La trattativa serviva a fermare le stragi”


di SALVO PALAZZOLO

“Nessun legame con l’omicidio Borsellino”. Restano le ombre su Dell’Utri: “Contatti con i boss fino al ‘94” 

PALERMO — Una cosa a metà fra la “trattativa politica e una mera trattativa di polizia” per dividere Cosa nostra. Ma anche “un’improvvida iniziativa” accettata dal boss Salvatore Riina. Gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno misero in atto una vera e propria trattativa con il vertice di Cosa nostra attraverso un dialogo segreto avviato con l’ex sindaco Vito Ciancimino, dopo la strage di Capaci. Ma non è reato, dicono i giudici della corte d’assise d’appello, che nel settembre scorso hanno ribaltato le condanne: l’unico obiettivo degli investigatori era fermare la strategia delle bombe. 

«Scartata in partenza l’ipotesi di una collusione dei carabinieri con ambienti della criminalità mafiosa — scrivono il presidente Angelo Pellino e il giudice a latere Vittorio Anania nelle 2971 pagine della sentenza — e confutata l’ipotesi che essi abbiano agito per preservare l’incolumità di questo o quell’esponente politico, deve ribadirsi che nel prodigarsi per aprire un canale di comunicazione con Cosa nostra che creasse le premesse per avviare un possibile dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi, furono mossi piuttosto da fini solidaristici (la salvaguardia dell’incolumità della collettività nazionale) e di tutela di un interesse generale — e fondamentale — dello Stato». 

Dunque una ragion di Stato guidò quella pericolosa trattativa con un pezzo di Cosa nostra. Così, in appello gli uomini delle istituzioni sono stati assolti dal reato di minaccia a un corpo politico dello Stato (Mori e Subranni avevano avuto 12 anni, De Donno 8). Per i boss è stata invece confermata la condanna: 12 anni per Antonino Cinà, il medico di Riina, che recapitò le richieste del vertice mafioso per fermare le stragi; 27 anni per Leoluca Bagarella, che avrebbe avuto un ruolo nella seconda trattativa, quella del 1993, da cui è stato invece assolto Marcello Dell’Utri. Per i giudici, l’ex senatore «aveva piena conoscenza» del progetto «ricattatorio-minaccioso» dei boss, ma «non c’è prova che abbia fatto da tramite per comunicarlo a Berlusconi quando era presidente del Consiglio». Un’assoluzione piena, «perché il fatto non sussiste», ma restano pesanti le parole dei giudici, che datano i rapporti di Dell’Utri con esponenti mafiosi, con Vittorio Mangano in particolare, fino al 1994. E non fino al 1992, come invece fatto dalla corte che ha condannato l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. Una finestra temporale che potrebbe rilanciare l’inchiesta della procura di Firenze che vede indagati Dell’Utri e Berlusconi per concorso nelle stragi del 1993. 

Un altro passaggio della sentenza è destinato a riaprire le investigazioni della procura di Caltanissetta sulla bomba di via d’Amelio: per i giudici d’appello, l’accelerazione della morte di Paolo Borsellino non fu determinata dalla scoperta della trattativa, ma dall’interesse che l’allora procuratore aggiunto aveva manifestato per il dossier mafia e appalti predisposto proprio dal Ros. Dunque, carabinieri assolti. Ma le motivazioni non diventano più tanto nobili quando si scende nel dettaglio dell’operazione “trattativa”. Per favorire la spaccatura all’interno di Cosa nostra, si sarebbe «favorito indirettamente lo schieramento che appariva meno pericoloso». Ovvero quello di Provenzano. I giudici parlano di “sconcertanti omissioni” che seguirono alla cattura di Riina, a proposito della mancata perquisizione del suo covo. «Pur in assenza di un accordo con Provenzano», era un «segnale di buona volontà a proseguire il dialogo». Per i giudici, i carabinieri finirono per “favorire la latitanza di Provenzano in modo soft”. Chi invece non doveva entrare nell’inchiesta, dice la sentenza, erano l’ex presidente Scalfaro e l’ex ministro Conso, accusati di cedimenti sul 41 bis: «Ingeneroso, fuorviante, un errore di sintassi giuridica», scrive la corte. 


La Repubblica, 7/8/2022

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