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mercoledì, agosto 31, 2022

Morto Gorbaciov. L'ultimo Segretario generale, il primo riformatore

Mikhail Sergheevic  Gorbaciov  

di EZIO MAURO 

Il ritratto del padre della perestroika: aveva 91 anni

"Slava Bogu", gloria a Dio, disse a sorpresa Mikhail Sergheevic Gorbaciov in quel cortile dell'asilo dov'erano schierati i bambini per salutarlo nella visita di Stato in Finlandia. I due corrispondenti che lo avevano seguito fino a quell'inutile coda del cerimoniale di giornata cercarono di raggiungerlo per chiedergli conto di quelle due parole clamorosamente estranee al vocabolario ufficiale sovietico, ma furono bloccati dagli uomini del Kgb mentre Raissa Maksimovna, la moglie del leader russo, lo portava via di fretta, avvertito il pericolo. La banda militare sulla piazza incominciò a suonare e la musica sovrastò il dubbio dell'eresia comunista finale, sospeso nell'aria: il Segretario Generale del Pcus credeva forse in Dio, nel segreto della sua coscienza comunista? Quattro anni dopo, ormai deposto dal potere, Gorbaciov potè finalmente rispondere privatamente a quella domanda:

era stato battezzato nel villaggio di Stavropol per volontà della vecchia nonna, ma tutto si era fermato a quel giorno, non era religioso anche se riconosceva che senza quel Papa slavo, con cui era scattato qualcosa di "magico" fin dal primo incontro in Vaticano, nulla di quel che era cambiato nell'Est europeo sarebbe potuto accadere.

In realtà non credeva più da tempo in nessun Dio, il Presidente dell'Unione Sovietica, nemmeno nell'idolo comunista mummificato per sempre sulla Piazza Rossa. "Lo conosco bene, garantisco io per lui - disse Andrei Gromiko al Plenum del Comitato Centrale del Pcus che doveva eleggerlo, nella primavera del 1985. -. E' giovane ma ha i denti d'acciaio". Il partito era stremato e febbricitante, come se avesse fisicamente vissuto sul suo corpo gigantesco l'eterna agonia di Kostantin Cernenko, il Segretario Generale morto a 74 anni dopo dodici mesi in cui non si mostrava in pubblico, per un male che il pudore liturgico del Pcus non riusciva nemmeno a pronunciare in pubblico. Dopo la lunga stagnazione brezneviana, il Pcus aveva tentato una modernizzazione ideologicamente controllata, affidandosi alla specializzazone del capo del Kgb, Jurij Andropov. Il suo regno fu però brevissimo, spezzato da una malattia, e il vecchio apparato comunista preferì non correre avventure affidandosi con Cernenko al campione della vecchia guardia. Ma nei mesi dell'immobilismo, senza una leadership visibile, la superpotenza appassiva, sempre più rinchiusa su se stessa e il sistema sentiva dissolversi autorità ed energia in una sorta di autofagia della nomenklatura che occupava il potere più che esercitarlo, consumandosi.

In quei pochi anni, nella clinica dov'era ricoverato lontano dai rigidi protocolli leninisti del Cremlino, Andropov (che aveva in mano i dossier di tutto il partito) si era intanto creato un network informale di giovani comunisti, li interrogava, li consultava, li metteva in contatto tra di loro, li studiava da vicino. Era la nuova leva, pronta il giorno in cui la crisi del sistema avesse consigliato all'istinto di sopravvivenza del vecchio Pcus di saltare una generazione, tentando il rinnovamento. L'11 marzo del 1985 con l'avallo di Gromiko quel momento arrivò, e Gorbaciov entrò a 54 anni al Cremlino come Segretario Generale, capo del partito e del Paese di cui quel partito era l'unico padrone.

Con vent'anni in meno del suo predecessore, Gorbaciov rappresentò subito per tutto il mondo una rottura iconografica, spezzando per sempre l'immagine compatta e immobile dei capi del Politbjuro schierati come un unico blocco di potere inscalfibile sul granito del mausoleo di Lenin ad ogni Ottobre, con le stesse sciarpe grigie, i gesti identici, i medesimi cappelli sovietici. Non era soltanto l'anagrafe, che nel Paese della paralisi gerontocratica già da sola rimetteva in movimento una storia bloccata: al nuovo Segretario Generale il partito affidava il compito di un cambiamento troppo a lungo rinviato, naturalmente nel registro rigoroso dell'ortodossia comunista, perché la superpotenza padrona di metà del mondo aveva improvvisamente scoperto sul bordo estremo della Guerra Fredda di avere i piedi d'argilla.

L'uomo che entrò quel giorno dalla Torre Spasskaja per assumere su di sé il comando e il mistero del Cremlino non aveva una teoria del cambiamento e nemmeno una teoria politica. Veniva dal villaggio di Privolnoe nella regione di Stavropol, qui aveva dato il primo bacio a una ragazza che recitava con lui nel teatro del Paese, aveva studiato economia agraria poi era diventato capo del partito locale a 39 anni, a 47 era entrato nel Comitato Centrale, dopo che a Mosca si era innamorato di una studentessa di un anno più giovane che aveva sposato quasi subito, Raissa Titarenko. Il profilo di un bolscevico di provincia con un'unica finestra sul mondo, inconsueta, quando dopo una visita ufficiale di partito a Parigi i giovani e sconosciuti Mikhail Sergheevic e Raissa Maksimovna affittano una Renault e viaggiano da soli per quindici giorni attraverso la Francia, quasi una fuga con gli occhi sovietici per la prima volta spalancati sull'Europa e sull'Occidente.

L'orizzonte dentro il quale Gorbaciov si muove è tutto all'interno del comunismo fatto Stato, una corazza che va rinnovata per poter essere conservata, quasi una straordinaria manutenzione. Non c'è un progetto culturale o un ceto sociale di riferimento. C'è il cambiamento come necessità che diventa rapidamente una scelta, quindi una politica, con il suo programma riassunto in due parole - perestrojka e glasnost - che fissano l'obbligo ma anche il limite della nuova avventura. Il sistema va ristrutturato, resettato, perché non funziona. Ma il sistema non è in discussione. Il Segretario mette in movimento un meccanismo di riforma che non sa dove porterà. Ma che intanto, poco per volta, scardina vecchi equilibri, attira l'attenzione del mondo, brucia la sponda da cui è partito. L'altra sponda, quella della democrazia, non si avvicinerà mai nei sei anni del cambiamento. Il gorbaciovismo non concepisce una fuoruscita dal sistema, il leader è leale con il partito che lo ha scelto e che via via lo contrasta perché ha terrore delle riforme, e il comunismo sovietico ferma il suo nuovo alfabeto su due concetti intermedi a sovranità limitata (ristrutturazione, trasparenza), senza mai giungere all'approdo definitivo della democrazia, della verità.

Ma in un Paese irrigidito dall'ideologia e prima dal terrore, per settant'anni, il movimento scomposto e disordinato, e tuttavia liberatorio della perestrojka ha agito come un terremoto improvviso che cambiava le regole interne al Paese, modificava il costume, investiva la politica estera fino a far sembrare possibile l'impossibile, superando la soglia russa dell'incredibile. I russi, piegati dalla sovietizzazione, non volevano più credere, trasformati da sudditi in bolscevichi senza mai essere diventati cittadini a pieno diritto. Ma ecco che la glasnost libera a sorpresa "Pentimento", il film di Abuladze sullo stalinismo, e tutti corrono a riempire le sale per vederlo. Ecco che il regista Ljubimov torna dall'esilio e per lui si aprono le porte proibite del teatro Taganka, e può far volare Margherita su quel palco fino alle braccia del Maestro. E poi il telegiornale "Vremja" che alle 9 di sera mostra il ritiro dell'Armata Rossa dall'Afghanistan, inquadrando il generale Gromov che attraversa per ultimo il ponte sull'Amu-darja. Ecco la trattativa sugli euromissili che comincia davvero, e decolla. E quel treno che arriva da Gorkij alle sette meno un quarto di una mattina di dicembre per sbarcare alla Jarovslaskij Vaksal Andrei Sacharov ed Elena Bonner, i dissidenti liberati per sempre dalla maledizione comunista del confino. Cominciano a credere che sia possibile tornare a sperare persino i "shestidisiatniki", gli uomini che erano giovani durante gli Anni Sessanta e che si erano esposti a sostegno del disgelo kruscioviano, subito abiurato e rinnegato dal ritorno d'ordine brezneviano, con la sua repressione e il grande freddo sulle illusioni.

Nel mondo per prima rompe l'isolamento Margaret Thatcher, leader d'acciaio dell'Inghilterra e dei conservatori, spiegando che "con quest'uomo si può fare business", l'Occidente si può fidare. Poi sbarca addirittura a Mosca l'uomo che aveva battezzato l'Urss come "l'impero del male" e le televisioni occidentali inquadreranno Ronald Reagan mentre fa uno strappo al protocollo e d'accordo col Cremlino passeggia sull'Arbat, stringendo la mano ai passanti stupefatti come i cameramen della Cnn che stanno trasmettendo l'inimmaginabile. Quindi la visita del Segretario Generale in Vaticano, quel lungo colloquio con Karol Wojtyla, le fotografie e il giorno dopo la benedizione del Papa polacco che ricambia il favore: "Anche senza di lui, senza questo leader russo, niente di quel che è successo all'Est sarebbe stato possibile".

Ma la storia che Gorbaciov aveva liberato dalla fissità ideologica, comincia a ribellarsi a lui, pretendendo di fare il suo corso fino in fondo. Il partito è l'unica leva del cambiamento, in un Paese che non ha una classe dirigente di ricambio, ma il partito diventa la forza di resistenza. Gorbaciov tenta di spostare l'asse del potere verso lo Stato, diventando Presidente, ma l'operazione rimane a metà e il Paese diventa un mostro a due teste. Soprattutto l'economia s'inceppa, l'iniziativa privata non parte perché manca quella propensione culturale, genetica che ci sarà in Cina, mentre la macchina degli approvvigionamenti statali viene messa in crisi con la carne razionata in 26 regioni della Federazione russa nel 1989, anno quarto dell'era gorbacioviana, il burro in 32, lo zucchero in 53. Quando i minatori della "Fossa del Porco", la vecchia "Miniera Stalin" del Kuzbass nella Siberia occidentale si fermano perché manca non solo il cibo, ma i vestiti di lana e addirittura il sapone, va in scena il primo clamoroso sciopero nel paradiso dei lavoratori, spia di un mondo che si sta rovesciando su se stesso.

Sollecitata da troppe parti, senza una strategia, la corazza eterna del sovietismo si spezza. Un milione di persone sbucano in piazza a Vilnius dietro una croce per reclamare l'indipendenza, nella televisione di Stato una sera del '90 a Tallin riemerge all'improvviso e in diretta la lingua estone al posto di quella russa, qualcuno in Ukraina copre con la vecchia bandiera nazionale la statua di Lenin perché non veda e non senta i consiglieri regionali che inaugurano la seduta del 19 aprile 1990 con la preghiera del "Padre nostro", mentre nelle repubbliche caucasiche si alzano urla di ribellione contro il Cremlino, insieme con invocazioni ad Allah, santo anche nelle vendette. Tutti i vecchi dei sembrano darsi convegno nel cielo in burrasca sopra il Cremlino.

Ma sotto, la terra russa ribolle. Bisognava forse cogliere il presagio infausto della fuga nucleare a Chernobyl. Tutto il resto segue. Nei Paesi Baltici l'impasse gorbacioviano è un'occasione storica perché quei popoli riprendano in mano il loro destino, tentino di forzare la sovrastruttura sovietica ed escano dalla prigione dell'Unione. Nei Paesi satelliti si coglie il cambio d'epoca che porterà alla caduta del Muro. Ma è nella capitale che avviene l'irreparabile. Cacciato dal partito, Boris Eltsin per la prima volta si ribella, si candida contro il Pcus e dunque contro Gorbaciov e diventa presidente della Russia. Dal blocco della costruzione stalinana del sovietismo si stacca e riemerge la Russia eterna, e si presenta sulla piazza Rossa come soggetto politico autonomo, anzi antagonista. Da quel momento, chiuso nel suo ufficio al Cremlino Gorbaciov diventerà Mikhail Senzaterra.

Comincia l'assalto al Segretario senza un partito fedele, a capo di un Bjuro senza autorità, issato su un sacrario senza più fede. I conservatori di Ligaciov lo accusano di aver svenduto l'ortodossia, quasi un tradimento ideologico. I radicali lo condannano per aver risvegliato le speranze sepolte nel Paese per poi deluderle, più di un tradimento morale. Il popolo gli imputa gli scaffali vuoti, una riforma che inceppa il vecchio e non realizza il nuovo. In realtà due Gorbaciov camminano ormai per le strade del 1991: fuori dalla Russia Mikhail Sergheevic è il primo riformatore di un sistema costruito col ferro e col fuoco per durare per sempre. In patria è l'ultimo Segretario Generale, capo di una nomenklatura odiata e subita alla quale si brinda in silenzio nelle case a Capodanno, augurandosene la morte. Ma le due immagini si sovrappongono nell'uomo che deve essere il guardiano del sistema e l'autore delle riforme che possono scardinarlo. E fino all'ultimo Gorbaciov sarà dominato da questo doppio demone che si può riassumere in una formula sempre più disperata, che ripeterà a Cuba, sbeffeggiato da Castro e a Berlino Est, respinto da Honecker: bisogna riformare il comunismo per consentirgli di sopravvivere, perché il cambiamento è l'unico orizzonte possibile per il comunismo di fine secolo.

Oltre questa frontiera dell'impossibile, l'uomo della perestrojka non riesce a spingersi nemmeno nell'immaginazione, perché questa è la curva estrema della sua formazione e anche della deformazione possibile del sistema. Ogni piccola apertura diventa infatti incontrollabile nel Paese del totalitarismo. Quando a Mosca un embrione di pluralismo consente ai primi candidati liberi di presentarsi nelle assemblee elettorali, il dibattito diventa subito un processo agli uomini del partito: "Di quanti metri quadrati è il tuo appartamento"? "Dov'eri ai tempi di Breznev"? "Dove compri le tue medicine"?

Finché nell'agosto del '91 scatta il golpe comunista classico, con Gorbaciov agli arresti nella sua dacia di vacanza e il quadrilatero di ferro che prende il potere, con Janaev capo dell'apparato di partito, Krjuchkov capo del Kgb, Yazov capo dell'Armata Rossa, Pugo capo delle truppe dell'Interno nella giunta d'emergenza. Durerà poco per la ribellione di Eltsin in strada sul carrarmato. Poi lo scioglimento del pcus imposto in diretta televisiva a Gorbaciov con il dito puntato in un'accusa storica, accumulata in silenzio per settant'anni. Quel simulacro di golpe dimostra la verità del vecchio detto russo secondo cui "lo zar può essere soltanto sanguinario, o insanguinato", così come la vicenda gorbacioviana testimonia al mondo che il comunismo fatto Stato può essere spezzato ma non riformato.

Quando scende la bandiera con la falce e il martello dalle torri sulla Piazza Rossa Gorbaciov è già nella solitudine dell'ultimo comunista sovietico, uno zar deposto. Gli è concesso di sopravvivere, chiuso in quella sua Fondazione sul Leningradskij Prospekt che via via ad ogni cambio d'era al Cremlino si vede requisire prima tre stanze, poi un piano, poi due, fino a rimpicciolirsi nel ricordo di una grandeur perduta, e riconosciuta soltanto fuori dalla Russia. Lì dentro, col fedelissimo Cernaiev, Gorbaciov ha contato per anni i seguaci che se ne sono andati ad uno ad uno, mentre la "vertushka", il telefono che collega la nomenklatura sovietica col centralino del potere, non squillava ormai più. 

L'ultima volta che l'ho visto, Mikhail Sergheevic sedeva alla scrivania in maglione, senza bandiere a fianco. Alla fine mi ha portato nella stanza dei trofei, dove sui muri c'è una lunghissima teoria di fotografie che lo ritraggono con i grandi del mondo, Reagan, Arafat, Giovanni Paolo II, Jaruzelsky. Si fermava davanti alle immagini che erano tappe di un'altra vita, raccontava qualche segreto di quegli uomini potenti, il retroscena di un incontro. E il visitatore invece nelle foto guardava la sua immagine giovanile, quell'energia sovietica che spuntava dagli abiti di regime sempre uguali a se stessi, e faceva sperare in una rivoluzione democratica che non avvenne, e tuttavia nella sua forma incompiuta e confusa rimise in movimento la storia e la geografia di un continente intero, imprigionate per decenni.

Spente per sempre le luci delle telecamere straniere, che nella morte oggi si sono riaccese per l'ultima volta raccontando al mondo chi è stato Gorbaciov, chissà se i russi nei prossimi giorni porteranno un fiore sulla sua tomba senza onori di Stato, restituendogli quello "slava bogu" che gli scappò quel pomeriggio dell'altro secolo in Finlandia: in un paradossale "gloria a Dio" per l'ultimo Segretario Generale che morendo oggi prende su di sé tutte le colpe, l'eredità e i segni ancora visibili di un'epoca grandiosa e terribile. Se ne va proprio mentre la Russia invadendo l'Ucraina rinnega la sua visione di una coesistenza possibile tra i due imperi, garanzia di pace. Capo dell'onnipotenza comunista, Gorbaciov aveva provato a privilegiare il diritto sulla forza. Ma la tentazione democratica era una colpa insopportabile nella Russia di allora, oggi è addirittura un peccato mortale. Mikhail Sergheevic era sopravvissuto alla "grande epoca" e al suo stesso tentativo di correggerla: oggi, ignorato dal potere e dai cittadini, era ormai un eretico silenzioso famoso in tutto il mondo, dimenticato nel suo Paese.

La Repubblica, 31/8/2022

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