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martedì, agosto 23, 2022

ANNIVERSARI. L’inno alla pace di Sisifo

Le fatiche di Sisifo, olio su tela di Antonio Zanchi (1660-1665 circa). Sepia Times/Universal Images Group via Getty Images


di FILIPPO LA PORTA

La lezione etico-politica di Camus resta una delle eredità più preziose del secolo scorso. A ottant’anni dal suo capolavoro

Si ritiene generalmente che un’attenzione ostinata, paziente alle sfumature sia un esercizio ozioso, e che invece nella vita morale bisogna andare virilmente all’essenziale. Eppure si tratta di una falsa radicalità, come ci ha mostrato Albert Camus, e proprio in situazioni estreme come la guerra. Vediamo in che modo. Ricorre proprio quest’estate l’anniversario del Mito di Sisifo(1942, pubblicato qualche mese dopo Lo straniero ) di Camus. Non sarà inutile interrogarsi sull’unico caso, nell’intero Novecento, di un libro che partendo da una premessa nichilista (la vita non ha senso) conclude nella celebrazione della vita, del qui ed ora, della forza del presente. Sisifo, nel mito greco, ridiscende ogni volta dalla montagna a spingere di nuovo il masso rotolato giù. Un destino assurdo, un «lavoro inutile e senza speranza».

Eppure è il suo destino, fatto di gioia e di dolore, gli appartiene e lo accetta lucidamente, e lui per un attimo ne è riempito, ne è paradossalmente felice! La lezione etico-politica dello scrittore francese resta una delle eredità più preziose del secolo scorso: un pensiero radicale che non smarrisce ma il senso della misura. Camus riconosce l’ambiguità della realtà, di ogni nostra azione e parola, eppure non ne ricava una morale dell’ambiguità. Anzi, ritrova una bussola morale nel sapere distinguere le sfumature. Un’arte sottile, non riducibile ad artificio retorico. Prendiamo la attuale guerra in Europa, a noi vicina, giunta ormai al sesto mese. 
La risposta dello scrittore, convinto pacifista, di fronte al dovere di difendere la sua patria dai nazisti nel 1943, fu inequivocabile: battersi, però disprezzando la guerra! Non un ingegnoso sofisma ma appunto una fondamentale “sfumatura”, una risposta oggi da meditare, indipendentemente dalle proprie posizioni sul sostegno alla resistenza ucraina. Appena qualche anno dopo Camus nell’ Uomo in rivolta auspica un mondo in cui l’omicidio non sia più legittimato. Anche un solo omicidio infatti non permetterà più all’insorto di «richiamarsi alla comunità degli uomini da cui traeva giustificazione ». Tra omicidio e rivolta — assunta come il modello più alto dell’agire umano davanti «a una condizione ingiusta e incomprensibile» — vi è incompatibilità logica: «Basta che un solo uomo scinda un solo essere dalla società dei viventi per escludere se stesso». Una posizione limpida e intransigente, che gli costò l’accusa di moralismo da parte dei marxisti. Ah, se la generazione del ’68 non avesse rifiutato il libertario Camus, considerato colpevolmente moderato, a favore del “tattico” Sartre, che preferì non dire la verità sui gulag sovietici per non indebolire gli operai della Renault... 
Ma torniamo a Camus, che negli anni della guerra entra nelle file della Resistenza diventando redattore capo del suo organo clandestino, Combat , su cui scrive editoriali che insieme celebrano la Resistenza e ribadiscono il suo credo pacifista. Ricordo solo la sua denuncia —piuttosto solitaria — della bomba atomica di Hiroshima (agosto 1945): dopo quell’evento «la pace è la sola battaglia per la quale valga la pena di combattere». Ma proprio questi principi erano stati messi a dura prova negli anni del conflitto mondiale, tanto che nel 1943 decide di scrivere quattro lettere a un immaginario «amico tedesco », per chiarire meglio la sua posizione, di adesione alla Resistenza armata (una guerra di popolo, difensiva) ma «serbando intatto il gusto per la felicità». 
Nelle lettere troviamo la scelta della giustizia — «per restare fedele alla terra» — della resistenza all’aggressore, tentando di salvare una propria irriducibile alterità, e dunque imponendo alla violenza stessa una misura. Soprattutto in queste lettere invita a combattere senza odio e senza eccitazione bellicistica («La guerra non ci piace»), anzi conservando in mezzo alla violenza «il ricordo di un mare placido, di una collina indimenticabile, il sorriso di un volto caro». Ed è «la nostra arma migliore — prosegue Camus — quella che mai riporremo. Perché se un giorno la perdessimo allora saremmo morti come voi». Il punto non è di eliminare la violenza dalla Storia ma di limitarla, di usarla in modo proporzionato, di evitare la brutalità. A volte la coscienza ci impone di combattere il male, ma dobbiamo sapere che noi che lo combattiamo non incarniamo il bene (soltanto questo ci assegna un limite). 
In quegli anni Simone Weil, amata da Camus, elogia l’ Iliade perché pur essendo un poema epico, che fatalmente celebra i duelli e le imprese eroiche dei combattenti, conserva una equanimità di fondo, e neanche per un momento ci fa perdere di vista tutto quello che la guerra ci porta via: la felicità della vita ordinaria, la quiete silenziosa di un paesaggio, gli affetti domestici. 
Camus riafferma nelle lettere la sua fede umanistica, solo apparentemente ingenua: «A parità di energia la verità ha la meglio sulla menzogna ». Potrebbe trattarsi di una scommessa pascaliana, di mito illusorio — specie sul piano della Storia — ma abbiamo bisogno di miti civili capaci di ispirare il nostro comportamento. Fare la guerra pur disprezzandola! Ci sembra solo un paradosso, una sfumatura (e chissà se solo le donne, oggi, potrebbero davvero mettere in pratica quel monito)? Ma Camus difende proprio le sfumature: «Combattiamo per la sfumatura che distingue lo spirito di sacrificio dal misticismo, l’energia dalla violenza, la forza dalla crudeltà, per la sfumatura ancora più tenue che separa il falso dal vero...». In fondo, nell’ambito dell’umano, della ambivalenza tragica, insondabile dell’umano — dove si intrecciano bene e male, e dove Sisifo trova una felicità nella consapevolezza del limite — cos’altro ci si può proporre se non battersi per le sfumature? 

La Repubblica, 2: agosto 2022

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