giovedì, agosto 25, 2022

«Riina fu catturato grazie a Lombardo»


Trattativa Stato-mafia, i giudici nella motivazione: il maresciallo ebbe una soffiata fondamentale

Fabio Geraci

Fu sua l’indicazione decisiva che permise agli uomini del Ros di catturare Totò Riina nel covo di via Bernini, ma per questa intuizione investigativa non ricevette alcun riconoscimento. Anzi il maresciallo Antonino Lombardo non fu nemmeno difeso dai suoi superiori quando, durante la trasmissione televisiva Tempo Reale di Michele Santoro, gli allora sindaci Leoluca Orlando e Manlio Mele (che guidava il Comune di Terrasini), insinuarono che fosse colluso con la mafia. Con il suo bagaglio di contatti creati sul territorio, Lombardo era diventato l’unico carabiniere con cui il boss Tano Badalamenti, in prigione negli Usa, era disposto a parlare, tanto che il mafioso aveva chiesto di essere scortato proprio da lui in occasione del suo rientro in Italia per testimoniare al processo Andreotti: un viaggio che però non si fece mai perché, pochi giorni prima del volo, il maresciallo era finito sotto attacco in tv.

Accuse pesantissime che qualche giorno dopo, il 4 marzo del 1995, lo spinsero a suicidarsi a 49 anni con un colpo di pistola alla tempia - almeno questa è la tesi ufficiale - nella sua auto parcheggiata all’interno della caserma Bonsignore, oggi dedicata a Carlo Alberto Dalla Chiesa e sede del Comando legione carabinieri Sicilia. Una vicenda ancora non del tutto chiarita, sulla quale però i giudici hanno provato a mettere un punto fermo nelle motivazioni della sentenza d’appello sulla trattativa Stato-mafia, restituendo all’ex comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini il ruolo centrale svolto nell’inchiesta che portò all’arresto dei capo dei capi di Cosa nostra. La vulgata finora passata quasi sempre per verità ufficiale, ma da qualche tempo ridimensionata, voleva che sarebbero state le rivelazioni di Balduccio Di Maggio, boss di San Giuseppe Jato ed ex autista di Riina, a indirizzare le indagini per individuare il nascondiglio. Più di recente Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, aveva sostenuto che il padre aveva dato indicazioni utili per gli inquirenti. Specchietti per le allodole, per nascondere le vere fonti delle informazioni che portarono a individuare il covo di via Bernini, in cui oggi ha sede la stazione dei carabinieri di Uditore. Di Maggio fu portato lì dal Ros e si limitò a riconoscere Riina all’uscita dal residence, dopo avere individuato, in un video mostratogli dai carabinieri guidati dal Capitano Ultimo, la moglie del capo dei capi: Ninetta Bagarella, che, in auto, usciva dal cancello del complesso costruito dagli imprenditori Sansone.

Il collegio presieduto da Angelo Pellino, a latere Vittorio Anania, ora descrive una realtà completamente diversa e cioè che era stato il maresciallo Lombardo, grazie alle sue fonti confidenziali, a svelare che Raffaele Ganci, capo della potente famiglia mafiosa della Noce, si stava facendo carico, assieme ai suoi figli, di proteggere la latitanza del superboss. Erano questi i personaggi da tenere d’occhio e di questo Lombardo riferì nel corso di una riunione all’allora vice capo del Ros, il colonnello Mario Mori, al maggiore Mauro Obinu, comandante del reparto sulla criminalità organizzata e a Ultimo, alias Sergio De Caprio, l’investigatore incaricato di allestire la squadra operativa per rintracciare Riina: «Una soffiata - si legge nell’ordinanza - che si rivelerà fondamentale, oltre che esatta, per le successive indagini sfociate nella cattura del capo di Cosa nostra, e che poteva provenire solo da persone che facessero parte dell’entourage dello stesso Riina, o avessero contatti stretti con soggetti che ne facevano parte». Non si è mai saputo chi fosse la gola profonda che avesse fornito la dritta giusta al comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini, ma tra i suoi informatori principali c’era Francesco Brugnano, imprenditore vitivinicolo di Partinico di 59 anni, con qualche precedente penale per detenzione di armi, vicino a Bernardo Provenzano, o comunque a soggetti a lui vicini. Il suo cadavere fu trovato il 26 febbraio del 1995 con il cranio sfondato, nel bagagliaio della sua auto sulla strada statale a qualche chilometro di distanza da Terrasini, a poca distanza dalla casa dello stesso maresciallo.

«Quando si venne a sapere che Lombardo aveva dato un contributo fondamentale nella cattura di Riina per avere ricevuto una soffiata preziosa - continuano i giudici nelle motivazioni della sentenza - come ha detto Brusca, cominciarono a sospettare che Di Maggio non avesse avuto il ruolo determinante che gli era stato attribuito e a interrogarsi su chi potesse avere passato al maresciallo le notizie che erano servite poi all’indagine sfociata nell’arresto di Riina». Lo stesso Brusca, ricordano i giudici, si pose il problema assieme a Leoluca Bagarella e quando si seppe del suicidio del maresciallo il cognato di Riina, superkiller corleonese, si lasciò andare a un «commento sprezzante: “Se sapevo, invece di farti suicidare ti sarei venuto a cercare e ti avrei ammazzato io”. E i sospetti - continua la sentenza - ricaddero su Francesco Brugnano, che sapevano essere un confidente di Partinico, il quale poteva essere collegato a soggetti dell’area, tra virgolette, provenzaniana».

Ma quando i mafiosi decisero di interrogare Brugnano per venire a capo di un sospetto che si faceva sempre più concreto («Sì, volevamo capire chi aveva passato la confidenza al maresciallo Lombardo e dove l’aveva appresa, perché eravamo convinti che lui sapesse», ha aggiunto Brusca) qualcuno si mosse per primo: i cosiddetti uomini d’onore indossarono l’inedita veste di investigatori ma Brusca sostiene che «qualcun altro ha portato avanti l’omicidio, però non ce l’ha fatto interrogare». Un altro mistero nel mistero. (*fag*)

GdS, 25/8/2022

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