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domenica, agosto 28, 2022

Ernesto Basile, il gigante dell’architettura moderna


Danilo Maniscalco

Docente di Architettura Tecnica e Architettura tra le aule di Regio Istituto di Applicazioni per ingegneri e architetti e Regia Accademia di Belle Arti di cui fu anche direttore, animatore e fulcro del Circolo artistico palermitano, scompariva nell’estate di novanta anni fa Ernesto Basile, maestro Art Nouveau annoverato da Gustavo Giovannoni tra i pochi eccelsi ad avere costituito una scuola “moderna” di respiro europeo insieme a Otto Wagner e Theodor Fischer nella triade Palermo-Vienna-Stoccarda come “luoghi di scuola”. 

L’intera vita vissuta immerso nella bellezza tra natura e artificio, tradizione e innovazione, per la famiglia, gli allievi e per l’arte, dando costantemente prova di quella rara sensibilità artistica unita alla grande conoscenza tecnica in grado di costruire luoghi e oggetti dal raffinato e calibratissimo gusto estetico ancor oggi apprezzati in tutta Europa e pian piano riscoperti e ammirati nella sua città che il 20 novembre 2018 lo ha proclamato quale nuova icona urbana laica. Il primo progetto ”eclettico” in tandem col padre Giovan Battista Filippo nella Casa rossa a Santa Flavia nel 1878, la laurea a Palermo e l’esperienza tra Roma in cui progetta la villa per il pittore Josè Villegas y Cordero dopo l’assistentato con Enrico Guj, e il progetto per la Avenida de Libertaçao in Brasile nel 1888; i concorsi di architettura e dunque il ritorno definitivo in città nel 1891

dove, mentre è impegnato a definire il cantiere per L’Expo Nazionale di Palermo, è chiamato a sostituire il defunto amatissimo padre nei lavori di completamento del Teatro Massimo e alla cattedra lasciata vacante presso il Regio Istituto di Applicazioni, imprimendo negli anni successivi un’accelerazione culturale tale da poterne ancora sentirne l’eco sulle riviste coeve (The Studio, L’Architettura Italiana, Der Architekt), dentro gli archivi pubblici e privati, sulla pelle viva delle sue architetture disseminate nel capoluogo e nell’isola, tra Reggio Calabria e la capitale dove realizzerà: i Palazzi Rudinì e Florio-Vanoni, la Cappalla Rudinì al Verano e l’ampliamento della Camera dei Deputati di Montecitorio, unico Parlamento europeo in stile Floreale.

Un gigante Basile, capace di rappresentare al meglio insieme a Raimondo D’Aronco il Liberty italiano, intercettando il cambiamento delle sinuosità floreali provenienti dalle ricerche stilistiche del centro Europa da Horta a Van de Velde, sedimentandovi il proprio codice compositivo nell’armonica fusione a quelle acquisizioni formali provenienti dalla fase terminale del Tardo-eclettismo siciliano, costruendo di fatto un linguaggio autografo brillante e denso di “localismi stilistici” ben ancorati alla dimensione artigianale locale e al tempo stesso alla maturazione della ricerca modernista globalizzante. Linguaggio floreale già in nuce nei cantieri dei Palazzi Majorca-Francavilla e Bordonaro, anticipati nelle cappelle funerarie: Nicosia, Guarnaschelli e Raccuglia, evidenti nella Biblioteca di Palazzo Majorca e nella Sala da biliardo di Palazzo Filangeri ancora a Santa Flavia; esploso nel biennio 1900-01 in cui è ancora lui ad aprire il Novecento artistico italiano, a Palermo, sotto l’egida floreale con la Cappella Lanza, il Villino Vincenzo Florio e Villa Igiea, e che avrà il suo picco ideale nel 1903-04 con le realizzazioni del Salone Lo Bue-Lemos, del Secondo Palazzo Utveggio e col ciclo delle “Ville bianche” d’eco secessionista: Ida e Fassini (abbattuta). Collaborazioni intense e luminose con: Vittorio Ducrot, Salvatore Gregorietti e Rocco Lentini, Luigi Di Giovanni e Michele Cortegiani, Ettore De Maria Bergler e Antonio Ugo, Gaetano Geraci e Mario Rutelli, Giulio Aristide Sartorio e Domenico Trentacoste, porteranno alla costruzione di capolavori preziosi alla narrazione coerente della grande bellezza italiana nei manuali di storia dell’arte ancora oggi magicamente visibile nei siti originari. Oltre ottanta le opere “basiliane” ancora presenti in Sicilia di cui la maggior parte disseminate nel territorio palermitano, da unirsi alle centinaia di opere eclettiche e floreali di allievi ed epigoni, tutte bisognose di un non più rimandabile corale Piano Marshall di restauro, pena la dissoluzione di un patrimonio culturale unico in tutto il Mediterraneo.

Intanto Villa Ida lentamente procede verso il naturale divenire di Casa-museo mentre si attende l’esito delle linee guida per il concorso che prevede nell’ex area di Villa Lanza-Deliella alle croci il futuro Museo del Liberty siciliano. Se la costruzione di un monumento al più importante architetto siciliano appare necessario proprio nel solco del potenziamento della nostra identità culturale, bisogna ammettere che il motore più potente sia proprio il manifesto e crescente interesse nei riguardi di questo artista-umanista prestato alla disciplina architettonica e vissuto nella città felice della cosiddetta “Età dei Florio”. Quando morì, il mondo culturale né pianse la prematura dipartita con grande trasporto emotivo; della lunga carovana a seguito del feretro partito proprio da Villa Ida, ne ricordava l’intensa partecipazione popolare la pronipote Anita Titi Basile nei ricordi tramandati dalla madre Giuliana. Sintomatica testimone di quei giorni di grande cordoglio, rimane custodita presso l’Archivio Basile la lettera che un giovane Renato Guttuso scrisse al figlio Giovan Battista Filippo jr: «Egregio professore, ho appreso giorni fa, con molto ritardo la notizia della sventura che l’ha colpito. Lei sa quanto affetto abbia per lei e comprenderà la mia grande partecipazione al suo grande dolore. Ammiravo, Papà suo, come grande architetto, ed un’artista che muore lascia sempre un senso di vuoto nell’animo di chi fa la profezia dell’arte e comprende quindi la vita di un artista. La prego di scusare il ritardo con cui le scrivo. Ho molto lavoro qui a Perugia e non ho letto i giornali. Ho appreso la notizia per caso. Abbia quindi tutte le mie condoglianze e la certezza del mio rispettoso affetto per lei, suo R.G.».

GdS, 26/8/22

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