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mercoledì, agosto 10, 2022

L’INEDITO. Tolstoj: Pace e pace

Lev Tolstoj
Il grande scrittore russo si interroga sul senso della vita che può essere uno solo per l’uomo: anelare a bellezza e bontà. Tornando a uno stato infantile in cui non esistono pregiudizi. 

DI DI LEV TOLSTOJ

Il bene e il bello per l’umanità sono ciò che unisce gli uomini. Ebbene, se i partigiani delle scienze e delle arti avessero davvero come scopo il bene dell’umanità, non avrebbero ignorato il bene dell’uomo e, così facendo, avrebbero coltivato solo le scienze e le arti che si prefiggono tale scopo. Non ci sarebbero scienze giuridiche, scienze militari, scienze economico-politiche, né finanziarie, che hanno come unico scopo il benessere di alcune nazioni a discapito di altre. Se il bene fosse stato davvero il criterio della scienza e delle arti, le ricerche delle scienze positive, del tutto inutili in relazione al vero bene dell’umanità, non avrebbero mai acquisito l’importanza che hanno; e lo stesso vale per i prodotti delle nostre arti, buoni al massimo a distrarre gli oziosi.

La saggezza umana non consiste nel conoscere le cose. Perché c’è un’infinità di cose che si possono sapere; e conoscere il più possibile non costituisce saggezza. La saggezza umana consiste nel conoscere l’ordine delle cose che è bene conoscere, — consiste nel saper disporre le proprie conoscenze secondo la loro importanza. Ora, di tutte le scienze che l’uomo può e deve conoscere, la principale è la scienza di vivere in modo da fare il minor male e il massimo bene possibile; e di tutte le arti, quella di saper evitare il male e produrre il bene con il minor sforzo possibile. Ed ecco che tra tutte le arti e le scienze che pretendono di servire il bene dell’umanità, la prima delle scienze e la prima delle arti per importanza non solo non esistono, ma sono escluse dall’elenco delle scienze e delle arti. Quelle che nel nostro mondo vengono chiamate scienze e arti sono solo un immenso humbug ,una grande superstizione nella quale di solito incappiamo non appena ci liberiamo dall’antica superstizione della Chiesa. Per vedere chiaramente la strada che dobbiamo seguire si deve partire dall’inizio: dobbiamo alzare il cappuccio che ci tiene caldo, ma che ci copre la visuale. La tentazione è grande. Nasciamo, — o per lavoro, o meglio per una certa abilità intellettuale, ci issiamo sui gradini della scala, e ci troviamo tra i privilegiati, i sacerdoti della civiltà, della Kultur, come dicono i tedeschi; e ci vuole, come per un brahmano o un prete cattolico, molta sincerità e un grande amore per la verità e per la bontà per mettere in discussione i princìpiche ci conferiscono questa posizione di vantaggio. Ma per un uomo serio come voi che si interroga sulla vita non c’è scelta. Per cominciare a vedere chiaramente, l’uomo deve liberarsi dalla superstizione in cui si trova, sebbene gli sia vantaggiosa. È una condizione sine qua non. È inutile discutere con un uomo che si attiene a un certo credo, anche su un solo punto. Se il campo del suo ragionamento non è completamente libero, per quanto discuta, per quanto ragioni, non si avvicinerà di un passo alla verità. Il suo punto fermo bloccherà ogni ragionamento e lo distorcerà. C’è la fede religiosa, e c’è la fede nella nostra civiltà. Sono del tutto analoghe.Un cattolico dice: «Io posso ragionare, ma non al di là di ciò che mi insegnano le Scritture e la tradizione, che detengono la verità intera e immutabile». Un credente nella civiltà dice: «Il mio ragionamento si ferma davanti ai dati della civiltà: la scienza e l’arte. La nostra scienza costituisce la totalità della vera conoscenza dell’uomo. Se non possiede ancora tutta la verità, la possederà. La nostra arte con le sue tradizioni classiche è l’unica vera arte». — I cattolici dicono: «Esiste fuori dell’uomo una cosa a sé stante, come dicono i tedeschi: è la Chiesa». La gente del nostro mondo dice: «C’è una cosa a sé stante al di fuori dell’uomo: è la civiltà». — È facile per noi vedere gli errori di ragionamento nelle superstizioni religiose, perché non le condividiamo. Ma un credente religioso, anche cattolico, è pienamente convinto che esistauna sola vera religione — la sua; e gli sembra persino che la verità della sua religione sia provata dal ragionamento. Lo stesso vale per noi che crediamo nella civiltà: siamo pienamente convinti che esista una sola vera civiltà — la nostra; ed è quasi impossibile per noi vedere la mancanza di logica in ogni nostro ragionamento che vuole provare che, di tutte le epoche e di tutti i popoli, solo la nostra epoca e quei pochi milioni di uomini che abitano la penisola chiamata Europa siano in possesso della vera civiltà, fatta di vere scienze e vere arti. Per conoscere la verità della vita, che è così semplice, non serve qualcosa di positivo: — una filosofia, una scienza profonda; — è necessaria una sola qualità negativa: — non avere superstizioni. Bisogna mettersi nello stato di un bambino, o di un Cartesio, e dire a se stessi: — Non so niente, non credo a nulla, e non voglio altro che conoscere la verità della vita che sono costretto a vivere. E la risposta è stata data per secoli, ed è semplice e chiara. Il mio sentimento interiore mi dice che ho bisogno del bene, della felicità per me, per me solo. La ragione mi dice: tutti gli uomini, tutti gli esseri desiderano la stessa cosa. Tutti gli esseri, che come me sono in cerca della felicità individuale, mi schiacceranno: — questo è chiaro. Non posso possedere la felicità che desidero; ma la ricerca della felicità è la mia vita. Non poter possedere la felicità, e non tendervi, non è vivere. 

Estratto da “La verità della vita” di Lev Nikolaevi? Tolstoj, Castelvecchi editore. 

© 2022 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione 

La Repubblica, 9/8/2022

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