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martedì, agosto 23, 2022

LA SERIE ANIME ANIMALI/AFFINITÀ ELETTIVE. Il nostro pianeta delle scimmie


di SERENELLA IOVINO

Non lo dimostrano solo il dna, o gli studi sul campo di Dian Fossey e Jane Goodall: perfino un racconto di Franz Kafka intitolato “Una relazione” ci ricorda che i primati non sono antenati, ma fratelli. E capirlo aiuta a conoscerci. In questa serie sui nostri vicini non umani Serenella Iovino racconta i legami tra animali e letteratura 

Nel 1917 Franz Kafka pubblica un racconto intitolato Una relazione per un’accademia. Il conferenziere invitato a parlare è un signore che si presenta come Pietro il Rosso. Brillante e ben vestito, si distingue dagli illustri colleghi per un unico dettaglio: è una scimmia. Anzi lo era: e l’argomento della relazione è proprio la sua «trascorsa vita di scimmia», che lui ha deciso di barattare con una più confortevole vita umana dopo essere stato catturato in Africa. Gli è bastato, dice, imparare poche cose: sputare, fumare la pipa e bere acquavite. Con la prima ubriacatura ha iniziato a parlare (ha detto «Olà»).

Nel giro di cinque anni è risalito fino alla condizione umana, e ha addirittura acquistato «il grado di cultura media di un europeo ». Di anni ne sono già passati una sessantina da che l’evoluzionismo darwiniano è in giro, quando Kafka scrive: lunghi decenni di dibattiti, censure, fraintendimenti. 
Ai più, il fatto che discenderemmo dalle scimmie è un oltraggio inaccettabile (e per molti lo è ancora oggi). Kafka invece ci gioca. Perché Darwin, e questo lui lo sa, non ha mai detto che discendiamo dalle scimmie. Se così fosse, le scimmie dovrebbero essersi estinte, o essere dei fossili viventi. Darwin ha detto una cosa diversa: ossia, che noi siamo scimmie. In un passato lontanissimo, che ora sappiamo essere disvariati milioni di anni, ci fu un antenato comune a tutte le scimmie. Da quest’antenato, progressivamente, si sono staccati vari rami di discendenza. C’è quello più ampio, che Linneo, sensibile al ranking, volle chiamare «primati». E poi ci sono i rami più sottili. Il nostro, gli ominidi, ospita anche le grandi scimmie antropomorfe, quelle senza coda: scimpanzé, bonobo, gorilla, orango. Sono loro i nostri parenti più stretti. Con i primi due, lo scimpanzé (Pan troglodytes ) e il bonobo (Pan paniscus ), abbiamo in comune rispettivamente il 98,6% e il 99% di dna. È per questo che uno studioso americano, Jared Diamond, chiama l’homo sapiens «il terzo scimpanzé». E molto simili geneticamente siamo anche a gorilla (98%) e orangotango (97%). 
Simili però non significa uguali. Da quella frazione genetica infatti dipende il fatto che l’essere umano parla, pensa, filosofa, costruisce e distrugge città, dice «io». Che cosa comporta allora questa somiglianza? Dipende da come la guardiamo, e qui le possibilità sono due: o soffermarci solo sulle differenze, oppure allargare lo sguardo, e considerare anche quello che abbiamo in comune. La prima opzione è quella che hapiù a lungo connotato i nostri rapporti con le altre scimmie, e non in una maniera vantaggiosa per loro. Vedere solo le differenze, e ricavarne la prova della nostra superiorità, ci ha autorizzato a disporre di questi (come degli altri) animali per i nostri scopi, senza troppi scrupoli etici. E allora li abbiamo messi negli zoo, li abbiamo trasformati in cavie per farmaci o studi di psicologia sperimentale, insomma: li abbiamo variamente torturati. È capitato quando li abbiamo studiati per vedere se erano capaci di usare il linguaggio dei segni, oppure li abbiamo affidati a famiglie umane per valutare quanto fossero “umanizzabili”, salvo poi allontarli quando crescevano. Il più delle volte perciò questi esperimenti sono finiti male, soprattutto per loro. Famoso è il caso dello scimpanzé Nim Chimpsky (nome che scimmiottava quello del linguista Noam Chomsky): imparò alcune parole del linguaggio dei segni, ma alla fine dello studio fu trasferito in un istituto di ricerca, e quindi venduto a un laboratorio farmaceutico. 
Queste creature — ha detto Jane Goodall, che più di ogni altro ce le ha fatte conoscere — rimangono intrappolate in quella terra di mezzoin cui non sono né scimpanzé né umani. Spesso però in questa terra non ci sono solo loro. Ce lo fa vedere la scrittrice americana Karen Joy Fowler in un romanzo che è anche un saggio di primatologia, Siamo tutti completamente fuori di noi (Ponte alle Grazie). È la storia di due sorelle, Rosemary e Fern, cresciute in simbiosi durante l’infanzia, e poi misteriosamente separate. Dopo anni di nevrosi e nostalgia struggente, Rosemary ritrova Fern, la sua gemella diversa, nella gabbia di un laboratorio: «Non sapevo che cosa pensasse o sentisse. Il suo corpo non mi era più familiare. Eppure, allo stesso tempo, riconoscevo ogni cosa di lei… Come se stessi guardando in uno specchio». L’altro io qui è in carne e ossa, non è soltanto un sogno dello specchio. Quello che questi esperimenti dimostrano, lascia intendere Fowler, non è tanto quanto siano umane le altre scimmie, ma quanto disumano possa essere l’uomo, o meglio: quanto possa esserlo un certo modo di fare ricerca con i primati. Ecco allora la seconda opzione: guardare non a ciò che ci separa, ma a ciò che ci accomuna. Sfidando una buona volta i pregiudizi antropocentrici del comportamentismo, negli ultimi decenni la primatologia ha compiuto progressi straordinari. Chi ha studiato queste scimmie — dedicando loro la vita, come Jane Goodall, o morendo per loro, come Dian Fossey — ci ha fatto riconoscere in loro possibilità laterali della nostra evoluzione che ci aiutano a capire meglio anche la nostra specie. Il loro mondo è percorso da dinamiche di potere e da gerarchie, da violenza, da solidarietà e altruismo. 
Giocano, soffrono, ingannano, uccidono, amano e si amano: e alcuni, come il bonobo, lo fanno come noi, guardandosi negli occhi. C’è un ponte tra la nostra intelligenza emotiva e la loro, e su questo ponte, anche se non abbiamo capito tutto gli uni degli altri, noi ci incontriamo. Anche per questo nel 1993 un gruppo di studiosi, guidato da due filosofi, l’australiano Peter Singer (quello della liberazione animale) e l’italiana Paola Cavalieri, ha promosso il Great Ape Project, il Progetto Grande Scimmia, che lotta perché vengano loro riconosciuti i diritti fondamentali: alla vita, alla libertà individuale, a non essere sottoposti a tortura. La battaglia continua. 
Il primatologo olandese Frans de Waal è uno di quelli che hanno reso più umana la sua disciplina. Nel libro L’ultimo abbraccio racconta l’incontro tra Mama, matriarca della colonia di scimpanzé del Burgers’ Zoo di Arnhem, e il biologo Jan van Hooff. Lei, 59 anni, sta morendo. Lui, 80, l’ha seguita tutta la vita. È la prima volta che si toccano. Vedendolo, Mama si risveglia dal torpore e gli fa un sorriso pazzesco. Poi lo abbraccia, e gli accarezza la nuca come si fa per rassicurare i piccoli. C’è anche il video su YouTube. Forse non sapremo mai esattamente che cosa o come le altre scimmie pensano o sentono. Ma sappiamo che questo abbraccio è un abbraccio, e quel sorriso un sorriso. Se abbiamo bisogno di altro per capire quanto siamo simili, allora forse non siamo davvero animali così intelligenti. 

La Repubblica, 23/8/2022

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