domenica, giugno 11, 2023

COLOMBIA. La favola della giungla. Trovati vivi i bambini dispersi da 40 giorni

I quattro fratellini trovati vivi dopo 40 giorni

DI 
DANIELE MASTROGIACOMO

«Miracolo! Miracolo! Miracolo! Miracolo!». Per quattro volte la radio gracchia in mezzo alla giungla con l’annuncio che tutti aspettavano. È la parola d’ordine prestabilita. Vuol dire che la ricerca affannosa, instancabile, in corso da più di un mese è andata in porto: i 4 fratellini, dispersi nella foresta amazzonica della Colombia dal primo maggio scorso, sono stati trovati. Magri, smunti, disidratati, il corpo martoriato dalle punture di zanzare. Ma vivi. 
Una forza di volontà incrollabile. La capacità di sopravvivere in una giungla dove piove 16 ore al giorno, talmente fitta che il sole non riesce a filtrare, dove non si vede oltre i venti metri, è impossibile muoversi, non ti orienti, sei preda di giaguari, serpenti, trappole naturali, piante velenose. Loro ci sono riusciti. Quattro ragazzini. Tutti fratelli. La più grande è Lesly Jacobmbaire Mucutuy, 13 anni. Si è fatta carico dei più piccoli: Soleini, 9 anni, Tien Noriel, 4 anni, l’unico naschio, e Cristian Neryan, che ha compito un anno il 26 maggio scorso. Li ha guidati, sorretti, nutriti con quello che trovava. Si sono salvati perché sono indigeni Uitoto, etnia Muinanes, una tribù che vive sulle sponde del Cahuinari, a Caquetá, sud ovest della Colombia, a due passi dai confini con Ecuador e Perú. Il cuore dell’Amazzonia. I bambini avevano imparato a sopravvivere nella giungla dalla nonna. 


I soccorritori erano convinti che fossero sopravvissuti allo schianto dell’areo su cui viaggiavano. Li hanno cercati senza sosta 112 soldati delle forze speciali e 72 indigeni. Un’alleanza vincente. La chiave di un successo che ha dell’incredibile. Grazie all’ostinazione di un colonnello, Pedro Sánchez Suárez, 50 anni, comandante del reparto congiunto delle operazioni speciali della Colombia, deciso ad andare fino in fondo, a non mollare mai, a incitare i suoi uomini nel continuare a cercare, girare, scavare. Trovare quei ragazzi ancora vivi. Riportarli a casa. Ci è riuscito. 
Una favola a lieto fine, rara nella realtà. Il primo maggio scorso i quattro bambini si erano imbarcati con la madre Magdalena Mucutuy, 33 anni, a bordo di un Cessna 206. Dovevano raggiungere il padre, Manuel Ranoque, 47 anni, costretto a lasciare il suo paesino dopo aver ricevuto una serie di minacce da parte dei narcoterroristi che imperversano nella zona. A bordo c’erano il pilota, Hernán Murcia, che fino a qualche anno fa guidava un taxi e ha imparato a volare da poco, e un leader indigeno, Herman Mendoza Hernández. 
Il volo parte da Araracuara. A metà strada il pilota segnala alla torre di controllo un guasto al motore, cerca di ammarare su un fiume, non ci riesce, si schianta sugli alberi. I tre adulti muoiono sul colpo. I quattro ragazzini sono incolumi. Iniziano a muoversi. Intanto è scattato l’allarme. Il governo si mobilita, si muovono anche le tribù indigene. Conoscono la giungla che in quel tratto è come un labirinto scuro. Il colonello Sánchez è sicuro che i piccoli siano sopravvissuti. «Se fossero morti - dirà - avremmo già trovato i loro corpi. Abbiamo trovato invece impronte e indicazioni che confermano che sono vivi. Pannolini usati dal bambinopiù piccolo, il biberon, le scarpe da tennis di uno dei fratellini, un fiocco per capelli». Nessuno sa dove si sono diretti. Il comandante crede verso ovest. «Si orientano con i raggi del sole,cercheranno di raggiungere il fiume». 
Per trovarli bisogna andare per tentativi. Ci sono voluti 16 giorni solo per scoprire la carlinga dell’aereo. Il 18 maggio il presidente colombiano Gustavo Petro annuncia che i bimbi sono salvi, poi è costretto a smentire. Ma i soldati proseguono, sono certi di aver sfiorato i bambini. «Un giorno eravamo a 100 metri da loro. Sembra assurdo ma è così. In questo tratto di giungla non si vedea 20 metri di distanza. Tutto si confonde». E poi c’è la pioggia incessante che cancella ogni impronta, i segni del passaggio. La foresta è piena di rumori. Bisogna sovrastarli e al tempo stesso ascoltarli. Il raggio d’azione delle ricerche si riduce da 200 chilometri a 20. Quindi a 300 metri. Si avanza con difficoltà. E si trovano altre conferme. Due giacigli fatti con le foglie di palma, i resti di bacche e frutti selvatici. Sulla zona vengono lanciate razioni di cibo, si tendono nastri a cui sono attaccati dei fischietti. Gli indigeni pensano alla nonna: le fanno registrare su un nastro alcune frasi che servano da guida ai ragazzi, gli elicotteri diffonderanno la sua voce con gli altoparlanti. Finché i fratellini vengono trovati, stavolta per davvero. Grazie a un cane pastore, Wilson, che faceva parte delle squadre di ricerca e ha incrociato i quattro mentre si aggiravano nella foresta. È diventato la loro mascotte, l’angelo che li ha guidati verso la salvezza. Adesso è perso nella giungla e i militari cercano lui. 
Gustavo Petro è raggiante. Questa volta non sbaglia: allega al post su Twitter la foto dei militari che circondano i quattro bambini. Il colonnello Sánchez li protegge dall’assalto dei media. Racconta quanto gli hanno detto i piccoli. Parlavano piano, un filo di voce. «Dicono di essere stati salvati dagli alberi. Li hanno accuditi e guidati. Ma anche dagli spiriti che animano quel mondo. Uomini che sembrano fantasmi. Molti sostengono di averli incontrati, ma nessuno li ha più visti». Misteri colombiani per una storia piena di magia. 

La Repubblica, 11/6/2023

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