venerdì, giugno 30, 2023

Strage di Ciaculli di 60 anni fà. Così la mafia divenne questione nazionale


Pasquale Hamel

La strage di Ciaculli avvenne quel tragico mattino del 30 giugno 1963 - lo stesso giorno in cui la Chiesa festeggiava Paolo VI, il nuovo pontefice - quando un artificiere, mentre tentava di disinnescare il tritolo di cui era imbottita una Giulietta Alfa Romeo, posteggiata nel fondo Serena nei pressi della casa del capomafia Salvatore Greco, provoca una terribile esplosione nella quale perdono la vita sette servitori dello Stato fra i quali lo stesso artificiere. 

«Una cosa del genere - scrive Salvatore Lupo - non accadeva dall’uccisione dei sette carabinieri a Passo di Rigano nell’agguato del 1949 ordito dalla banda Giuliano». Fra le vittime c’era anche il trentacinquenne tenente dei carabinieri Mario Malausa, originario di Ravello e uno dei più brillanti investigatori dell’Arma, autore in particolare del pregevole rapporto su 24 capimafia,

stilato poco tempo prima mentre si trovava a comandare la tenenza suburbana di Partinico. Altre vittime furono il maresciallo di polizia Silvio Corrao, il maresciallo dei carabinieri Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio, il soldato Giorgio Ciacci.

Quella strage, lo ricordava lo storico Francesco Renda, era l’epilogo di un’escalation criminale - la cosiddetta «prima guerra di mafia» fra i Greco di Ciaculli e i fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, una guerra per la conquista della supremazia nella speculazione edilizia e nel traffico di droga, allora in intensa espansione - che riproponeva all’attenzione dell’opinione pubblica in termini altamente drammatici la pericolosità della delinquenza mafiosa. D’altra parte, anche la politica, spesso assente e in qualche caso perfino complice soprattutto nelle sue articolazioni locali, cominciava a mutare atteggiamento rendendosi conto della gravità del problema mafia. Non è un caso che anche la Democrazia cristiana, che troppo spesso si era astenuta dall’affrontare il problema considerandolo meno importante della lotta al comunismo, grazie alla figura del presidente della Regione Giuseppe D’Angelo, era da qualche tempo scesa in campo tanto da farsi promotrice, il 30 marzo 1962 della mozione con la quale si invitava il Parlamento nazionale ad approvare la legge istitutiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno mafioso che sarebbe stata promulgata il successivo 20 dicembre.

Chiara dunque la matrice mafiosa restava da scoprirne gli autori. Sulle prime le indagini si indirizzarono sul clan avverso ai Greco di Ciaculli e questo perché il luogo del ritrovamento, come si è detto in avvio, era proprio parte di quell’area controllata dai nemici dei La Barbera. Le forze dell’ordine, rafforzate da contingenti arrivati in fretta e furia a Palermo, procedettero a centinaia di arresti senza tuttavia raggiungere un immediato risultato mentre si insinuava il sospetto che l’attentato, piuttosto che i Greco, avesse come obiettivo proprio quel tenente Malausa come vendetta per avere redatto quel rapporto considerato particolarmente importante e, ad un tempo, pericoloso per l’organizzazione mafiosa. Fatto sta che, fino al 1984, le indagini non approdarono ad alcun risultato concreto. In quell’anno il pentito Masino Buscetta indicherà, ma la sua dichiarazione desterà molte perplessità tanto da essere considerata poco credibile per cui restano ancora ignoti i veri autori di questa terribile azione criminosa, nel boss dell’Acquasanta, Michele Cavataio - feroce criminale che sarebbe stato una delle vittime della strage di via Lazio del 1969 - l’unico autore dell’attentato. C’è da ricordare che quanto accadde quel giorno a Ciaculli ebbe un forte riscontro nell’opinione pubblica, «l’emozione per la morte di innocenti militari - ha scritto padre Francesco Michele Stabile - scosse la coscienza di tutta la nazione e fu così che la questione mafiosa divenne questione nazionale».

Anche nella Palermo tradizionalmente poco reattiva, perché assuefatta e succube della violenza mafiosa, si registrò tanta e tale indignazione da portare in piazza, ad onorare le vittime della strage, ben oltre centomila persone, una partecipazione popolare imponente - le foto di quell’evento, scrive Vincenzo Vasile, fecero il giro del mondo - che lasciò sperare molti sul futuro rapporto fra i siciliani e la mafia. Ma quelle speranze rimasero in gran parte deluse, i siciliani, e i palermitani in particolare, non raccolsero ad esempio, il coraggioso appello reso pubblico attraverso un manifesto, dal pastore Valdese Pietro Panascia che li invitava a ribellarsi, e questo perché, forse, non erano ancora pronti a quel cambiamento radicale del loro sentire come, invece, sarebbe avvenuto all’inizio degli anni novanta con le terribili stragi di Capaci e di via D’Amelio.

GdS, 30/6/2023

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