mercoledì, giugno 07, 2023

L’INCHIESTA. Botte e umiliazioni dagli agenti violenti. Il metodo Verona


E il poliziotto urinò su un uomo a terra: “So io questo come svegliarlo” 

VERONA A Verona la democrazia si è fermata sulla soglia dell’acquario. In Questura chiamano così la sala dove è portato per l’identificazione chi viene fermato per strada durante i pattugliamenti. Il nomignolo così si spiega: una delle pareti è di plexiglas. Poter vedere è la prima garanzia di tutela del diritto, lo Stato deve essere trasparente. O meglio, dovrebbe. Nella questura veronese, la trasparenza si è fatta invece opacità. Si è fatta abuso, tortura, odio razziale. Umiliazione. Come pisciare addosso a un immigrato fermato alla stazione per fargli riprendere i sensi dopo averlo pestato. O spruzzare lo spray al peperoncino negli occhi di un indifeso e minacciare di farlo sulle sue parti intime. O, ancora, costringere un tossicodipendente a ripulire con la pelle la propria urina. 
Un gruppo di poliziotti della squadra Volanti ha reso l’acquario una scena del crimine, sotto gli occhi di tanti e nel silenzio di molti. Lo hanno fatto talvolta per qualche spicciolo rubato ai tossici, sempre per arroganza, in un paio di occasioni per il più odioso dei motivi: il razzismo. Cinque sono stati messi ai domiciliari (Alessandro Migliore, Loris Colpini, Federico Tomaselli, Filippo Failla, Roberto Da Rold), diciassette sono indagati per le violenze (tra loro anche una donna),

ventitré sono stati trasferiti perché sapevano ma non hanno fatto niente: poco meno della metà dell’intero reparto Volanti è coinvolto nell’inchiesta della procura di Verona. Lo scorso aprile la questora Ivana Petricca è stata rimossa all’improvviso e portata al Viminale. Anche la dirigente del reparto non è più qui, si è trasferita a Firenze. «La levatura morale della nostra amministrazione ci consente di affrontare questo momento con dignità e compostezza», dice ora il neo capo della Polizia Vittorio Pisani. Ma da chiarire c’è ancora molto. 
Il metodo veronese 
In quel reparto almeno un vice ispettore e quattro agenti seguivano un Metodo. Consolidato. Che le indagini condotte dai poliziotti della Squadra mobile della stessa Questura veronese hanno ricostruito con microspie e telecamere di sorveglianza, individuando nel 25 enne Alessandro Migliore, nato a Torre del Greco ma cresciuto a Roma, il più spregiudicato e violento degli infedeli. Sono stati documentati sette episodi gravi in otto mesi, dalla fine di marzo del 2022 al novembre scorso, ma c’è da chiedersi da quanto tempo fosse in vigore il Metodo. E quanti siano gli “ultimi” della città che ne sono stati vittime. Scrive, infatti, la gip Livia Magri che ha disposto gli arresti domiciliari per le accuse di torture e lesioni (in due casi aggravate dall’odio razziale), falso, omissioni di atti di ufficio, peculato: «Amaro constatare che i soprusi e le vessazioni hanno coinvolto in misura pressoché esclusiva soggetti stranieri, senza fissa dimora, affetti da gravi dipendenze daalcool o stupefacenti. Gli indagati erano convinti di rimanere immuni da qualsiasi conseguenza». 
I “ballerini” 
Nonostante la parete della sala fermati sia di plexiglas, l’inchiesta nasce per caso. La notte del 24 marzo 2022 gli agenti di pattuglia sono chiamati a fare una perquisizione a Villafranca sull’auto e nell’appartamento dell’albanese Sabah Bajraktari che ha appena minacciato con una pistola la fidanzata. Arrivati sul posto per trovare l’arma, i poliziotti si mettono a frugare nell’armadio ma quel che trovano li gela. Nel primo cassetto c’è il passaporto del fratello di Sabah, Artan Bajraktarj. Perloro non è un nome qualunque. Artan, buttafuori della discoteca Piper di Verona, è amico di Alessandro Migliore e del gruppo dei “ballerini”, come l’albanese ha ribattezzato la decina di poliziotti delle Volanti che fa entrare gratis riservandogli un tavolo nel privé. Lo sanno tutti, apparentemente. E i favori sono reciproci. Quanto basta per terminare lì la perquisizione e compilare un verbale omissivo, falso, con un refuso persino nel numero di targa dell’auto del fratello di Artan. 
L’origine dell’indagine 
Quel che Migliore e gli altri ignorano, però, è che i telefoni dei Barjaraktarj sono stati posti sotto intercettazione dalla procura per un’indagine sul traffico di armi. E quando Artan chiama un amico per raccontargli di quella perquisizione a metà, a chi in segreto lo sta ascoltando si apre un mondo. «Io valgo oro! I poliziotti, il giovane Alessandro… quelli che ti ho presentato cazzo! Sono venuti a casa mia, io avevo due fucili un silenziatore di fucile e due pistole». «Registrati? » gli chiede. «Ma che registrati, di sto cazzo! Dio mi ha salvato, quando ha aperto il primo cassetto ha trovato il mio passaporto, l’haaperto, gliel’ha girato al suo collega e ha detto “ma guarda chi è” (...) Sai cosa ha fatto il poliziotto? Ha detto la perquisizione è finita, Negativa! Mi hanno salvato il culo!». E però i suoi salvatori si sono messi nei guai. 
Le risate dopo i pugni 
Raccontano che la profondità dell’abisso dove quel gruppo di poliziotti ha cacciato il senso della divisa che indossano l’abbia vista per primo l’investigatore della Mobile messo a controllare i telefoni dei colleghi. C’era un turno da terminare, un paio di conversazioni da ascoltare sull’utenza di Migliore. Gli sono bastati pochi minuti per concludere: «È davvero un bastardo». 
Migliore, assiduo frequentatore di palestre, chiama Nicole, la sua fidanzata, Nelle loro parole ci si ritrova il senso di impunità di cui scriverà, mesi dopo, la gip Magri. L’oggetto della chiacchierata è Mattia Tacchi, unico italiano tra i ragazzi fermati e pestati riportati nell’indagine. «Ha iniziato a rompere il cazzo e l’ha portato dentro (nell’acquario, ndr) e vabbè, mi ha fatto troppo ridere un collega che fa jujitsu, è bello grosso (...) Il tossico diceva: vi spacco sbirri di merda (...) Il collega allora apre la porta e gli dice: “Vieni un attimo fuori”. Amo’ fa ride». Nicole ride, infatti. «E allora il collega gli dice: ti faccio vedere io quante capocciate alla porta: boom boom boom!». L’imitazione del suono della testa che sbatte contro il muro. «Allora l’hanno rimesso dentro e se l’è iniziata a prendere con me, mi dice ah coglione». «E tu?». «Mi alzo in silenzio,mi metto solo un guanto, il collega, quello là anziano, ha detto è finita (...) Lui stava dentro l’acquario (...) Ho lasciato la porta aperta in modotale che uscisse perché io so che c’è la telecamera dentro. E uscito, amò, mi guarda, ho caricato una stecca amo’, bam, lui di sasso per terra, è svenuto». E Nicole? Ride. 
“Mi ha pisciato in faccia” 
Piange, invece, il tunisino Mohamed Dridi quando i magistrati lo chiamano per ricordare la sera in cui viene bloccato da una macchina della polizia. È su un monopattino e ha 750 euro in tasca, è il 21 ottobre scorso. «Ero tranquillo, mi hanno chiesto i documenti. Ma non ce li avevo. Si sono innervositi. E mi hanno spruzzato lo spray al peperoncino ». Gli agenti sono in 5 o in 6, tra loro uno degli arrestati, Federico Tomaselli. «Mentre mi portavano in questura mi insultavano, mi dicevano “tunisino di merda, figlio di puttana, cosa fai qua?”». Dridi soffre di asma. Lo spray lo fa stare male, non respira, sviene. Uscito dalla volante è preso a calci «Svegliati». Si riprende soltanto dopo, in cella, dopo aver vomitato tre volte, quando sente dell’acqua calda sul viso. «Un poliziotto mi stava pisciando in faccia». Una circostanza che le telecamere non riprendono ma che la gip ritiene assolutamente plausibile: «Dal filmato era possibile effettivamente notare che la sua canottiera era bagnata ». D’altronde quello della pipì è un elemento del Metodo. Il romeno Daju Nicolae, un altro dei malcapitati fermati, è prima costretto a farla per terra e poi viene forzato ausare il proprio corpo «come uno straccio per pulire il pavimento». 
Il tunnel 
Nella questura di Verona l’acquario non era l’unico teatro del fight club in divisa. «C’è anche un tunnel dove sostano le auto di servizio che è collegato agli uffici». I poliziotti sanno che nella stanza del plexiglas ci sono le telecamere e così quando le faccende da sistemare diventano troppo sporche preferiscono scendere al piano terra, in quell’aria «abitualmente utilizzata — si legge nell’ordinanza di custodia — e incredibilmente! come luogo sicuro, in quanto non ripreso da telecamere, per picchiare i fermati e gli arrestati ». Lo raccontano i ragazzi pestati, lo scrive la gip. E lo ammettono gli stessi agenti in un’intercettazione. A parlare è l’assistente capo Dario Fiore, con il collega Jonathan Busa, preoccupati dopo aver saputo che alcuni colleghi della Mobile avevano preso i nastri delle telecamere dell’acquario. «Volevo dirti: evitiamo di alzare le mani nell’acquario. Quindi se dovete dare qualche schiaffo nei corridoi». «O nel tunnel — chiosa Busa — come abbiamo sempre fatto». Il metodo, appunto. 

La Repubblica, 7 giugno 2023

Nessun commento: