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domenica 21 febbraio 2021

Ricordando lo zio Emanuele (Macaluso)

Emanuele Macaluso 

Pubblichiamo una bella e commovente testimonianza di Nicola Boccadutri, molto legato ad Emanuele Macaluso, con cui ha condiviso passione politica e fraterni sentimenti di amicizia.

 di NICOLA BOCCADUTRI

Non c’era volta che lo zio Emanuele venisse a Caltanissetta che, passeggiando per il centro storico,  non si andasse in via Giammaria. Arrivati lì si fermava, volgeva lo sguardo verso la casa che da piccolo abitava con i suoi, diventava pensieroso, forse pensava ai genitori o ai fratelli Massimiliano e Antonio; o forse pensava a Minicu, amico d’infanzia, e a suo padre, il picconiere Bellavia, il quale per dimenticare le durissime condizioni di vita e di lavoro in miniera, prima di tornare a casa passava dalla putìa di vino, cominciava a bere e poi a casa picchiava moglie e figli.

Lo zio Emanuele, nel suo “ 50 anni nel PCI”, ci racconta: «La mia rivolta contro l’ingiustizia e la sopraffazione cominciò con l’odio nei confronti del picconiere Bellavia, uno sfruttato, che però sentivo picchiare moglie, figlie e il mio amico Minicu».

Ricominciando a camminare, si andava verso la ”strada a foglia” e mi raccontava del suo capo cellula Calogero Boccadutri, mio padre. Tra tutti i racconti il più ricorrente riguardava quella volta in cui gli comunicò che in occasione della venuta di un grosso gerarca fascista bisognava accoglierlo nel migliore dei modi. Durante la notte le principali vie della città e la stessa “strada a foglia” furono riempite di scritte contro il fascismo e sulle libertà perdute.

E continuava raccontandomi quando il suo capo cellula gli disse che si doveva celebrare il Primo Maggio. La moglie di uno dei componenti la cellula aveva confezionato una grande Bandiera Rossa e nella notte si incamminarono con Diego Ficili per la strada che porta al Redentore: piazzarono la bandiera accanto alla statua svettante del Santo Redentore. La mattina seguente i nisseni videro al loro risveglio la Bandiera Rossa che sventolava: i fascisti pieni di rabbia non credettero ai loro occhi,. Il merito andava attribuito alle donne e agli uomini invisibili di quella cellula comunista e al suo capo, il più invisibile di tutti, Calogero Boccadutri, Luziu, che in carcere fu allievo di Uberto Terracini che ne fece un comunista modello.

Luziu manteneva i rapporti con tutti i comunisti della Sicilia e anche con il centro interno del Partito che si trovava a Milano, dove diverse volte si recava tornando con la valigia piena di pubblicazioni clandestine, compreso il giornale L’UNITA’. La cellula aveva saputo tessere rapporti unitari con le altre forze antifasciste: lo stesso avvocato Giuseppe Alessi consegnava tutti i mesi al giovane Macaluso 5 lire per leggere la stampa antifascista.

Facevano parte di quella cellula uomini come Pompeo Colajanni, “Barbato”,  liberatore di Torino; Luigi Cortese,”Ilio”, liberatore di Parma; Gaetano Costa, assassinato anni dopo dalla mafia a Palermo, e la sua fidanzata Rita Bartoli; Nicola Piave, che per le sue idee il fascismo fece parecchi anni di carcere; Michele Ferrara, che venne accusato e poi assolto dell’assassinio di Gigino Gattuso e mandato al confino; Michele Calà, il bibliotecario della cellula, che per mettere al sicuro i libri, durante i bombardamenti americani, venne colpito ad una gamba e morì dissanguato; il vioncellista Luigi Marchese; e poi ancora Gino Giannone, Diego Ficili, Guido Faletra, Angelo Beretta, Carmelo Lipani, Ugo Cordova, Quintino Pisa, Calogero Geraci, Francesco Malgioglio, Carlo Papa, Giuseppe Maniglia, Andrea Scavone e tanti giovani studenti, minatori edili, braccianti e contadini.

Leonardo Sciascia in quegli anni viveva a Caltanissetta e, seppure non aderì mai al Partito Comunista, attraverso i comunisti nisseni militò nell’antifascismo, tanto da scrivere nelle “Parrocchie di Regalpetra:  «A pensare a quegli anni mi pare che non avrò nella mia vita sentimenti cosi intensi, così puri. Mai più ritroverò così tersa misura di amore e di odio ne l’amicizia, la sincerità, la fiducia avranno così viva luce nel mio cuore».

 

Voglio ricordare alcune volte che venne nella sua città a presentare i sui libri: 50 Anni nel PCILeonardo Sciascia e i Comunisti; La Politica che non c’è e altri ancora. Venne anche quando gli fu conferita la presidenza onoraria della CGIL Sicilia; quando, su invito del Sindaco di Caltanissetta Giovanni Ruvolo, in occasione dei suoi 90 anni, al centro Michele Abbate gremito di giovani studenti alla presenza del sindaco, della vicesindaca Marina Castiglione, della presidente del consiglio comunale, Leila Montagnino, e dell’indimenticabile Mario Arnone, fu felice di rispondere alle domande che quei giovani gli ponevano.

Ma furono momenti indimenticabili anche quando ci recammo a Roma insieme a Michele Pagliaro: questi ci ricevette nella sua casa, al Testaccio, dove gli parlammo di una idea per celebrare il settantesimo della fondazione della CGIL Sicilia, a Caltanissetta. Ne fu molto contento anche se, date le sue condizioni di salute, fu dubbioso circa la sua presenza; e invece riuscì a venire e ne fu felice perché quel giorno tanti compagni si riunirono nella bellissima cornice del Teatro Regina Margherita, pieno in ogni ordine di posti. E, in quella sede, per onorare il suo ospite, ricordò che, pochi giorni dopo la strage di Portella della Ginestra, Giuseppe Di Vittorio convocò il congresso di fondazione della CGIL Sicilia proprio a Caltanissetta, dove propose Emanuele Macaluso come segretario regionale. Concludendo in quella sede ci disse: «Solo la lotta sociale, l’impegno politico e quello culturale possono far si che si possa avere futuro».

Non mancava volta, quando con Giuseppina ci recavamo a Roma,  che non andassimo a trovarlo e andare a cena o a pranzo con Enza, Antonio e Anna da Agustarello o alla Torricella, le sue trattorie abituali al Testaccio sotto casa sua: ricordo ancora che lui scendeva da casa, prendeva Giuseppina sotto braccio e andavamo a mangiare. Tutte le domeniche ci sentivamo: l’ultima telefonata l’abbiamo fatta il giorno di Natale 2020. Enza, la moglie, ci disse che non si sentiva di parlare perché non stava bene. Poi un susseguirsi di avvenimenti: il ricovero, la caduta, l’operazione e infine la terribile notizia, il 19 gennaio mattina alle 6,00, della sua morte.

Emanuele è stato per me e mio fratello Franco, che se n’è andato qualche mese prima di lui, un padre affettuoso sempre presente.

Ci mancherai carissimo zio Emanuele. In questo nuovo viaggio rivedrai tantissime persone conosciute nella tua lunga vita, incontrerai i tuoi genitori, i tuoi fratelli, tuo figlio Pompeo, il tuo vecchio capo cellula, mio padre, Calogero Boccadutri, e mio fratello Franco a te tanto caro. Abbracciali pure per me.

 

Nicola Boccadutri

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