domenica, febbraio 07, 2021

Giovanni Pascoli lacrimoso e in perenne ricerca del nido? No, è il nostro poeta maledetto

Giovanni Pascoli

Par
Francesco De Nicola
Uscito a fine luglio 2020 e andato in ristampa un mese dopo, “Pascoli maledetto” di Francesca Sensini è un saggio ma si legge come un romanzo. Nelle sue pagine l’autrice ha raccolto in un racconto unitario i frammenti sparsi  della personalità dell’uomo e artista Giovanni Pascoli, troppo a lungo ingiustamente imbalsamato in una narrazione mainstream di traumi, lacrime, nidi, piccole cose e fanciullaggini. L’autrice consuma la sua personale vendetta, piena d’amore e di simpatia umana per il suo autore, restituendogli i pezzi della sua vita, della sua opera e del suo pensiero taciuti o trascurati nella narrazione vulgata e ricollocandolo nel contesto a cui appartiene: la grande letteratura europea di fine secolo e la poesia dei poeti maledetti. Una recensione di Francesco De Nicola (Università degli Studi di Genova).
2 février 2021

Pascoli maledetto” di Francesca Sensini (Il Melangolo 2020)

 …una sua andatura letteraria fra disinvolta e ribelle..

“Pascoli fanciullino”: con questa etichetta, ripetuta passivamente da decine di quei manuali e antologie scolastiche che sono un probante esempio della poco nobile procedura del “taglia e incolla”,  generazioni di studenti hanno definito l’autore di Myricae. Ma le etichette possono essere utili per distinguere il barattolo dello zucchero da quello del sale, ma non certo per definire una persona che, per sua natura, è soggetta a cambiamenti nel corso degli anni e perfino dei giorni; e lo stesso ovviamente vale per gli scrittori.

Nel caso di Giovanni Pascoli ce lo dimostra con mille probanti argomenti Francesca Sensini nel saggio dal titolo provocatorio Pascoli maledetto (Genova, il Melangolo, 2020) dove nell’introduzione l’autrice afferma con chiarezza (e questa qualità, insieme con l’affabilità dell’esposizione e l’assenza di ogni tono saccente, troveremo in tutte le pagine seguenti) che “questo è un lavoro a tesi ed un lavoro di parte”; l’obiettivo è dunque quello di rimuovere o, direi meglio, demolire l’immagine vulgata dell’uomo e quindi del poeta malinconico e patetico, ligio al suo ruolo di capofamiglia impostogli dagli eventi per sostituirgli quella dell’uomo vivace, simpatico e rivoluzionario, dedito al bere e ai piaceri, antiborghese, tendenzialmente trasgressivo e avanguardista, e dunque appunto “poeta maledetto”.

Questa definizione ovviamente rimanda ai simbolisti francesi, ma è piuttosto estranea alla letteratura italiana, rappresentata per lo più da nobili e buoni borghesi; e neppure si può correttamente applicare alla scapigliatura milanese e semmai si potrà riferire, pur tra notevoli differenze, a due importanti poeti di poco successivi a Pascoli: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che non per nulla nella raccolta Il libro dei frammenti (1895)  si ispirò soprattutto a Verlaine, ma anche a Rimbaud e Leconte De l’Isle e che nella vita visse miseramente da bohémien passando da una sventura all’altra; e Dino Campana, ribelle e irregolare, anch’egli segnato da una vita ostile e tormentosa, conclusasi nel manicomio di Castelpulci.

Ma Pascoli come può rientrare in questa tipologia, come può meritarsi la definizione di “maledetto”? Francesca Sensini segue la strada più obiettiva e funzionale, ricostruendo minutamente e con una sterminata mole di appropriate documentazioni (lettere, testimonianze e testi inediti, biografie sepolte nel tempo) che non ammette lacune e presentando così un personaggio del tutto diverso da come lo dipinge la vulgata; intanto un bell’uomo, estroverso e allegro, capace di esercitare un notevole fascino su chi aveva modo di incontrarlo e conoscerlo, un uomo che stringe legami con varie donne nel corso della sua vita (accessoriamente non disdegnava la frequentazione dei bordelli), con il progetto di innamorarsi e magari formarsi una famiglia sua. Certo, aver perso nel giro di due anni il padre, la madre e due fratelli era stata per lui un’esperienza sconvolgente, ma ciò non toglie che la sua vita da studente a Bologna sia trascorsa nel modo più vivace e coinvolto, lontano da sentimenti luttuosi legati a un trauma, sia sul piano poetico che soprattutto sul piano dell’impegno politico, che lo ha portato a farsi interprete attivo di quel socialismo e di quella convinta difesa delle classi più deboli che non abbandonerà più, anche se con posizioni non sempre condivisibili nella fase finale della sua vita (come il suo appoggio interventista e nazionalista alla guerra alla Libia nel 1911 con il famoso discorso La grande proletaria si è mossa); e tuttavia non si deve dimenticare che, in clima di nascente “sogno americano” con il poemetto Italy (1905) sarà il primo scrittore italiano a denunciare l’emigrazione di massa in generale e quella negli Usa in particolare.

Pascoli dunque fu negli anni giovanili un intraprendente e attivissimo protagonista della vita politica, quella che egli vive in modo totale e assoluto, per nulla rassegnato, per nulla – e qui non posso non ricorrere a quest’altra sua parola-simbolo – in cerca di un “nido” che lo tranquillizzi dalle turbolenze attraversate nei suoi voli. E che Matera, dove fu assegnato al primo incarico di professore, non dovesse essere per lui, romagnolo di nascita e bolognese per frequentazioni, il più gradito dei nidi sembrerebbe ovvio; eppure ci andò per scoprirvi quel mondo sconosciuto, così come poi approdò a Massa, vicino al luogo di nascita del Carducci che, con moderazione aveva cominciato a proteggerlo, e come più tardi approdò a Livorno dove forse nel 1888 s’innamorò; lei era Lia Bianchi, figlia del musicista Emilio e a sua volta pianista (la città labronica era allora uno dei maggiori centri musicali d’Italia, trascinata dall’esempio del compositore Pietro Mascagni e lì nacque l’interesse del poeta per la musica lirica); e pare che Giovanni avesse ordinato per Lia un anello d’oro per fidanzarsi in vista del prossimo matrimonio.

Ma questo progetto di vita futura naufragò miseramente, come pure naufragherà nel 1896 quello con Imelde Morri e con la sua allieva Giovanna Pia qualche anno più tardi, perché intanto si era consolidato quello che l’autrice definisce il “super trio”, che dopo il matrimonio di Ida diventa un duo: Giovanni, appunto, e le sorelle, della quali lui si era fatto carico non prevedendo quanto avrebbero pesato negativamente sulla sua vita. E allora qui l’aggettivo maledetto calza a pennello in un’altra accezione e cioè quella di colui che affronta, senza riuscire a opporvisi, una sorte malevola che, dopo la morte dei genitori e di numerosi fratelli, lo porta ad assumere, anche coprendosi di debiti, il ruolo di padre per lda e Maria delle quali, per dirla in modo forse troppo deciso ma non lontano dal vero, resterà schiavo; e dunque nessun matrimonio bensì una vita sempre più pesante  e oppressiva e le loro case, fino al rifugio-esilio in Garfagnana, non rappresenteranno certo il nido della quiete ma altrettanti prigioni sempre più asfissianti, dove l’unica salvezza sarà la persistenza delle sue idee politiche giovanili che in buona parte si travaserà nella sua attività letteraria, la sola via di fuga (insieme al laudano e al vino) da una vita tormentata, una vita appunto maledetta.

È inevitabile che a una conoscenza distorta del personaggio corrisponda una valutazione distorta delle sue opere e al loro rifiuto se si scostano (e quanto si scostano) dai canoni allora prevalenti, compresi tra il classicismo carducciano e l’estetismo dannunziano. Opportunamente l’autrice affronta questo argomento partendo dagli studi del Pascoli su Dante, allora (e adesso) considerato terreno di ricerca esclusivo degli specialisti, come nel caso dei componenti della Società dantesca italiana che rappresentano l’ortodossia e che dunque considerano “una stravaganza” le ricerche pascoliane, come quelle di chiunque altro osi scostarsi dalle loro presunte verità. E appena il caso di ricordare di passaggio che sono solo poche decine i documenti certi riguardanti Dante e tutte le altre soluzioni dei misteri della sua vita e della sua opera ricadono nel campo non delle verità, ma delle ipotesi e delle interpretazioni, come appunto quelle avanzate dal Pascoli fondate sulla teoria del “codice cifrato” e orientato su un’esegesi mistica più che politica, espressione del “gusto e della cultura di fine secolo, estetizzante e simbolista”, come precisa l’autrice; e così si ritorna a quei poeti francesi maledetti e si rafforza il senso dell’attribuzione di questo aggettivo al poeta italiano.

Anche per la valutazione dell’opera poetica del Pascoli si è imposto il criterio dell’autorità di chi lo ha pronunciato, in questo caso il più accreditato intellettuale italiano della prima metà del 900 e cioè Benedetto Croce. Per lui la “poesia pascoliana è un’irritante mistura di spontaneità e artifici”, che propone un ideale di “vita quietistica e immobile, esposta alla destabilizzazione del dolore” concentrata sulle le piccole cose, su un mondo ridotto e pieno di stupori che trova nel “fanciullino” il suo emblema. Questa lettura parziale, e soprattutto fortemente riduttiva oltre che superficiale, è stata poi ripresa in vario modo – con rare eccezioni – dai critici che si sono occupati della poesia del Pascoli e ahimè dagli autori dei manuali e delle antologie che la hanno passivamente trasmessa a decine di generazioni di studenti (utilissimo in proposito il capitolo Pascoli a scuola).

Infine Francesca Sensini, per rimuovere la fuorviante vulgata sulla poesia del Pascoli, ribadisce il suo legame con i simbolisti francesi, ma anche con il poeta americano Poe, e quindi la sua dimensione internazionale, nel nome di uno sperimentalismo nascosto dietro e anzi dentro le piccole cose che richiedono quel lavoro di ricerca necessario al poeta per svelare il loro profondo e misterioso significato; basti leggere in proposito la poesia-manifesto Contrasto: “Prendo un sasso tra mille, a quando a quando: / lo netto, arroto, taglio, lustro, affino; […] ecco un rubino; / vedi un topazio; prendi un’ametista”; e così la sua poesia risponde alla definizione appropriata che ne diede d’Annunzio: “un diamante nell’oscurità della terra”.

Infine una riflessione che offre ulteriore sostegno alla nuova visione del poeta proposta da Francesca Sensini; Genova è stata la città nella quale sul finire dell’Ottocento furono vendute più copie di Myricae: perché? Perché il capoluogo ligure era allora il maggior centro italiano di interesse per la poesia simbolista francese, non solo per l’attività che vi svolgeva il già ricordato Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, ma anche perché vi furono fondate le riviste “Endymion” (1897), “Iride” (1897-1900), “La vita nova” (1902-1904) e “Ebe” (1905-1907), sulle quali pubblicavano i loro versi giovani poeti affascinati da Verlaine e da Rimbaud (che nel 1878 a Genova era stato, lamentandone il degrado dei vicoli) e tra loro quell’Alessandro Varaldo che pure collaborava al foglio fiorentino dal titolo che parlava da solo: “La Bohème”. E quello era un mondo che, proprio per la consapevolezza della miseria delle “piccole cose” della realtà, cercava ogni possibile via per uscirne, dall’alcol alla droga e via via fino al sogno e Pascoli appunto ha sempre sognato, così come ora Francesca Sensini ha sognato di riuscire a proporre una nuova dimensione del poeta Pascoli; e dopo l’ultima pagina di questo suo libro, credo proprio di poter affermare che il suo intento sognatore si è del tutto realizzato.

Francesco De Nicola
(novembre 2020)

L’AUTRICE DEL LIBRO:
FRANCESCA SENSINI è professoressa associata in Italianistica all’Université Côte d’Azur (Nice). Dottoressa di ricerca dell’Université Paris IV Sorbonne e dell’Università degli Studi di Genova, dedica le sue ricerche alla letteratura italiana di Otto e Novecento, all’ermeneutica dell’antichità classica e agli studi di genere in ambito letterario. Tra le sue pubblicazioni: Dall’Antichità classica alla poesia simbolista: i «Poemi conviviali» di Giovanni Pascoli, Bologna, Pàtron editore, 2010; Una donna moderna del secolo trascorso: Marise Ferro giornalista, Roma, Aracne, 2020.

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