domenica, ottobre 01, 2023

POLITICA. Civismo e liste civiche: una storia da rileggere


di Lorenzo Migliore
già sindaco di Ragusa

In questo tempo post elettorale, mi appare utile soffermarmi brevemente sui danni causati al sistema politico e alla stessa società dalla grande quantità di liste civiche presentate che danneggiano persino la concezione di civismo. 

Il nuovo corso di aggregazione politica tende a divulgarsi con l’idea di sostituire i partiti e le loro degenerazioni, in definitiva appare un artifizio teso a mascherare la politica con il nuovismo ad ogni costo e ingraziarsi così la volontà popolare che vorrebbe il cambiamento ma in verità lavora poco per crearlo dalla base al fine di costruire una rinnovata virtù civile che sia in grado di recuperare il senso civico-sociale di responsabilità.

Sarebbe allora il civismo una sorta di processo educativo cresciuto abbastanza per imporre opinioni diffuse scaturenti da nobiltà di sentimenti civili spinti fino a trascurare o sacrificare l’interesse proprio in favore di quello collettivo.  I movimenti di questo tipo, a volte considerati ingiustamente utopici, spesso si coagulano attorno a tematiche specifiche anche al fine di sviluppare la volontà di dare prova di civismo ed espandersi nel tempo, anche nel lungo tempo, con la coerenza delle proprie istanze e via via di crescere fino a legittimare una strategia organizzativa per confrontarsi con il voto popolare.

Tutto si gioca sulla crisi dei partiti, sull’ambiguità dei loro comportamenti che di per sé rischiano di perdere la loro reale funzione, il loro ruolo costituzionale e la necessità di recuperare con essi il ruolo essenziale della politica che tuttavia, in ogni epoca, erano stati elemento di equilibrio e di garanzia per promuovere nel bene e nel male lo sviluppo locale.

In un mondo ideale, o in una società più evoluta, il civismo potrebbe avere la forza per guardare al rapporto diretto con i cittadini puntando alla capacità di trainare i risultati, e molto meno i compromessi. In questo contesto di grave crisi dei partiti e della politica si è purtroppo sviluppato l’inganno delle candidature civiche e del civismo politico che appare un grande equivoco, che dura da tempo. L’inganno degli stessi partiti che a volte sono molto disponibili a fare un passo indietro favorendo strane e confuse convergenze su candidati civici e non solo per liste e sindaci, ma anche per i componenti delle giunte all’insegna di un paravento: la politica è corrotta, la società civile è buona. Su questo “mantra” è degenerata l’esperienza storica del civismo italiano per l’inganno ideologico che contiene e per la retorica di restituire il potere ai cittadini.

Il civismo in sé non sarebbe la negazione della politica in assoluto ma un tentativo di partecipare accanto alle formazioni politiche tradizionali che purtroppo però spesso dimostrano di tendere ad esporsi sempre meno nel ruolo guida dei processi amministrativi privando in definitiva la società di discutere dei processi di sviluppo sociale e culturale. E’ d’altronde incontrovertibile che la validità molecolare del civismo dell’ultima ora è stata in gran parte compromessa dalla sua incapacità di radicarsi e durare a lungo. Avviene così da molto tempo, così è nata la degenerazione del civismo politico in Italia: pezzi di società o gruppetti di singoli cittadini si auto organizzano all’avvicinarsi delle elezioni locali per costruire liste e listarelle civiche improvvisate, prive di ogni retroterra ideologico o politico e con piattaforme programmatiche confuse e spesso sostanzialmente velleitarie.

Solo poche liste civiche, per tornare sul terreno locale, sono la risultante di vere e consolidate mobilitazioni dal basso, le altre spesso nascono per difendere interessi particolaristici o, altre ancora, per indebolire l’identificazione dei leader in aree politiche e di governo e difendere la loro matrice assolutamente personalistica. L’enorme espansione delle liste civiche ha finito per creare uno stato di grande confusione che, indebolendo o annullando l’esigenza diffusa di trasparenza politica e programmatica, finisce per creare immagini capaci di catturare il vento della propaganda elettorale sapientemente dispiegata. Solo a titolo di esempio: il caso delle ultime comunali della mia città dove su dodici liste presentate ben dieci sono state civiche, aggregate in gruppi con il disegno di eleggere ognuno il proprio candidato sindaco.

Liste quasi tutte improvvisate o discendenti da ambienti politici ben consolidati che hanno preferito cavalcare l’anonimato civico o nascondersi dietro l’immagine di candidati apparentemente non legati ai partiti con l’eccezione, ripeto di pochi gruppi politici culturalmente consolidati nel tempo. Ne consegue, al di là delle più o meno agognate realizzazioni di strutture urbane, un ineluttabile immobilismo che sterilizza inevitabilmente le possibilità di sviluppo democratico, culturale e civile delle comunità, abilmente celato dalla vocazione dell’élites al trasformismo che via via si adegua ai tempi che cambiano. In questo contesto la cosiddetta politica spettacolo, mix di demagogia elettorale, retorica delle rottamazioni, personalizzazione, risanamento travestito da denuncia morale, si dilata sempre più ed ovunque e consente spesso ai leader, abilmente pubblicizzati, risultati elettorali dalle percentuali abnormi che finiscono per annullare la corrispondenza con la realtà del consenso vero e le aspettative della popolazione, agganciate alle deficienze delle realtà urbane.

Ne discende che a volte anche i sindaci eletti con grandi consensi, ubriacati dalle dimensioni del voto, superano, se si vuole in qualche caso anche inconsapevolmente, il ruolo guida proprio di sindaci e si trasformano in leader politici, insomma capi, comandanti assoluti, rispettati e temuti, che guardano al futuro ma finiscono per imporre la regola dell’ubbidienza anche quando occorrerebbe l’allargamento dei poteri democratici traferiti senza tentennamenti nella società veramente coinvolta con il pensiero costante ad una logica di equilibrio e di moderazione che dovrebbero necessariamente essere affidati alla politica.

Un sindaco-capo capace di trascinare con sé tutti quei membri della sua squadra di governo e di consiglio comunale che dai partiti provengono e ai quali restano comunque legati è molto più di un sindaco e ci si chiede se è lecito spingere singoli politici a dimenticare le logiche dei partiti dai quali provengono, e a volte persino dai circoli o movimenti, lasciando un vuoto politico di base in vista di un futuro incerto del quale necessariamente sarà necessario ricostruirne i parametri. Il leaderismo, a volte temuto ma sempre osannato nelle fasi iniziali, spesso guarda al futuro tentando di improvvisare improbabili forme di partito-movimento che non dovrebbero mai confondersi con la funzione specifica di amministrare le città.

Nel Paese, anche nella mia città, alle traboccanti vittorie elettorali restano le tifoserie del momento che acclamando sperano in qualcosa e vengono invitate a leggersi le infinite e bene impacchettate promesse di interventi mirabolanti, ma spesso non si lavora per costruire solide evoluzioni sociali o significative crescite economiche. Vedasi Cito a Taranto e tanti altri.

Un esempio, tra tante realtà simili, a noi più vicino, quello del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il sindaco della “primavera breve”, della “rete” sommerso di voti e consensi fino quasi ad annegarvi dentro, che nelle intenzioni dichiarate avrebbero voluto cambiare tutto finendo per lasciare tutto com’era prima del loro avvento, lasciando le città nella sostanza nelle mani di grandi gruppi di pressione politica ed economica, o anche mafiosa, dimostrando di non avere inciso per nulla nel tessuto sociale e civile delle comunità in assenza di poteri veri, molto più del numero dei voti conseguiti, quali sarebbero potuti essere quelli di una vera politica di democrazia e di confronto dal basso.

la giustizia.net, 28/9/2023

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