martedì, febbraio 07, 2023

INTERVISTA ALLO PSICOTERAPEUTA. Lo Verso: “Quelle di Matteo Messina Denaro? Parole di un cinico che si sentiva onnipotente”

di Giada Lo Porto

Discute della propria morte e di quella della madre con indifferenza 

Non ama veramente le ragazze, le utilizza per esercitare potere 

«Messina Denaro è un cinico e il suo modo di pensare non è diverso da quello della vecchia mafia. Dagli audio emerge il profilo di un uomo indifferente alla morte, propria e altrui, perciò l’unica cosa che davvero conta è il potere, esercitato anche nei confronti delle donne, oggetto della propria sete di onnipotenza». Girolamo Lo Verso, professore ordinario fuori ruolo di Psicoterapia all’Università di Palermo, autore di diversi volumi sulla psicologia mafiosa tra cui “Quando Giovanni diventò Falcone”, commenta i messaggi vocali del boss ad alcune amiche. 
Professore, in uno degli audio il boss impreca contro Falcone nel trentennale della strage di Capaci. 


«Il mafioso ragiona come un super-talebano e la mentalità di Messina Denaro è identica a quella di Riina e Provenzano. Per questo non mi stupisce la sua irritazione dinanzi alle commemorazioni per Falcone che lo bloccano nel traffico». 
Andava in giro il 23 maggio in una Palermo piena di forze dell’ordine. Come se lo spiega? 
«Bisogna entrare nella quotidianità di un uomo al quale per trent’anni è stato consentito di essere onnipotente e che è riuscito a costruire una rete di connivenze che lo ha protetto. Poteva permettersi di andare in giro in quel giorno come in un altro. Probabilmente neppure si poneva il problema: la sola preoccupazione era il traffico che gli impediva di arrivare puntuale a un appuntamento». 
Parlando di un desiderio espresso dalla madre per il suo funerale commenta: “Chi lo dice cheio muoio dopo di lei? Lei non lo sa questo, ma lo so io”. Come lo interpreta? 
«Totale cinismo. Parla della sua morte come di quella possibile della madre con indifferenza, raccontandola come una storia. Io lo chiamo fondamentalismo psichico e ciò accomuna i mafiosi a talebani, stalinisti, nazisti, a tutti coloro chevedono l’altro come una non persona». 
È indifferente anche alla propria morte, però. 
«Il mondo mafioso è storicamente pervaso da un’indifferenza per la vita e per la morte propria e altrui. Un boss ritiene da sempre che la morte sia dietro la porta: perché in quell’ambiente si moriva con facilità e perché il mafioso, non possedendo un Io, una struttura individuale, è totalmente coincidente con il “Noi” mafioso. Non è un individuo come noi lo concepiamo, ma una sorta di replicante. Ciò vale anche per Messina Denaro, nonostante sia stato identificato con la “nuova” mafia». 
Insomma, non ha paura di morire? 
«Non come una persona normale. 
Nello spiegare questo meccanismo è stato magistrale Roberto Benigni con “Johnny Stecchino”». 
Ovvero? 
«Il personaggio è un ipernevrotico, quasi da barzelletta. Quando vanno in bagno per sparargli, risponde in maniera esilarante: “Fatemi finire di pisciare”. L’indifferenza per la vita e per la morte sono condensate in una frase, e c’è voluto un autore toscano per spiegare come pensa la mafia». 
Gli oggetti trovati nel covo però restituiscono l’immagine di un boss a cui piaceva la bella vita: abiti griffati, ricevute di ristoranti di lusso, Viagra... 
« Rientra tutto nell’esercizio di potere, l’unica cosa che conta per la mafia. Il resto è funzionale: soldi, donne». 
Non è un dongiovanni? 
«È “fimminaru”, ovvero seduttore, per delirio di onnipotenza e non per debolezza nei confronti delle donne o perché le ama spasmodicamente. Utilizza le donne per esercitare il proprio potere. Ha un chiaro disturbo narcisistico. D’altronde lo stesso Casanova era pieno di problemi piuttosto che un grande amatore. Così, per Messina Denaro, quel tipo di narcisismo porta a un “uso” continuo dell’oggetto donna per cibare quell’onnipotenza che è stata parte di lui per trent’anni». 

La Repubblica Palermo, 7/2/2023

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