di ANTONIO MARIA MIRA
Un centro diurno per disabili in un bene confiscato al prestanome di Matteo Messina Denaro. Centri antiviolenza alle donne nei beni confiscati ai boss della ‘ndrangheta. La “cittadella delle arti” nella masseria confiscata al tesoriere della Sacra Corona Unita. Il “Polo della Carità” in una ex fabbrica confiscata alla camorra. Bello, bellissimo.
Sono alcuni dei 254 progetti sui beni tolti alle cosche che dovevano essere finanziati con 300 milioni del Pnrr e che il governo, dopo averli approvati, ha definanziato, assicurando che troverà altri fondi. Quali? Nel dossier dei Servizi studi di Senato e Camera a pagina 24 è scritto che non è specificato «quali saranno gli strumenti e le modalità attraverso i quali sarà mutata la fonte di finanziamento delle risorse definanziate». Sottolineando «rischi di rallentamenti o incertezze attuative».
Quindi sono a rischio 75 progetti in Campania (109 milioni di euro), 64 in Sicilia per 83 milioni, 59 in Calabria (quasi 58 milioni), 40 in Puglia (37), 13 in Abruzzo (8,5), 3 in Basilicata (3,3). Progetti e fondi importanti sia simbolicamente che concretamente, per far diventare i beni mafiosi beni comuni. Era infatti prevista una rete di servizi di grande valore, in grado di segnare una straordinaria opportunità di welfare, di giustizia sociale, di cambiamento e di riscatto. Per anni molti beni confiscati sono rimasti abbandonati, per mancanza di progetti e di fondi, una sconfitta dello Stato e una vittoria delle mafie. Ora c’erano progetti e soldi. Vediamone alcuni tra i più significativi.


































