di ANGELO SICILIANOQuesta è la trebbiatura arcaica praticata nelle campagne, o presso le masserie, sino a metà ‘900, prima della diffusione capillare delle trebbiatrici meccaniche, soppiantate poi dalle mietitrebbiatrici un paio di decenni prima del voltare del ‘900. In questo caso ci troviamo di fronte a una piccola aia, con un cordone di covoni intorno, perché i chicchi di grano non saltino e si disperdano nella terra.
Pare un'aia un po' improvvisata, tra le colture promiscue di alberi da frutto, sotto cui a volte erano seminati anche i cereali. L'aia è di terra e su di essa sono stati sciolti i covoni, "la pisatùra", che, una volta scaldata dal sole, era sottoposta al calpestio degli zoccoli delle bestie: due buoi aggiogati, asino, mulo o cavallo, "parìcchju di vuóvi, ciucciu, mulu o cavàddru", come in questo caso. In alcuni paesi, come a Montecalvo Irpino (Av) e a Faeto (Fg), ho riscontrato che, in questo tipo di trebbiatura arcaica, si adoperava pure, nel primo caso un masso largo, piatto e ruvido con un foro al bordo, "lu tufu", nel secondo caso una sorta di grossa grattugia metallica con un masso pesante sopra, trainati dalla bestia con una lunga fune ancorata al suo collare.