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giovedì, settembre 15, 2022

Storie dimenticate. Palermo, 15 settembre 1866, la sanguinosa rivolta del Sette e mezzo: quando la città fu messa a ferro e fuoco


LINO BUSCEMI

Sabato 15 settembre 1866. A Palermo, nella tarda serata, prese avvio, improvvisamente, una diffusa sommossa popolare che, in considerazione della sua durata, è passata alla storia con l’appellativo di Rivolta del sette e mezzo. 

Dopo una cruenta repressione militare, l’ordine venne ristabilito nel pomeriggio del 22 settembre successivo. Quel sabato, una massa di oltre trentamila persone, delusa dalle promesse post-unitarie e soffocata dalla miseria e dalle esose tasse, mise a soqquadro la città. Il governo di allora, per tutta risposta, reagì proclamando lo stato d’assedio e inviando nella nostra città 40 mila soldati al comando del generale Raffaele Cadorna.

Si adottarono misure repressive esagerate, violente e poco rispettose dei diritti umani. I morti ammontarono, secondo fonti non ufficiali, a più di un migliaio. Lo storico delle dottrine politiche Gaetano Mosca (1858-1941), nei suoi scritti Uomini e cose di Sicilia, ridimensionando l’accaduto, sostenne che, fra militari e rivoltosi, caddero centinaia di vittime. Pochine se si tiene conto che il militare Vincenzo Maggiorani, autore di un libro, pubblicato nel 1866, un mese dopo i fatti, dal titolo Il sollevamento della plebe di Palermo…, tenne a precisare che i soldati caduti erano stati oltre duecento omettendo del tutto ogni riferimento al numero dei morti civili! Nondimeno furono arrestati 2.427 rivoltosi, di cui 297 sommariamente processati e 127 condannati all’ergastolo, ai lavori forzati e pene varie. Non c’è, invece, un dato preciso sulle condanne a morte. Nelle piazze e strade cittadine si verificarono numerosi conflitti a fuoco, incendi dolosi, violenze di ogni tipo. Dal cielo piovvero palle di cannone sparate dalle navi da guerra, posizionate nel tratto di mare fra la Cala e il Foro Italico. Palermo, una delle più popolose città del nuovo regno d’Italia, subì un cinico fitto cannoneggiamento simile a quello che si riserva notoriamente ai territori nemici. Naturalmente a farne le spese furono persone di tutte le età, tra cui numerosi innocenti, che persero la vita o subirono gravi ferite e mutilazioni. Anche i danni inferti al patrimonio storico-monumentale ed edilizio urbano, furono notevoli. In quei lunghi giorni di guerriglia si verificarono, tanto per completare il quadro, furti, atti vandalici, saccheggi, sia nei confronti di uffici pubblici che di abitazioni private. Andarono disperse, fra l’altro, non poche fonti archivistiche o librarie, in possesso di istituzioni pubbliche o di note personalità della cultura. Fortunatamente c’è stato chi si è battuto per salvare il salvabile. Il medico e famoso studioso di tradizioni popolari, Giuseppe Pitrè (1841-1916), riuscì, rischiando la vita insieme al fratello, a mettere in salvo la sua ampia raccolta di proverbi siciliani (circa 8.000 più centinaia di schede illustrative), conservata in un locale della sua abitazione di campagna,fuori le mura urbane, nella zona di San Francesco di Paola. La Rivolta del sette e mezzo è scarsamente ricordata nei libri di storia, pur costituendo un avvenimento non secondario del travagliato post-risorgimento meridionale. Certa storiografia non usa giri di parole per attenuare la drammaticità degli avvenimenti e per negare, addirittura, la natura sociale e politica della rivolta. Chi l’ha organizzata? Le risposte sono tante: a coloro che hanno sostenuto che la scintilla è scoccata per iniziativa di centinaia di renitenti alla leva, banditi e mafiosi dell’agro palermitano, è stato fatto notare che gli artefici sono ben altri e cioè ex garibaldini delusi, reduci dell’esercito meridionale, nostalgici ed ex funzionari borbonici, esponenti del clero e dipendenti delle disciolte opere pie. Poi, ci sono quelli che da sempre sostengono che l’idea del tumulto appartiene ai nobili fedeli al vecchio regime borbonico, ai mazziniani, azionisti, socialisti e autonomisti. Infine, un nucleo di ricercatori ed esperti di storia siciliana da tempo sottolineano il carattere spontaneo del Sette e mezzo, definendola «rivoluzione dei senza capi e dei senza bandiera», frutto di un forte malessere sociale e dalla profonda crisi economica e occupazionale che fiaccava l’Isola. Insomma, rivoluzione acefala e senza l’appoggio della borghesia. Dunque destinata a priori a fallire, per mancanza di guida e lucida strategia. Non va sottaciuto, però, che una fitta schiera di soggetti hanno tratto non pochi benefici dalla normalizzazione della situazione. A parte i militari e i funzionari di polizia che sono stati prontamente elogiati, decorati e promossi, c’è da evidenziare che i latifondisti di allora e le classi più agiate hanno consolidato il proprio potere e patrimonio. Per alcuni politici il rimescolamento politico-amministrativo del dopo rivolta si tramutò in vera fortuna. A cominciare dal giovanissimo sindaco della città, Antonio Starrabba marchese Di Rudinì. Uomo ambizioso, fornito di ottimo fiuto politico, dinamico, cresciuto nell’entourage del prestigioso ex sindaco Mariano Stabile. Il marchese Di Rudinì nel 1863, a soli 24 anni, sedette nello scanno più alto di palazzo delle Aquile con l’aureola di attivo rivoluzionario, cospiratore antiborbonico, esule e fervido combattente dell’unità nazionale. Seppe amministrare con competenza e lungimiranza. Si distinse come sindaco del fare: bandì l’appalto-concorso per la progettazione del teatro Massimo, realizzò villa Garibaldi, completò la rete urbana di illuminazione a gas e risanò i conti pubblici. Un cursus honorum che non gli impedì, nel settembre 1866, di agire con spietata durezza contro i rivoltosi del Sette e mezzo. Non ebbe dubbi con chi schierarsi. Anzi, fu, forse, fra tutte le autorità locali e statali, il più attivo e intransigente repressore contro la plebe che voleva dettar legge in città. Militante della destra storica, conservatore convinto, grande proprietario terriero, gettato alle ortiche il suo passato rivoluzionario, viaggiava verso altri lidi e non aveva alcun interesse ad assecondare disegni bellicosi che avrebbero ostacolato, comunque, il completamento dell’Unità d’Italia (Roma e il residuo Stato pontificio, ricordiamolo, non erano ancora stati annessi dal nuovo regno). Decise, pertanto, di difendere con tutte le sue forze la città dall’attacco degli scalmanati intenzionati, anche, a lanciare un duro monito al governo che allora aveva sede a Firenze. Di Rudini si barricò, insieme ad un manipolo di aristocratici, guardie e funzionari, nel palazzo municipale e da lì diresse, per sette giorni e mezzo, la controffensiva contro quella marea di popolo. Allarmato e conscio dei pericoli che correva, rifiutò ogni proposta di dialogo e sollecitò il governo d’intervenire immediatamente per reprimere, con tutti i mezzi, l’intollerabile canea. I palermitani, quelli più disagiati ed esagitati, non gli perdonarono l’insensata rigidità del suo comportamento. Nella tarda mattinata di lunedì 17 settembre, un gruppo di essi pianificò l’assalto all’abitazione privata del sindaco (un palazzo, tutt’ora esistente, ai Quattro Canti). Prima la saccheggiarono e poi appiccarono il fuoco. Le fiamme, ben presto, danneggiarono vari ambienti dell’immobile. La moglie, una giovane piemontese, in preda al panico, si salvò rifugiandosi dai vicini. Dopo, in conseguenza dello spavento, perse la ragione. Per nulla intimorito, il marchese Di Rudinì raddoppiò il suo impegno. Con l’arrivo delle truppe regie, i rivoltosi, come già riportato, furono annientati senza pietà con l’attiva complicità del sindaco della città. I vincitori, ovviamente, alla fine, festeggiarono a modo loro. Il giovane marchese, quale premio per aver fatto fallire la rivolta, ebbe onori (il governo gli dette la medaglia d’oro al valore militare!) e la nomina a prefetto di Palermo e, nel 1868, di Napoli. L’anno successivo, non ancora deputato del regno, fu nominato ministro degli Interni. Dopo pochi mesi fu eletto deputato nel collegio di Canicattì e ben presto assunse la leadership della Destra parlamentare. Agli inizi del ’91 divenne presidente del Consiglio dei ministri, succedendo al suo acerrimo nemico e conterraneo Francesco Crispi. Uscì nel peggiore dei modi dalla scena governativa nel 1898, dopo aver predisposto i decreti relativi alla dichiarazione dello stato d’assedio nella città di Milano e gli atti di scioglimento delle organizzazioni politiche socialiste e cattoliche. La municipalità di Palermo, tuttavia, gli ha intestato una strada nei pressi della via Archirafi. Mentre, ancora oggi, nessuna lapide, né piazza o via, è stata dedicata alla rivolta palermitana del “sette e mezzo” e alla memoria degli innumerevoli caduti. Resta solo il deprecabile oblio.

Lino Buscemi

GdS, 15/9/2022

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