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lunedì, settembre 12, 2022

La guerra in Ucraina e il silenzio di Salvini

Matteo Salvini


DI EZIO MAURO

Si può andare al governo divisi sulla questione più rilevante del momento, vale a dire la guerra dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la contesa tra il Cremlino e l’Occidente, la risposta della Ue con le sanzioni a Mosca, gli aiuti dell’Italia alla resistenza di Kiev? Incredibilmente, si può. Anzi, la destra si prepara esattamente a questo, pensando di vincere le elezioni con due linee contrapposte tra Lega e Fratelli d’Italia sull’emergenza bellica, senza preoccuparsi di garantire una visione comune e un impegno condiviso al cittadino che va alle urne, nella convinzione pragmatica che se si vince, il potere appena conquistato saprà poi incollare i cocci di una politica estera che in campagna elettorale non riesce a stare insieme, frantumata e incoerente. 

Si capisce l’attenzione dei partner internazionali del nostro Paese. L’Italia torna a essere zona di frontiera, proprio mentre rinasce il solco che divide l’Est e l’Ovest del continente: e come tale, soprattutto, torna ad essere zona contesa tra i due campi, porosa politicamente, ambigua strategicamente, confusa culturalmente. Dunque un Paese oggetto di attenzioni e di infiltrazioni, soggetto di sperimentazioni ed esplorazioni inedite, proprio nel momento in cui finisce il trentennio di pace. Stupisce che l’opinione pubblica non pretenda dai leader chiarezza, con un impegno di responsabilità davanti ai pericoli della fase. Come se la guerra fosse risolvibile in se stessa. E soprattutto come se non avesse una causa d’inizio, un insieme di diritti calpestati e libertà travolte nel Paese aggredito, e infine una serie di valori minacciati e attaccati che vanno molto al di là del campo di battaglia, e riguardano anche noi che ci crediamo spettatori. 
In uno strabismo morale, discutiamo sulle conseguenze del conflitto, non sulla sua natura. 
Ripetiamo che la guerra cambierà tutto: ma non ci chiediamo come sta cambiando noi e la nostra identità, che si sta modificando al buio, senza che il Paese ne sia consapevole. Eppure tornano a interpellarci questioni fondamentali: in quale disegno del mondo ci riconosciamo? Abbiamo ancora dei valori di riferimento che sentiamo minacciati? Fino a che punto siamo disposti a difenderli? Esiste una comunità, una civiltà definita da quei valori? E la democrazia dei diritti e delle istituzioni, è ancora ildiscrimine? Alla fine, tutto si può riassumere nella domanda che fotografa la nuova età dell’incertezza in cui siamo precipitati: chi siamo noi, oggi? 
Questa domanda capitale è legittima perché è la stessa destra che la solleva. Infatti da quel campo arrivano insieme gli annunci anticipati di vittoria e le incertezze su come quell’eventuale vittoria verrà gestita politicamente. Questo dipende dall’avventura di un Paese che può veder affacciarsi al potere due destre diverse nella coltivazione del populismo, ma ugualmente radicali, nazionaliste e sovraniste, dunque estreme. Stiamo rischiando di sperimentare per primi nell’Occidente l’estremismo di destra tradotto in governo, senza una decantazione moderata davanti alle lezioni della storia: le incognite sono dunque naturali, le inquietudini anche. Ma c’è qualcosa di più profondo, che non si può ignorare. 
Il leader della Lega Salvini sta assumendo ogni giorno di più il ruolo di replicante occidentale degli interessi di Putin. Già prima dell’invasione dell’Ucraina c’era stato un entusiasmo leghista crescente nei confronti del presidente russo, che Salvini dichiarava spericolatamente di preferire “tutta la vita” ad Obama, alla Merkel (“ve la lascio, scelgo Putin”), e Berlusconi e a Renzi (“non vale un suo mignolo”), a Mattarella (“ne cedo due, in cambio di mezzo Putin”). 
Intanto esponeva il ritratto del Capo del Cremlino sulla maglietta, lo definiva “uno dei migliori uomini politici della nostra epoca” nel 2018 e “uno dei più lucidi leader mondiali” nel 2019, dopo aver firmato uno “storico accordo” d’intesa tra la Lega e Russia Unita, il partito putiniano. 
Finché un’intercettazione sui divani dell’hotel Metropol di Mosca fa affiorare la punta di un iceberg politico-affaristico sommerso, captando la conversazione dell’ottobre 2018 tra tre esponenti russi e tre italiani, guidati dal presidente dell’associazione Lombardia-Russia, Gianluca Savoini, molto vicino a Salvini. Al centro del colloquio, com’è noto, un negoziato sulla compravendita di 6 milioni di tonnellate di petrolio che prevede una tangente del 4 per cento alla Lega, come finanziamento per le elezioni europee. Ma questa è solo la metà dello scandalo, che Salvini non ha mai sentito il bisogno di chiarire, spiegando chi ha deciso l’operazione e con quale mandato leghista: oppuredenunciando chi ha usurpato il ruolo della Lega, parlando a suo nome e trascinandola in una vicenda opaca, di cui il leader non sa nulla. 
Poi c’è l’altra metà della vicenda, ancor più scandalosa: perché in cambio del finanziamento petrolifero russo gli uomini della Lega mettono a disposizione, dal governo, pezzi rilevanti di politica estera italiana. Nelle registrazioni infatti Savoini spiega: “Stiamo veramente cambiando la situazione in Europa, ed è impossibile fermarci. La storia si è rimessa in moto, dunque è impossibile fare uno stop. 
È certamente un new deal, una nuova situazione, un nuovo futuro per noi, siamo al centro di questo processo ma abbiamo un sacco di nemici, siamo in pericolo perché il nostro governo è attaccato da Bruxelles”. 
Non si tratta dunque di un gruppo di lobbisti interessati a fare la cresta su una transazione, ma di uno scambio politico esplicito e dichiarato: “È un discorso politico - dicono infatti gli italiani nella registrazione -. Noi non pensiamo di fare dei soldi con questa operazione. Noi contiamo di sostenere una campagna elettorale, cosa che è di beneficio reciproco per tutti e due gli Stati”. I leghisti sono consapevoli del valore di ciò che vendono, e fanno il prezzo, chiamando in causa direttamente i vertici politici: “È molto semplice - dice la registrazione -, il piano fatto dai nostri referenti politici parla di uno sconto del 4 per cento su 500 mila tonnellate al mese, per sostenere la campagna elettorale”. La convenienza finanziaria dei leghisti si sposa con la convenienza politica del Cremlino, e la natura dell’affare è chiara: una percentuale petrolifera sottobanco, in cambio di una servitù italiana nella politica estera. 
Cosa resta oggi di quella servitù? È il momento di chiarirlo, indipendentemente dall’esito sconosciuto dell’operazione e dai suoi risvolti giudiziari. Ma proprio perché le posizioni di Salvini oggi fanno eco alla linea di Putin, è interesse del leader della Lega chiarire agli italiani di cosa parlavano i suoi uomini al Metropol, per riscattare le sue stesse parole sulla Russia e sulle sanzioni da ogni sospetto di una subordinazione ad un vincolo improprio con Mosca, e palesare la sua piena libertà. Può farlo? 

La Repubblica, 12 settembre 2022

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