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mercoledì, settembre 07, 2022

Caccia agli uomini di Matteo Messina Denaro: 35 arresti


Affari, aste e bodyguard Gli imprenditori trapanesi alla corte dei capimafia. L’indagine sul superlatitante svela l’ultima cerchia di insospettabili, guidata da un boss scarcerato Il comandante del Ros: “ Bloccato l’ennesimo tentativo di riorganizzazione”. Settanta perquisizioni

Lui non c’è, ma nel cuore della provincia di Trapani basta il suo nome. Matteo Messina Denaro. Il nome di un criminale che tanti cercano, ma non per denunciarlo. Piuttosto per chiedere favori ai suoi fedelissimi sul territorio. Come se Messina Denaro fosse ormai un brand, una marca simbolo di affidabilità. Nell’ultima inchiesta dei carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani, coordinata dalla procura di Palermo, la notizia più drammatica non sono i 35 arrestati — vecchi e nuovi fedelissimi del superlatitante — ma i tanti imprenditori che li hanno cercati. 


Uno non voleva perdere un immobile che era stato messo in vendita. E il boss Francesco Luppino, il principale arrestato del blitz, gli garantì che il giorno dell’asta non si sarebbe presentato nessuno. Nonostante altri facoltosi imprenditori fossero andati a trovare uno dei mafiosi più vicini a Luppino, Antonio Ernesto Raia, di Marsala. Il vertice del clan decise di tutelare il vecchio proprietario. Una questione di etica mafiosa per i fedelissimi di Messina Denaro, che si atteggiano a padrini vecchio stampo, ormai lontani dalla violenza delle stragi. Il proprietario ringraziò per tanta attenzione. 
Un altro misterioso imprenditore era invece interessato all’acquisto di un hotel a Erice: il solerte Raia assicurò a Luppino che “ l’amico” avrebbe dato una lauta percentuale alla famiglia. E che dunque valeva la pena di minacciare altri eventuali pretendenti all’asta. 
L’imprenditore marsalese Girolamo Li Causi si rivolse invece a Luppino e ai suoi perché voleva recuperare una somma di denaro da un imprenditore del settore vinicolo. La scorsa notte, Li Causi è finito ai domiciliari per il reato di estorsione in concorso con i mafiosi.Le intercettazioni offronodavvero tante storie. 
L’imprenditore Andrea Colla cercava senza troppi di giri di parole la protezione dei boss. « Nel 2019, in occasione di un attentato incendiario nella concessionaria di automobili a lui riconducibile, aveva informato il mafioso Francesco Giuseppe Raia prima ancora che venisse sporta denuncia ai carabinieri». Eccolo un altro capitolo del racconto fatto dal procuratore aggiunto Paolo Guido con i sostituti che hanno coordinato l’inchiesta, Francesca Dessì, Pierangelo Padova e Alessia Sinatra. Ed ecco l’ennesimo imprenditore siciliano affetto da quello che lo storico Salvatore Lupo ha chiamato “bisogno di mafia”. È ormai il tema ricorrente delle ultime inchieste antimafia, una drammatica voglia di mafia che sembra attraversare un pezzo della società, non solo siciliana. Come messo in risalto di recente anche da Addiopizzo, nell’anniversario della morte di Libero Grassi: « Pagare o meno il pizzo in due casi su tre non è più una questione di paura delle ritorsioni, ma di convenienza, di contiguitàconnivente con Cosa nostra». L’imprenditore Colla aveva avuto guai anche in una sala che gestisce. Meglio affidarsi ai bodyguard della mafia, un altro affare molto lucroso messo in campo dai boss più vicini a Luppino. La mafia di Messina Denaro offre ormai servizi. Un modo per riconquistare consensi. La regia era affidata a un uomo davvero fedele al verbo di Messina Denaro: Luppino è stato scarcerato tre anni fa, dopo avere scontato l’ennesima condanna. E non ha perso tempo: da Campobello di Mazara è tornato a tessere la sua rete di relazioni. E in poco tempo ha ricostruito un nuovo gruppo di fedelissimi attorno alla primula rossa. Un altro tema ricorrente, quello degli scarcerati che tornano nei posti chiave dell’organizzazione. L’aveva detto il pentito Buscetta al giudice Falcone, a metà degli anni Ottanta: «Da Cosa nostra si esce soltanto con la morte o collaborando con la giustizia » . Una verità che sembra dimenticata, in Parlamento si discute addirittura di dare permessi premio ai boss ergastolani che si comportano bene in carcere. 
Luppino è l’ennesima conferma alla verità di Buscetta. Aveva l’obbligo di soggiorno a Campobello, ma per lui non era un problema. La sua fama di vecchio portavoce di Messina Denaro lo accompagnava sempre. E rafforzava i suoi. 
Anche l’imprenditrice Tiziana Rallo, titolare del ristorante “ Sherazade” di Marsala si sarebbe rivolta al boss Francesco Raia per recuperare dei soldi da una donna, c’era in ballo un affare immobiliare. La scorsa notte è finita pure lei ai domiciliari con l’accusa di estorsione. La voglia di mafia è contagiosa, purtroppo. 
— s. p. 

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