domenica 23 maggio 2021

L’INCHIESTA sulle stragi. L’ultimo mistero: il depistaggio di un falso pentito

Un'immagine della strage di Capaci del 23 maggio 1992

di SALVO PALAZZOLO
Le dichiarazioni dell’ex killer Avola al centro di una nuova indagine I pm nisseni vogliono scoprire se qualcuno gli abbia suggerito cosa dire
CALTANISSETTA — Ventinove anni dopo, fra i crateri di Capaci e di via D’Amelio c’è ancora un ammasso di misteri. E un’ombra che si aggira, quella del depistaggio di un nuovo falso pentito. È Maurizio Avola, l’ex killer catanese che parla di un artificiere di Cosa nostra americana per l’attentato a Falcone e si autoaccusa di aver fatto parte del commando che uccise Borsellino. I magistrati della procura di Caltanissetta ritengono di avere trovato le prove che Avola mente. E, adesso, indagano per capire se qualcuno lo abbia ispirato, guidato e suggerito. Con una strategia ben precisa: coprire tutti i buchi che ancora restano nella ricostruzione degli attentati del 1992 e allontanare definitivamente il sospetto di presenze esterne a Cosa nostra.

Nelle scorse settimane, questa storia è diventata anche un caso mediatico, perché Avola è il protagonista di un libro, scritto da Michele Santoro e Guido Ruotolo. Si intitola “Nient’altro che la verità”, è stato presentato in prima serata su “ La 7” in uno Speciale mafia condotto da Enrico Mentana.

Ma dietro Avola — collaboratore di giustizia dal 1994, tre anni dopo espulso perché faceva rapine in banca — non ci sarebbe alcuna nuova verità. Solo un cumulo di menzogne.

Il sopralluogo

Il procuratore reggente di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Pasquale Pacifico hanno convocato il presunto pentito ( attualmente in libertà dopo avere scontato il suo debito con la giustizia) in via Villasevaglios, è la strada dove si trova il garage utilizzato dai boss di Brancaccio per imbottire di esplosivo l’autobomba per Borsellino. Lì, il pentito Spatuzza ha detto di aver visto, accanto a Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, un uomo che non apparteneva a Cosa nostra. Chi era? Avola dice: «Sono io » . Ma in via Villasevaglios non ha saputo indicare neanche lo scivolo del garage. E quando i pm e gli investigatori della Dia lo hanno portato nello scantinato dei boss, non ha riconosciuto la saracinesca. I magistrati hanno poi mostrato a Spatuzza la foto di Avola, il pentito dice di non averlo mai visto. Ora, l’ex killer catanese rischia di essere indagato per calunnia e autocalunnia, nelle scorse settimane i pm di Caltanissetta gli hanno contestato tutte le sue contraddizioni. C’è addirittura un documento del 1992 che lo smentisce: lui sostiene di essere stato a Palermo nei giorni precedenti la strage di via D’Amelio, ma il giorno prima venne fermato a Catania da una pattuglia della polizia. Nella relazione di servizio, ritrovata dalla Dia, un agente annotò: «Ha il braccio ingessato » . Avola ha provato a sostenere che era un falso gesso, per crearsi un alibi. Ma gli investigatori hanno trovato anche la radiografia di quel braccio rotto. L’ex killer dice pure di essere andato a Palermo con Aldo Ercolano, un’altra circostanza davvero poco probabile, perché all’epoca il capomafia legato a Santapaola era sorvegliato speciale, dunque sottoposto a frequenti controlli.

Perché mente Avola? Questa è solo la storia di un ex pentito che cerca una nuova ribalta? Oppure, qualcuno lo ha pilotato ad arte per finalità oscure? Attorno a queste domande ruota l’ultima indagine sui misteri delle stragi.

L’ex agente

In questi mesi, i pubblici ministeri di Caltanissetta stanno indagando anche su un altro crinale molto particolare. È tornato a parlare pure l’ex pentito Giuseppe Riggio, un tempo agente della polizia penitenziaria e mafioso di Caltanissetta. Racconta di avere saputo da un ex poliziotto suo amico, tale Giovanni Peluso, che il 23 maggio c’era anche lui a Capaci. E Peluso è finito indagato, per concorso in strage.

I magistrati hanno interrogato l’ex moglie dell’agente, un’ex dipendente del Consiglio superiore della magistratura, che ha detto: « Quel fine settimana di maggio me lo ricordo, sparì il venerdì e tornò il lunedì pomeriggio a casa. Poi, qualche anno dopo mi disse che si era trovato a Capaci perché aveva fatto delle indagini per conto dei servizi segreti » . Che lavoro faceva per davvero Giovanni Peluso? E cosa ha fatto a Capaci?

Il reperto

Un’altra strana presenza attorno al cratere dell’autostrada l’ha messa in risalto un esame del Dna su un guanto ritrovato dalla Scientifica dopo l’esplosione di 29 anni fa. Su quel guanto c’è un Dna con una forte componente femminile. Ma i pentiti non hanno mai parlato di donne nel commando della stragi. Però, una donna venne notata da alcuni testimoni sul luogo di un altro attentato di mafia, per fortuna fallito, al presentatore Maurizio Costanzo. Era il 15 maggio 1993, la bomba esplose in via Fauro, a Roma. Una misteriosa donna venne segnalata pure sui teatri delle stragi di Firenze e di Milano, avvenute il 27 maggio e il 27 luglio 1993. Su questo indagano i magistrati della procura di Firenze.

Il numero americano

I pubblici ministeri di Caltanissetta non hanno mai smesso di cercare dentro i misteri delle stragi. Misteri che arrivano anche oltreoceano. Due ore e 41 minuti prima dell’esplosione di Capaci, uno degli attentatori — Antonino Gioè — chiamò dal suo telefonino ( clonato) un numero americano. Un’utenza del Minnesota: 00161277746990, che inizialmente risultava inesistente. Poi gli investigatori della Dia hanno trovato un indirizzo: 2585 Ivy Avenue East, Maplewood, Minnesota. Hanno trovato anche il numero dell’appartamento del residence in cui era installata l’utenza, il 315.

Chi c’era in quell’appartamento? E quale comunicazione aspettava dalla Sicilia l’ospite dell’interno 315? Misteri su misteri, 29 anni dopo.

La Repubblica Palermo, 23 maggio 2021

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