venerdì 21 maggio 2021

Capaci e resistenti. Intervista a Marcelle Padovani

Giovanni Falcone

di
FRANCESCO ALÌ

Sono passati esattamente 30 anni dalla pubblicazione di Cose di Cosa nostra, edito da Rizzoli, un libro-intervista, un’analisi del fenomeno mafioso consegnato da Giovanni Falcone alla giornalista Marcelle Padovani.

Un libro epocale in cui il magistrato del maxiprocesso che ha trascinato i capimafia in tribunale ci ha illustrato, insieme alle sue analisi e ai suoi stati d’animo, la mafia con i suoi protagonisti, le sue regole e i suoi meccanismi, le modalità di affiliazione, il potere che le deriva da attività illecite, strategie di intimidazione e rapporti con la politica, l’economia e la società intera.

Una ricorrenza che cade nel mezzo di una pandemia che ci ha sconvolto le vite e costretti a fare i conti con la nostra dimensione personale, familiare e pubblica.

Ne parliamo con la corrispondente da Roma per Le Nouvel Observateur, la giornalista francese alla cui saggia e brillante penna sono state affidate le parole pensate, pesate e pesanti di Giovanni Falcone. 

A lei che conosce così profondamente il nostro Paese, che lo ha girato e che continua a girarlo in lungo e in largo. La incontriamo spesso nelle scuole dove porta agli studenti quella testimonianza straordinaria ed irripetibile, rilasciata tra marzo (quando Falcone, dopo 11 anni in trincea a Palermo, fu nominato direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia a Roma) e giugno 1991. 

Il libro che voleva essere anche un bilancio tra un incarico e un altro, scritto in quel “tempo sospeso” che precedette di poco la “strage di Capaci” (23 maggio 1992), diventa una testimonianza storica; quelle analisi si trasformano in un passaggio di testimone alle nuove generazioni che vogliono lottare contro le mafie. Un libro di straordinaria attualità, non una elencazione di successi, un esercizio trionfalistico, un’autocelebrazione, ma un’analisi che affronta le conquiste e gli errori nella lotta alla mafia, che ci lascia segnali importanti per poter interpretare meglio il futuro.

Sono passati 29 anni dalla strage di Capaci, l’attentato che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo (47 anni) e agli uomini della sua scorta, Vito Schifani (27 anni), Antonio Montinaro (30 anni) e Rocco Dicillo (30 anni). Falcone aveva compiuto 53 anni da cinque giorni.

Il timore è che l’impegno e il sacrificio dei servitori dello Stato caduti per mano della mafia possano essere dimenticati. Occorre che la reazione sociale non si esaurisca ad un fatto emotivo legato ad un ricordo, un anniversario, ad una bella e importante giornata della memoria da celebrare una volta all’anno. D’altra parte, gli strumenti di repressione da soli non possono essere la soluzione per problemi che nascono e si sviluppano, invece, in assenza di lavoro, di investimenti culturali, economici e politici. Andare nelle scuole per incontrare gli studenti può diventare allora una vera e propria missione, un impegno morale, un ritorno ad una militanza politica che ci consenta di portare lì, in orario scolastico, le migliori testimonianze, l’esempio e, con loro, la speranza. Per provare a contribuire alla crescita culturale e politica delle nuove generazioni, per sollecitare, insieme ad una chiara e consapevole scelta di campo, un loro impegno nuovo e fresco che punti alla custodia, alla manutenzione ed alla promozione di questa importante memoria che non può rimanere patrimonio solo dei protagonisti o degli spettatori di quella stagione.

 

Marcelle Padovani, a 30 anni dalla pubblicazione di Cose di Cosa nostravorrei partire dalla fine, dalla chiusura del libro, dall’ultima frase di Giovanni Falcone: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». Il magistrato si riferiva agli omicidi politici di Mattarella, Reina e La Torre, ma dopo un anno sarebbe stato ucciso anche lui nella strage di Capaci. Con il senno di poi pensa che parlasse anche di sé?

La solitudine di Giovanni Falcone, questo era il titolo del documentario che abbiamo realizzato alla fine del maxiprocesso con il regista Claude Goretta. Perché, nonostante l’immenso successo giudiziario raggiunto dalla Procura di Palermo, era già più che chiaro che quel magistrato fosse un uomo solo, guardato con sospetto (o con invidia?), a volte deriso, sia dal potere politico che da quello giudiziario. Con qualche eccezione, ovviamente. Ma per noi «osservatori stranieri» quest’isolamento era sorprendente dal momento che, per la prima volta, 19 ergastoli e 2.000 anni di carcere si abbattevano su più di 4.000 imputati, tra i quali i principali boss mafiosi. Imponente, efficace e preciso quel processo!

Allora oggi, quando vedo che si celebrano Falcone e Borsellino in modo quasi meccanico, quando li si elogia come degli eroi, mi viene da chiedermi molto prosaicamente se così sarebbe stato se non fossero stati barbaramente eliminati dalla mafia. Mi chiedo poi se questi due esempi di coraggio e di senso dello Stato non si considererebbero, loro stessi, completamente estranei all’attuale umiliante mondo che è diventato la giustizia, rifugiandosi in una solitudine, questa volta, da loro stessi desiderata.

 

La lezione di Falcone, il suo esempio, in che modo possono essere utili oggi per i magistrati, per la società intera, a cominciare dai più giovani?

Ci sono delle conseguenze talmente positive da cancellare ogni dubbio sull’importanza di uomini come Falcone e Borsellino. L’attuale legislazione antimafia, nata dai criteri e dalle proposte di Falcone, celebrata in tutto il mondo come la migliore e la più efficace contro il crimine organizzato, con il nuovo delitto di associazione mafiosa per esempio e con la creazione di una Procura nazionale antimafia, costituisce la vera eredità di Giovanni Falcone. Solitudine o non solitudine. La repressione, la magistratura e le forze dell’ordine la sanno fare in Italia. Il resto (la prevenzione, l’offerta di un modello di sviluppo e di organizzazione sociale) non spettava e non spetta alla magistratura. 

 

Teme che giudici come Falcone e Borsellino possano essere dimenticati? Pensa che siano ricordati nel modo giusto?

No, non temo che possano essere dimenticati. L’Italia è un Paese che almeno formalmente ha un grande rispetto per i personaggi della sua storia. Temo però che questo rispetto – molto apprezzabile ‒ possa, alla lunga, accontentarsi di appuntamenti commemorativi ben organizzati, ma a poco a poco svuotati di contenuto. Perché il vero ricordo non dovrebbe finire imbalsamato. Dovrebbe, al contrario, avere delle incidenze nella vita di ogni giorno, sociale, politica, individuale, come se oggi fosse uguale a ieri.

Credo che qualcuno, nella magistratura, dovrebbe chiedersi come Giovanni Falcone avrebbe affrontato l’attuale incubo “Giustizia”.

 

Per andare al rapporto con lo Stato, Falcone diceva, «debbo sempre dare delle prove, fare degli esami…  sotto il fuoco incrociato di amici e nemici, anche all’interno della magistratura».  Come viveva queste delusioni? E le sue paure quotidiane? 

Falcone non esprimeva né paure né apprensioni. Anzi, gli capitava di scherzare con Borsellino, per esempio, sul necrologio che Il giornale di Sicilia gli avrebbe dedicato alla sua morte. Semplicemente perché aveva scelto di trasformare l’apprensione in organizzazione, e cercato di limitare al massimo i rischi che correva. Ricordo i lavori importanti che chiese per il suo ufficio all’ultimo piano del ministero di Giustizia. Durarono un buon mese. Ricordo le sue precauzioni quando camminava per le strade, si sedeva al ristorante (sempre di fronte alla porta). Ricordo il suo rifiuto della mondanità. La sua vita austera, blindata, quasi esclusivamente dedicata al lavoro. Aveva una capacità inusuale di ricordare ogni dettaglio. Anche quello più apparentemente insignificante. Diceva che ogni particolare ha un suo significato.

 

Rivolgersi all’opinione pubblica con un libro era «l’ultima carta che potesse giocarsi contro quella parte della politica, del CSM, dei colleghi che lo avevano abbandonato». La pubblicazione ha avuto l’effetto che speravate? Come è stata accolta l’uscita?

Con grandissimo interesse, prima a Parigi poi in Italia. Che Falcone, magistrato solitario e poco comunicativo, si fosse convinto a mettere nero su bianco problemi e conquiste della lotta alla mafia, a rompere il solito silenzio di chi applica la legge, a chiamare ognuno, politico o magistrato, ad assumersi le proprie responsabilità, fu salutato come un evento.

 

Quando e come avete deciso di scrivere il libro e come vi organizzavate considerato che Falcone lavorava molto, non era mai nello stesso posto? Come è nato il rapporto di fiducia con lei? E come gestivate il tema della sicurezza?

Come abbiamo proceduto? Devo raccontare il contesto, le circostanze, la storia del nostro rapporto. Ho conosciuto Falcone nel novembre del 1983, quando si cominciò a parlare sui media di un capomafia chiamato Tommaso Buscetta che aveva deciso di “collaborare” con il magistrato. Fu il primo capomafia a farlo. Con l’aiuto di Luciano Violante, allora deputato, ottenni un appuntamento al Palazzo di Giustizia di Palermo, alle ore 19. In giro non si vedeva anima viva. Al secondo piano una prima porta blindata, poi una seconda. Una cinepresa in moto. Quando si apre l’ultima porta appare Falcone. Allarga le braccia con aria rammaricata: «Mi dispiace, devo disdire l’appuntamento… Devo correre al carcere dell’Ucciardone». Allora propongo: «Ma non possiamo cenare dopo insieme?». Il giudice mi risponde: «Non sarebbe molto igienico», ma dinanzi alla mia aria desolata, aggiunge subito: «Possiamo partire domattina assieme per Roma e l’intervista la facciamo in volo. Appuntamento domani alle 8 a Punta Raisi».

Ma la sfortuna non ci lascia, perché in viaggio siamo seduti accanto a un uomo politico che era sceso a Palermo per dare, si diceva, la tessera del proprio partito al padrino della mafia Michele Greco. Falcone mi disse, allora: «Torni a casa sua, la faccio chiamare in mattinata». Dopo quest’inizio rocambolesco non ci credevo molto. E invece arrivò la telefonata da parte di un militare della Guardia di Finanza che mi condusse in una caserma. Scendiamo quattro gradini, una porta si apre e cosa vedo? Falcone seduto e un tavolo imbandito con una tovaglia bianca dinanzi a un caminetto acceso. È intorno a questo tavolo che è nata un’amicizia e credo di poter dire anche una stima, reciproche.

 

Ma come siete arrivati al progetto del libro?

Molto lentamente. Scrivevo reportage sulla mafia, quello era un periodo particolarmente fecondo e in più accadevano eventi criminali sorprendenti. Li pubblicavo sul Nouvel Observateur dopo aver sempre parlato con il caro magistrato con cui mi confrontavo. Facevo in modo di farglieli avere via fax. Credo che apprezzasse.

Ad un certo punto mi misi in testa che le conoscenze, le esperienze, le analisi e le risposte che Falcone elaborava dovevano essere consegnate alle pagine di un libro. Cosa che all’epoca non era consueta nel mondo della magistratura. Ne parlai insistentemente con lui dopo il maxiprocesso, contattai il mio editore a Parigi, ma Falcone rimandava sempre la decisione: «Non è il momento». Poi quel momento arrivò, a metà febbraio del 1991, quando Falcone mi annunciò: «Sto per lasciare Palermo, mi danno da risolvere soltanto dei problemi di furti di elettricità al quartiere Zen di Palermo, vengo a lavorare al Ministero della Giustizia come responsabile degli Affari penali». Intuii di colpo che il momento della transizione fra due incarichi era quello buono per ragionare delle conquiste e degli errori nella lotta alla mafia. Gli spedii subito via fax uno schema di lavoro. Chiamai il mio editore che venne a Roma con un bel contratto. A fine febbraio eravamo ai nastri di partenza.

 

Il tragico assassinio del 1992 ha trasformato il libro in una consegna, in un passaggio di testimone alle nuove generazioni. Come la reazione della società deve essere canalizzata per non esaurirsi in un fatto emotivo legato ad un ricordo, un anniversario, ad una sola giornata della memoria? Sono sicuro che avrà conservato gelosamente tanto materiale, registrato le interviste, avrà preso appunti con carta e penna… Ha testimonianze e aneddoti inediti che potrebbero ancora portare nuovi messaggi nelle scuole, ad esempio, insieme agli altri suoi lavori Les dernieres annees de la mafia (Folio Gallimard, Parigi, 1987) e al film Les ennemis de la mafia (Canal plus, 1987)?

Sì, ho conservato un po’ di materiale dell’epoca, riferito al libro-intervista con Giovanni Falcone. Qualche foto scattata nel corso di una conferenza stampa di presentazione. Prima a Parigi, poi a Roma. Ma soprattutto ho conservato il manoscritto originale battuto a macchina. Scrissi il libro in francese e Giovanni Falcone lo lesse in quella lingua che ben conosceva; soltanto un mese dopo l’uscita in Francia (settembre 1991) fu tradotto in italiano e pubblicato da Rizzoli. Conservo dunque il manoscritto in francese con le correzioni in italiano di Falcone. Poche in verità, concentrate soprattutto sulle ultime pagine.

21 maggio 2021

https://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Capaci_e_resistenti.html


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