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venerdì 28 maggio 2021

Atlante dei soprannomi: così la Sicilia reinventa l’identità delle persone


di Salvatore Ferlita 
«Ci sono ingiurie che colgono i caratteri o i difetti fisici di un individuo – diceva il capitano – e altre che invece colgono i caratteri morali; altre ancora che si riferiscono a un particolare avvenimento o episodio. E ci sono poi le ingiurie ereditate, estese a tutta una famiglia; e si trovano anche sulle mappe del catasto». 
Non potrebbe esserci ricapitolazione più efficace, riguardo alla genesi e alla diffusione dei soprannomi in Sicilia, di quella proposta da Leonardo Sciascia ne " Il giorno della civetta", per bocca del capitano Bellodi. " Ingiurie" che, come dimostra il caso della famiglia di pescatori di Acitrezza, spesso surclassano il cognome stesso, spazzandolo via definitivamente: Padron ’NtoniBastianazzo, Maruzza sono per tutti noi i componenti della famiglia Malavoglia e non certo Toscano, come testimonia invece il libro della parrocchia. Insomma, le pagine degli scrittori isolani pullulano di appellativi, da Pirandello a Francesco Lanza, un fuoriclasse in materia, e poi Bufalino, Salvatore Fiume, Bonaviri. 

Ma quello della scrittura immaginativa è solo uno dei filoni percorsi da Giovanni Ruffino, il principe dei nostri dialettologi , per portare a termine l’ennesima fatica titanica dal titolo "La Sicilia dei soprannomi". Un volumone di più di mille pagine edito dal Centro di studi filologici e linguistici siciliani col contributo della Regione: «Davvero questa mappatura è il risultato di un lavoro enorme – ammette lo studioso di Terrasini – e si deve a uno sforzo collettivo, realizzato all’interno della fucina dell’Atlante linguistico della Sicilia» . Sono pochi i centri siciliani non censiti: «Sono andato ogni volta che ho potuto sul posto - precisa Ruffino - per compilare le schede dei soprannomi, che una volta si scrivevano a mano, integrandole ogni volta o correggendole, occorre anche lavorare sul campo, raccogliere le parole degli autoctoni, ascoltare e comparare: si tratta, infatti, di indicazioni che altrimenti rischierebbero di andare perdute, essendo per lo più proprie dell’uso orale» . Il materiale raccolto va poi osservato da diverse prospettive possibili: da quella linguistica a quella storica, letteraria, geolinguistica, classificatoria. «L’antroponomastica è una specie di pozzo di San Patrizio, da cui vengono fuori indicazioni preziose per lo storico, per l’antropologo, per il lessicografo, per il sociolinguista, per l’etnografo» spiega ancora Ruffino, per poi aggiungere: «Tuttora il soprannome viene usato per indicare una determinata persona in una precisa comunità. L’istinto alla soprannominazione è innato e spesso prescinde dalla necessità individuante». 

I soprannomi, infatti, si possono distinguere in due grandi categorie, come aveva già proposto lo stesso Ruffino in un saggio del 1988: ci sono quelli funzionali, utili per distinguere, identificare, individuare, e ci sono quelli ludici, affibbiati per puro divertimento, attivati da impulsi immaginativi e fantastici. 

Prendiamo, ad esempio, il caso di un individuo babbeo: gli epiteti utilizzati possono essere classificati sulla base della molteplicità dei riferimenti "semantico- espressivo- metaforici": hanno infatti a che fare coi vegetali soprannomi come "citrolu", " cucuzza", " zuccu", mentre da altre urgenze metaforiche si sono formate ingiurie come "caddozzu", " crozza", "cudduruni". Ai limiti del body shaming, viene oggi da dire, risultano soprannomi come "arancina chi pedi" (Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento), " bummarduni(diffuso a Santa Flavia, dunque nel Palermitano, come pure a Cianciana e a Grotte nell’Agrigentino), e ancora "menzavutti", "panzallegra", " tabbaruni", riferiti tutti quanti alle caratteristiche fisiche. Come pure " Assicoppi" (Noto, Siracusa), "brisculidda" (Campobello di Mazara), "carcagniddu" (Mazzarino, Caltanissetta), soprannomi legati alla statura bassa, alla esigua costituzione. Non può mancare la sfera sessuale, vero e proprio propulsore atomico di appellativi pertinaci: "allupata" ( Roccapalumba), " assicutacriati" (Noto), "fimminiedda" (tra Bagheria e Capaci), "tappinara" (Petralia Sottana). 

I soprannomi nel tempo hanno spesso incrociato i cognomi, a volte sovrapponendosi ad essi, a tal punto che in alcuni casi il discrimine tra le due categorie risulta particolarmente esile. Consideriamo, a tal proposito, il cognome Abbruscato, presente pure nella variante di Bruscato: deriva dal dialettale "abbruscatu", cioè bruciacchiato: da qui, appunto, il soprannome di "abbruscatu". Aguanno invece viene da "auannu", cioè quest’anno. Mentre Allotta deriva da "gallotta", tacchina, Bonazinga è il risultato della crasi tra " bona" e " nzinga", quindi buon auspicio: si tratta di un nome augurale. E ancora: Iemmolo nasce da "èmmulu", ovvero gemello, mentre Gruppuso deriva da "gruppu", nodo, e dovrebbe indicare una persona enigmatica; Sciarrino si è formato da "sciarra", lite, ed è riferito a persona litigiosa. 

Lo studio dei soprannomi dà a volte esiti sorprendenti: consente infatti di ricostruire i reticoli migratori regionali. Attraverso la mappatura di questi appellativi si può avere contezza di quali comuni abbiano ricevuto immigrati siciliani e quali invece hanno dato. Queste mappe indiziarie dei flussi, disegnate su base antroponomastica popolare, ci dicono ad esempio che il comune nisseno di Vallelunga (grazie ai suoi feudi e alla grande produzione cerealicola) o quello agrigentino di Burgio (per le ceramiche) hanno esercitato una capacità attrattiva considerevole, avendo ricevuto molti immigrati da diverse zone dell’Isola. Dai soprannomi (come "lintinisi", "missinisi", "gruttisi", "cammaratisi" e altri ancora) ci si può dunque accorgere in che modo la gente si spostava. Ma viene da chiedersi quale sia oggi lo stato di salute dell’"ingiuria" nell’Isola: prendiamo il contesto giovanile, quello di Partinico, passato al setaccio nella tesi di laurea di Graziella Vitale all’inizio del terzo millennio. Dai campioni raccolti e allineati emerge una discreta pratica della soprannominazione, in prevalenza ridicolizzante e dialettale. Sono più di cento i soprannomi tuttora vitali, anche tra gli studenti: "cinesina", "mammolo", "provolone", ma anche "alcapuni", "zelig", accanto a quelli vernacolari come "nasca", "piritunaru" e "pinnuluna". 

La Repubblica Palermo, 27 maggio 2021 

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