Giovanna Cirino
Gli occhi arguti del puparo più famoso sono neri e ribelli, sono gli occhi di un artista felice perché ha vinto la scommessa della vita, quella iniziata negli anni ‘70 su cui nessuno avrebbe puntato. Restare in via Bara all’Olivella e non cedere alle sirene tentatrici che lo avrebbero portato tra i palazzoni senza storia di viale Strasburgo, il quartiere con le vetrine luccicanti, uno dei simboli del «sacco» di Palermo.
Pure sua madre glielo diceva: «Mimmo vai via da qui, ormai non c’è più posto», ma lui niente, energico e indomito non ha lasciato l’isola, come erano chiamati un tempo i mandamenti. E quell’isola lo ha reso felice. Il maestro del cunto Mimmo Cuticchio, 75 primavere appassionate, importante esponente contemporaneo della tradizione del teatro di figura, figlio del grande oprante Giacomo e di Pina Patti, ricorda con romantico candore la sua vita legata in modo indissolubile al Teatro e alla Macchina dei sogni, quell’arte espressa con talento attraverso i fili dei pupi.
Cosa è per lei la tradizione?


































