CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

mercoledì 15 settembre 2021

L’INTERVISTA. Monsignor Pennisi: "I mafiosi tornano in chiesa, cercano nuovi consensi"


di Salvo Palazzolo
«I mafiosi continuano a usare un linguaggio religioso per provare ad ottenere una riconoscibilità che non hanno». Monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale e componente della commissione vaticana per la scomunica alle mafie, è preoccupato per l’insistenza con cui i padrini provano a entrare in Chiesa. Adesso, ci provano nuovamente chiamando l’organizzazione mafiosa "Altare maggiore", così dicevano due mafiosi di Torretta intercettati di recente dai carabinieri del nucleo Investigativo, di Palermo, come ha raccontato Repubblica.
Perché i mafiosi continuano ad avere tanta attenzione nei confronti della religione? Un altro tassello del percorso di riorganizzazione criminale in atto?

«I boss sono alle ricerca di nuovo consenso sociale, provano ad accreditarsi presso la società con espressioni religiose. Ma le loro sono solo forme di contro-religione, di ateismo. Non c’è spazio per i mafiosi in Chiesa se non dopo una profonda conversione».

A che punto è il percorso della commissione vaticana che dovrebbe mettere per iscritto nei testi della Chiesa la scomunica ribadita da Papa Francesco?

«Abbiamo scritto ai presidenti delle conferenze episcopali di tutte le nazioni, è emerso che le mafie si manifestano in tanti luoghi del mondo in modo simile. Vogliamo che la scomunica sia estesa in modo chiaro a tutte le organizzazioni criminali».

A parlare di "Altare maggiore" sono due mafiosi di Torretta, centro che si trova all’interno della sua diocesi.

«Da tempo siamo impegnati in quel territorio difficile: c’è tanta gente di buona volontà, ma a volte si sentono scoraggiati, come se dovessero fare i conti con un muro di gomma. Fra due mesi ci saranno le elezioni dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, ma temo che ci sia ancora un clima difficile».

In un’altra recente intercettazione dei carabinieri, un boss di Pagliarelli si lamentava della decisione della Chiesa di fare beato don Pino Puglisi. Diceva: «Ma santo di che? Ha fatto miracoli? Una volta ti facevano santo quando facevi i miracoli, questo miracoli non ne ha fatti». Cosa c’è dietro l’odio che i mafiosi continuano ad avere per il parroco di Brancaccio ucciso il 15 settembre del 1993?

«Queste parole ci danno la misura di quanto i mafiosi tengano ancora alla loro religiosità, che è asservita a disegni di potere ed è usata per accrescere la propria legittimazione sociale. Contro tutto questo si impegnava don Pino Puglisi con parole e un’azione pastorale chiara. La mafia è una religione capovolta con una sacralità atea che rende schiave le persone inserendole in un circolo diabolico dal quale è difficile uscire».

Come si ferma questo ateismo criminale?

«I vescovi siciliani hanno espresso delle pronunce chiare. Ora, si richiede un’estrema vigilanza da parte dei pastori della Chiesa, affinché certe espressioni della religiosità popolare non diventino il set su cui i mafiosi possano inscenare una rappresentazione del loro potere intimidatorio e di seduzione verso i giovani».

La Repubblica Palermo, 15/9/2021

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