CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

venerdì 3 settembre 2021

UN LIBRO A CENTO ANNI DALLA MORTE. Colajanni, l’antimafia come questione morale


di LINO BUSCEMI

Dallo scandalo della Banca Romana al delitto Notarbartolo, il testo ripercorre gli episodi della nascente “ piovra”: un grido d’allarme estremamente attuale


La lotta alla corruzione e il riscatto civile del Mezzogiorno erano i temi centrali per il parlamentare mazziniano 

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione di Lino Buscemi di “Nel regno della mafia” di Napoleone Colajanni, testo riedito da Arti Grafiche Siciliane nel centenario della scomparsa del deputato al parlamento. Se n’è parlato ieri alle in piazzetta Bagnasco a Palermo.

La Sicilia, terra da Napoleone Colajanni tanto amata e difesa, deve molto, ancora oggi, all’insigne studioso e uomo politico. Colajanni nacque a Castrogiovanni (oggi Enna) il 27 aprile del 1847 e si spense nella sua città natale il 2 settembre 1921. Deputato alla Camera, eletto nei Collegi di Castrogiovanni — Caltanissetta e Girgenti, dal 1892 fino alla morte. Militò nell’opposizione “ estrema” repubblicana e radical- socialista. Fu un parlamentare fra i più autorevoli e ascoltati, ma anche un prolifico e prestigioso giornalista, un gustoso polemista, un acuto sociologo ed economista, un rigoroso professore universitario (insegnò statistica nelle Università di Palermo, Napoli e Messina), un ottimo popolare medico della sua città natale. 

A Castrogiovanni, che il regime fascista poi ribattezzò Enna, ricoprì per lunghi anni la carica di assessore e consigliere comunale. Avversario dichiarato e battagliero di Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, si schierò sempre dalla parte dei lavoratori e per la libertà, in difesa del Mezzogiorno. Denunciò senza peli sulla lingua, in coerenza con la sua concezione morale ed etica della politica, lo scandalo della Banca Romana (intreccio perverso di indicibili affarismi fra politici e banchieri), provocando la caduta del primo ministero Giolitti (1893). Respinse sdegnosamente l’assurda tesi antropologica di Cesare Lombroso della “ razza” come “ causa unica” dell’arretratezza meridionale. 

Si deve a lui una delle prime proposte di riforma dello Stato italiano che poggiava su due presupposti: il repubblicanesimo mazziniano e l’idea federalista come completamento del concetto di repubblica così come concepito da Carlo Cattaneo, in più una concreta valorizzazione delle autonomie locali e un significativo decentramento amministrativo per mitigare il centralismo voluto e realizzato dalla Destra storica. Diresse dal 1891 in poi “ L’Isola di Palermo”, giornale di opposizione, fautore di un socialismo moderato. Strinse amicizia con Filippo Turati, le cui idee socialiste condivise tra il 1882 e il 1893. 

Successivamente polemizzò aspramente proprio con il padre nobile del socialismo italiano, a causa di divergenze ideologico-politiche non sanabili. Lasciò, dunque, i socialisti per aderire, in maniera più ferma e convinta, al partito repubblicano. Fondò, altresì, “ La Rivista Popolare”. Nel 1900 fece stampare il pamphlet, che nel centenario della sua scomparsa pubblichiamo ( in riproduzione anastatica), con il titolo diretto ed evocativo di allora: “Nel Regno della Mafia”. Un’opera coraggiosa e incisiva, ancora oggi utile e valida, per l’acutezza dei giudizi e per le soluzioni prospettate. 

Il libro costituisce un contributo serio e maturo allo studio del fenomeno mafioso e risulta un qualificato esempio per quanti, ai giorni nostri, combattono la piovra, non solo giudiziariamente, senza quasi mai far seguire alle parole i fatti. Rimasero sempre presente in Colajanni gli ideali mazziniani repubblicani ( nei quali si era forgiato), anche quando, ripeto, si accostò al socialismo positivista ed evoluzionista di fine ’ 800. Insomma non fu mai un “trasformista” né, tantomeno, un anticipatore degli attuali spregevoli “voltagabbana” che pullulano gli scranni del parlamento della Repubblica. 

Si intestò, senza esitazioni e concoerenza politica, la causa dei “carusi” delle miniere di zolfo, dei pastori, dei braccianti e dei contadini poveri del latifondo, proponendo, per il riscatto morale e civile della Sicilia e dell’intero Sud, la diffusione della cultura e la presa di coscienza politica delle masse. Non a caso fu molto vicino al Movimento dei fasci dei lavoratori che tanti lutti provocò in Sicilia a causa della dura repressione governativa. 

Tutto ciò, comunque, non lo distolse dall’avversare, al tempo stesso, la politica di Giolitti prevalentemente indirizzata a privilegiare lo sviluppo economico del Nord Italia. In sintesi, nella sua lunga attività politica e parlamentare, Colajanni condusse senza esitazioni una incessante battaglia contro la mafia ( che per lui era essenzialmenteun problema politico ancorché criminale), una lucida azione parlamentare e fra la gente per rimarcare la centralità della questione meridionale e il superamento del dualismo economico e sociale ( disse: «la democrazia resterà incompiuta sino a quando coesisteranno due Italie » ; quasi una profezia, vista la persistenza degli squilibri territoriali e sociali), una lotta senza quartiere al degrado morale, senza fare mai del moralismo. 

La questione morale ( e la lotta alla corruzione) per Colajanni era la questione numero 1, la cui irrisolvibilità condizionava non poco la vita democratica e la tenuta delle istituzioni e della pubblica amministrazione. Cosa direbbe oggi l’illustre nostro conterraneo davanti al moltiplicarsi delle ruberie e allo sperpero di pubbliche finanze a tutti i livelli di governo? Nondimeno il centesimo anniversario della sua scomparsa rischia, per i motivi in premessa indicati, di non lasciare alcuna eco: eppure i motivi di riscoperta della sua attualità sono molti. Ad iniziare dal meridionalismo e dalla lotta alla mafia e alla corruzione, non tralasciando l’impegno per dar vita ad una nuova etica e responsabilità pubblica. 

Napoleone Colajanni ha il torto di non essere stato adepto di nessuna “ chiesa”. Da qui, a giudizio non solo di chi scrive, il pressocché totale oblio della cosiddetta politica ( nazionale e locale) priva ormai di ideali e sovente lontana dalla gente. Ieri come oggi. Forse è proprio questo oblio ad accreditare il coraggio e l’opera di Colajanni che concluse il suo saggio sulla mafia con queste parole: « Il Regno della mafia in Sicilia non cesserà se non il giorno in cui con una vera instauratio ab imis (ristrutturazione dalle fondamenta, ndr) i Siciliani acquisteranno la libertà vera, il diritto e i mezzi di punire i prepotenti, di mettere alla gogna i ladri e di assicurare a tutti la giustizia giusta». 

Con il senno di poi, alla luce anche dell’acuta intuizione di Sciascia sul superamento della “ linea della palma”, è augurabile che l’auspicio di Colajanni susciti entusiasmo non solo nell’Isola ma nell’intero Paese afflitto, ahinoi, dai medesimi mali siciliani e da alcune patologie generative senza confini geografici. Con la pubblicazione, nel centenario della sua scomparsa, del libro a lui tanto caro “Nel regno della mafia”, si è inteso colmare un vuoto che solo una sempre più disattenta politica è capace di generare, per non disperdere quasi definitivamente la memoria, storica e collettiva, di un testo che ha fatto conoscere, nel lontano 1900 e nei decenni seguenti, a più generazioni di italiani, che cosa è la mentalità mafiosa e, quindi, la ferocia dell’organizzazione criminale, partendo dalla descrizione del primo eclatante delitto della piovra ovvero l’atroce assassinio di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia. 

La Repubblica, 2/9/2021

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