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venerdì 3 settembre 2021

Il prefetto Forlani: "La mafia negli enti locali, Dalla Chiesa l'aveva capito"

Il prefetto di Palermo Giuseppe Forlani

di Salvo Palazzolo

Trentanove anni fa, l'eccidio di via Carini. "Fu il generale ad evidenziare più volte l'opacità dei rapporti fra esponenti politici, amministratori e boss di Cosa nostra. Dalle ultime ispezioni nei Comuni è emerso che i settori più a rischio restano la gestione dei rifiuti, l'edilizia e i lavori pubblici"

"In quei cento giorni a Palermo da prefetto, Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva ben presente che le amministrazioni comunali erano un'altra frontiera importante su cui impegnarsi per arginare il fenomeno mafioso". Giuseppe Forlani, l'attuale prefetto di Palermo sfoglia nel suo ufficio a Villa Whitaker alcuni vecchi atti d'ufficio che parlano degli incontri di Dalla Chiesa con diversi sindaci: "Un'altra grande intuizione - dice - oggi sappiamo che il condizionamento mafioso degli enti locali è una minaccia permanente. Per questo dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti disponibili per prevenirlo e contrastarlo. Dal 1991, 29 comuni in provincia di Palermo sono stati commissariati per gravi condizionamenti, cinque di questi negli ultimi due anni: Mezzojuso, San Cipirello e Torretta andranno al voto ad ottobre. Restano commissariati Partinico e San Giuseppe Jato".

Carlo Alberto Dalla Chiesa

Sono trascorsi 39 anni dall'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente Domenico Russo. Da cosa nasceva quell'intuizione del prefetto sulle infiltrazioni negli enti locali?

"Più volte il prefetto Dalla Chiesa evidenziò l'opacità dei rapporti, fino alla intraneità, tra esponenti politici, amministratori locali e mafiosi. Anche sotto questo profilo non disponeva di poteri speciali d'intervento. Le prime incisive norme in materia di prevenzione amministrativa antimafia, purtroppo, insieme ai poteri di coordinamento che gli erano stati promessi, vennero approvate qualche mese dopo la strage di via Carini. Nel suo lungo e prestigioso servizio nell'Arma, il generale Dalla Chiesa aveva però valorizzato al massimo sotto il profilo informativo ed operativo la proiezione capillare dei carabinieri sul territorio. Conosceva bene la Sicilia, prima come capitano di Compagnia a Corleone, nel 1949, poi come colonnello comandante della Legione, dal 1966 al 1973. Negli incontri con i sindaci, che riunì nel giugno del 1982 in quattro occasioni, il prefetto dalla Chiesa intendeva riaffermare la presenza dello Stato, offrire una collaborazione istituzionale per superare le criticità emergenti, creare un clima di fiducia con gli amministratori. Ma cercava anche spunti per comprendere come si stavano sviluppando gli interessi mafiosi sul territorio e negli appalti pubblici che riguardavano anche grandi opere infrastrutturali come strade, acquedotti e dighe".


Cosa è emerso dalle ultime ispezioni degli enti locali sciolti per mafia?

"Una generale compromissione dell'azione amministrativa attribuibile all'operato di amministratori e dipendenti in assenza di qualunque attività di indirizzo e controllo da parte degli organi politici, che favorisce gli interessi della criminalità. Il personaggio o l'impresa mafiosa vengono favoriti attraverso il ricorso a provvedimenti di urgenza, per bypassare tutti i controlli. I settori più a rischio restano la gestione dei rifiuti, l'edilizia, i lavori pubblici. È necessaria davvero la massima vigilanza, utilizzando tutti gli strumenti disponibili, a partire dagli accertamenti antimafia sulle imprese quasi sempre omessi nei comuni sciolti per mafia. Sono importanti i protocolli di legalità, perché estendono i controlli anche sotto la soglia e consentono di intercettare situazioni critiche".


Quanto è difficile il percorso di rinascita di un ente locale dopo lo scioglimento?

"Ogni gestione straordinaria si propone di rimuovere in modo duraturo le situazioni che avevano reso possibile il condizionamento criminale. Purtroppo, in provincia di Palermo contiamo un Comune che è stato sciolto tre volte e sei per due volte. L'impegno principale è dotare l'ente dei regolamenti e delle procedure indispensabili per la correttezza e la trasparenza amministrativa e avviare una efficace azione di riordino degli apparati. Ma anche realizzare quegli interventi infrastrutturali e sociali interrotti o mai avviati proprio a causa del condizionamento. Per rendere duraturo nel tempo i risultati è però indispensabile incoraggiare la più rigorosa selezione dei cittadini che vogliono partecipare alla gestione dei beni comuni".


In quei cento giorni da prefetto, Dalla Chiesa fece davvero tanti incontri con esponenti della società civile. Che percorsao immaginava?

"Incontrò lavoratori, sindacalisti, famiglie di giovani con problemi di droga e poi ancora studenti, presidi. Ognuno gli affidò un problema, una speranza. E non mancò di farsene carico. Anche in questo caso con il suo prestigio e la sua autorevolezza riaffermava la presenza e la vicinanza dello Stato. I prefetti sono tra gli interlocutori privilegiati del territorio, impegnati a sviluppare la fattiva collaborazione tra tutte le parti coinvolte e Carlo Alberto Dalla Chiesa, tenace difensore delle istituzioni democratiche, voleva creare reti di solidarietà, di resistenza, di difesa che affiancassero la magistratura e le forze di polizia nella lotta alla criminalità".


Quanto sono forti le reti di solidarietà e resistenza oggi a Palermo?

"La città ha una ricchezza di enti e di organizzazioni impegnate in progetti di legalità, solidarietà e di cittadinanza attiva. Lo sforzo di tutti, istituzioni e cittadini, deve essere sempre massimo per garantire la continuità di questi percorsi in una strategia di rete. Ce lo ricorda il sacrificio di Libero Grassi, che abbiamo ricordato domenica scorsa: "Le vittime del racket non devono restare isolate", diceva. Oggi, contro le estorsioni e l'usura dobbiamo rafforzare la rete sociale di difesa e resistenza delle vittime perché la denuncia degli estorsori rimane la scelta giusta e lo Stato farà la sua parte".

La Repubblica, 3 settembre 2021

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