CFC - CENTRO FISIOTERAPICO DEL CORLEONESE

lunedì 27 settembre 2021

IL MIRAGGIO DELLA TERRA. L’EPOPEA DEL MOVIMENTO CONTADINO


di Lino Buscemi

Dirigente prestigioso e di lungo corso della CGIL siciliana, Giuseppe Oddo, che da poco ha superato la soglia degli 80 anni di età, non ha mai smesso di coltivare, pur essendosi laureato in legge, la sua passione per la Storia che gli ha consentito di pubblicare una decina di corposi volumi e di ottenere numerosi meritati riconoscimenti culturali e premi letterari visto che è anche autore di un paio di romanzi ben costruiti e di forte fascino. Oggi che è libero da impegni sindacali, non nasconde di essere totalmente assorbito dalle letture storiche e dal quotidiano impegno di scrivere, pagine su pagine, il lungo percorso storico che ha attraversato la Sicilia con una particolare attenzione alle plurisecolari lotte dei contadini per la giustizia e l’avanzamento sociale e civile, per la equa soluzione della questione agraria e per il cambiamento e le riforme in campo economico e democratico.

Recentemente è stata pubblicata, per i tipi dell’Istituto Poligrafico Europeo, la sua ultima fatica e cioè un corposo volume di 633 pagine dall’emblematico titolo : “Il miraggio della terra in Sicilia. Dallo sbarco alleato alla scomparsa delle lucciole (1943- 1969)” con prefazione del prof.

Salvatore Nicosia.

Abbiamo incontrato, d’accordo con il nostro direttore Nuccio Vara, l’ex sindacalista e studioso in servizio permanente effettivo Peppino Oddo per una intervista-presentazione, senza veli, sul citato libro e anche per far conoscere in maniera più compiuta il suo pensiero ai nostri lettori su avvenimenti storici, non molto lontani, riguardanti la Sicilia e che spesso, peraltro, lo hanno visto protagonista e combattente attivo e, poi, narratore prolifico.


Cosa costituisce per Te un testo come “Il miraggio della terra in Sicilia”?

L’ultimo e conclusivo segmento di una ricerca, lunga e laboriosa, che si è articolata in quattro tappe: dalle leggi di eversione dell’asse gesuitico in Sicilia (1767) alla fine del Regno delle Due Sicilie (1860); dall’annessione della Sicilia al Regno Sabaudo allo scioglimento dei Fasci dei lavoratori (1894); dalla grande migrazione transoceanica alla caduta del fascismo (1943) e, infine, dal ’43 alla pasoliniana scomparsa delle lucciole, cioè la crisi e gli sconvolgimenti, negli anni sessanta del ‘900, della civiltà contadina tradizionale.


Perché hai voluto intitolarlo adoperando la parola “miraggio” che è sinonimo di sogno, illusione o utopia?

Penso di aver raccontato in profondità l’ultimo scorcio di un sogno lungo 202 anni (1767-1969), che è stato anche un incubo al rallentatore, scan- dito da un’ecatombe di eroi contadini sacrificati sull’altare dello sfruttamento e della barbarie mafiosa. Oggi ho una consapevolezza in più e cioè che la questione agraria, con le sue varianti spaziotemporali, è la madre di tutte le questioni storiografiche e, per certi aspetti, la chiave di lettura dei processi dialettici di cambiamento socio-economico, civile e democratico di qualsiasi contesto territoriale e del suo rapporto con il potere a tutti i livelli.


La prima parte del tuo volume è dedicato al convulso periodo che va dal luglio 1943 (sbarco anglo-americano in Sicilia) a tutto il ’45 , fase in cui si affermano il separatismo e il banditismo, i partiti e i sindacati, la libera stampa ma anche svolte politiche significative come quella di Sa- lerno (marzo ’44) e la conseguente restituzione del territorio siciliano all’Italia liberata. E’ anche un periodo in cui si consumarono tragedie umane indicibili, stragi assai crudeli e uccisioni di dirigenti sindacali e contadini che si battevano per i granai del popolo. Perché in un primo momento il “miraggio” separatista ebbe una si- gnificativa presa sul popolo siciliano?

Il separatismo è stato indubbiamente l’obiettivo degli agrari e dei latifondisti. Inoltre, non dimentichiamo che i baroni sono sempre stati, storicamente, se non del tutto separatisti sicuramente autonomisti avant la lettre. Il separatismo era impersonato nella sua prima fase da un ex parlamentare pre fascista e cioè Andrea Finocchiaro Aprile. Dentro il movimento separatista c’era di tutto compreso esponenti mafiosi e scontenti di ogni tipo. L’autonomia regionale e, dun- que, lo Statuto speciale nacquero come risposta per bloccare il separatismo.

Fondamentale in proposito fu l’incontro e l’azione comune di DC, PCI, PSI, PRI, Partito d’Azione guidati da prestigiosi esponenti a cominciare da Girolamo Li Causi, Salvatore Aldisio, Giuseppe Alessi, ecc. L’autonomia fu vista come occasione unica per riformare e affermare i valori peculiari della Sicilia. L’autonomia non è stata “concessa”, è stata per la verità “strappata” al re Umberto II. Questi pensava così di salvare la monarchia. O meglio utilizzò la Sicilia per rivitalizzare la monarchia ormai priva di credibilità e mal tollerata soprattutto nel nord Italia. Aggiungo che la Sicilia in occasione del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 espresse un voto in controtendenza rispetto all’orientamento prevalente nazionale e Umberto II cercò di approfittarne per tentare un colpo di Stato in Sicilia per fare di questa importante porzione del Paese la base di partenza per la restaurazione monarchica.


Che giudizio esprimi sull’Autonomia regionale di oggi?

Quella di oggi è appiattita. Priva di mordente. Non vedo quasi nessuna differenza fra regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale. L’ Autonomia è nata, diciamolo chiaramente, in seguito a un compromesso tra forze politiche diverse. Nello Statuto, pertanto, sono state inserite tante idee innovative ma anche non pochi barocchi privilegi. Non mi pare che l’Autonomia speciale oggi, cosi com’è, possa costituire volano credibile di autogoverno, sviluppo e progresso per i siciliani.


Quali le cause del fallimento dell’operazione granai del popolo, nati per contrastare il mercato nero e l’intrallazzo e, dunque, per garantire un bene di prima necessità come la farina alle classi meno abbienti delle grandi città?

La istituzione dei cosiddetti granai del popolo contrastava gli interessi degli agrari. I contadini e i sindacalisti furono uccisi perché erano un ostacolo all’affermazione di tali interessi. Gli agrari, spalleggiati dalla mafia, hanno posto in essere azioni preventive per dissuadere e autotutelarsi. Ad esempio a Ficarazzi tre dirigenti sindacali, a scopo preventivo, furono assassinati prima che venisse aperta la Camera del Lavoro. Tra Villabate e Misilmeri venne ucciso, nell’aprile ’45, il professor Vincenzo Sansone (che la maggior parte delle fonti chiamano Nunzio), comunista e segretario della Camera del Lavoro di Villabate.


Il movimento contadino: punti di forza e punto di debolezza.

Comincio da quest’ultimo. Il movimento contadino fino al giugno ’46 soffrì maledettamente l’offensiva degli agrari che gli impediva persino di aprire le sedi. Punti di forza furono: 1- I decreti Gullo (nome del ministro comunista all’agricoltura) per la divisione dei prodotti. 60% ai contadini e 40% ai padroni. Nella realtà di allora i 2/3 del prodotto andava ai padroni e il restante

1/3 a chi lavorava la terra; 2- Concessione delle terre incolte ai contadini; 3- Fine del latifondo, nel senso che non scompare tout court, ma si era messo in moto un meccanismo di riforma che lo portò alla sua progressiva scomparsa. I decreti Gullo incisero molto perché fecero capire ai con- tadini e ai braccianti che lo Stato era finalmente dalla loro parte e che l’opposizione degli agrari e dei mafiosi costituiva una evidente violazione di legge.


Chi furono i martiri del 1948?

Tre socialisti: Epifanio Li Puma , ex capo lega della Federterra di Raffo frazione di Petralia So-

prana, ucciso a Ganci il 2 marzo; Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, rapito e ucciso il 10 marzo. La stessa sera il suo corpo venne buttato in una foiba profonda 80 mt nella Roccabusambra; Calogero Cangialosi, segretario della Camera del Lavoro di Cam- poreale, ucciso il 1° aprile. Tutte vittime della sanguinaria mafia del feudo.


Nel tuo libro molte pagine sono dedicate al poeta, pacifista e intellettuale Danilo Dolci. Perché?

Perché è un esempio da additare alle giovani generazioni per quello che ha fatto in difesa degli ultimi e per l’avanzamento sociale e civile della Sicilia. Venne nella nostra Isola per fondare un centro educativo per bambini. Non se ne andò più. Aveva un’idea fissa: tramutare l’educazione in funzione dello sviluppo. Collaborò fattivamente con il movimento democratico di allora (siamo negli anni ’50) con tre passaggi fondamentali: a) sciopero alla rovescia. Lavorare cioè in maniera socialmente utile anziché incrociare le braccia. Nel febbraio 1956 costruì con gli operai e contadini disoccupati una trazzera vicino Partinico. Per questo, insieme ad alcuni sindacalisti, venne arrestato, processato e condannato; b) questione delle dighe. Protestando in maniera non violenta vinse la battaglia per la costruzione della Diga Jato contro il volere della mafia e dei grandi proprietari terrieri. Questo fatto rinsalderà i legami di Dolci con il movimento contadino; c) affrancazione dell’enfiteusi. Sulla questione si avranno soluzioni concrete appena se ne occuperà Danilo Dolci. La collaborazione con il movimento democratico era destinato a dare ulteriori frutti, ma il tremendo terremoto del Belice del gennaio 1968 interruppe ogni attività.


Cos’è per te la scomparsa delle lucciole di pasoliniana memoria?

La scomparsa delle lucciole è assunta nel mio argomentato percorso narrativo come metafora del grande passaggio d’epoca che appanna il miraggio della terra enfatizzando al tempo stesso il fascino della tuta blu e del consumismo a portata di chiunque abbia la possibilità di fare debiti. Sono ora l’emigrazione e le rimesse degli emigrati ad alimentare i nuovi stili di vita e il consumismo sfrenato. L’attesa millenaria del possesso proprietario della terra in molte realtà comincia a trasformarsi nella propensione dei nuovi lavo- ratori (non del comparto agricolo) all’acquisto di appezzamenti di terreno destinato all’auto- consumo familiare su cui costruire immobili da adibire a seconda o terza casa.


Ci avviamo alla conclusione, ma prima gradirei che mi chiarissi meglio cosa intendi per “mirag- gio” della terra.

E’ stato un miraggio perché tutte le volte che i contadini erano vicini al possesso della terra, accadeva che qualcuno imbrogliasse le carte con pretestuosi cavilli per far saltare il tavolo. E’ successo nella seconda metà del ‘700 e anche e soprattutto nei due secoli successivi.


A cosa può servire un libro come quello che hai scritto?

E’ un libro che pone elementi di riflessione a tutti e particolarmente ai giovani. E’ un testo di memoria storica e collettiva che fa conoscere errori, sconfitte e vittorie del passato. E’ un libro che indica, in maniera più o meno esplicita, quali vie occorre intraprendere per cambiare rotta per costruire un futuro di speranza. Oggi parlare di agricoltura è difficile. Molti guai di oggi sono il precipitato storico dei nodi irrisolti del passato.


Per Sciascia la Sicilia del suo tempo era irredimibile. Quella di oggi, invece, per te com’è?

Ho difficoltà a rispondere. Più invecchio e più mi rendo conto che abbiamo fatto solo piccoli passi. Ci vuole di più. Bisogna osare. Un compito che devono assolvere con passione civile e impegno le giovani generazioni, le istituzioni rinnovate e modernizzate, il mondo del lavoro, le istituzioni scolastiche e il mondo della cultura. Al giustificato pessimismo di Sciascia, se si vuole costruire un futuro di progresso, occorre anteporre l’ottimismo della volontà di chi non vuole rassegnarsi.


Poliedro, rivista dell’Arcidiocesi di Palermo, luglio-settembre 2021, pagg. 43-47. 

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