domenica, maggio 26, 2024

Un secolo fa nasceva Baldina Di Vittorio: ecco il suo memoriale dove racconta del mitico padre, Peppino, e della sua famiglia

Baldina Di Vittorio

Giuseppe Di Vittorio
Geppe Inserra

Un secolo fa, il 16 ottobre del 1920, nasceva a Cerignola Baldina Di Vittorio, figlia del leggendario sindacalista Giuseppe Di Vittorio (fu segretario della Cgil e della Federazione Sindacale Mondiale) e di Carolina Morra. Protagonista di una vita avventurosa, sempre spesa per difendere le ragioni dei lavoratori e degli oppressi, Baldina seguì il padre, con il resto della famiglia nell’esilio francese. Venne arrestata e internata dalle autorità transalpine nel campo di concentramento di Rieucros, riuscì quindi a rifugiarsi in America, dove partecipò alle attività dei gruppi antifascisti di New York. Tornata in Italia, fece parte della direzione nazionale dell’Udi.

Baldina Di Vittorio è sempre rimasta molto legata alla sua terra d’origine, che ha rappresentato in Parlamento, prima come deputata, eletta nella circoscrizione Bari-Foggia, quindi come senatrice, eletta nel collegio di Lucera. Ha fondato e presieduto l’associazione culturale Casa Di Vittorio. Si è spenta a Cerignola, il 3 gennaio 2015.

Lettere Meridiane la ricorda offrendo ad amici e lettori un documento di rara intensità: “Giuseppe Di Vittorio, mio padre“, il memoriale in cui Baldina ricorda suo padre, raccontandolo nei suoi aspetti meno noti, i suoi rapporti con i familiari.
Il testo è tratto da “Di Vittorio, letture“, una breve ma completa antologia curata da Giovanni Rinaldi per il Laboratorio della memoria promosso qualche anno fa dallo Spi-Cgil di Foggia, con il patrocinio della Provincia di Foggia, e con il concorso scientifico ed organizzativo del Dipartimento di Scienze Umane della Facoltà di Lettere dell’Università di Foggia, dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, dello Spi- Cgil nazionale e pugliese, della Cgil di Foggia, dell’Auser di Foggia, dell’Ufficio Scolastico Provinciale e di Casa Di Vittorio.
Il volume, edito in occasione del Laboratorio della memoria 2007, venne ristampato per iniziativa della Cgil di Foggia, in occasione del 50° anniversario della morte di Giuseppe Di Vittorio.

20 Ottobre 2020

Ecco il memoriale di Baldina Di Vittorio.

* * *

Non è facile per me rievocare tanti ricordi ed episodi – anche minimi – che si accavallano e si intrecciano nella memoria, riguardanti la mia famiglia, la primissima infanzia, la mia adolescenza vissuti in Italia, in esilio, nella clandestinità, durante la guerra accanto ad un uomo come Giuseppe Di Vittorio. Lo farò con la tenerezza che mi ispirano i miei cari e con la fierezza. anche, di aver condiviso con loro una esistenza travagliata ma piena di momenti indimenticabili.

Giuseppe Di Vittorio

Non meraviglierà sapere che tutto nella nostra famiglia è stato dominato, condizionato dalla scelta di vita di nostro padre. E quindi anche la nostra vita familiare, il nostro ‘privato’ come si direbbe oggi, è stato sempre subordinato alle esigenze della sua battaglia politica. Ma tutto ciò avveniva nel modo più semplice e naturale. Infatti, essendo nata nella famiglia di un militante rivoluzionario come mio padre e di una donna coraggiosa e consapevole come mia madre, anche le situazioni più impreviste e difficili apparivano ai miei occhi come del tutto naturali. Ma in realtà tutto era insolito: persino i nomi scelti con cura e con puntiglio da nostro padre per me e mio fratello erano fuori dal comune e indicativi del clima e dei tempi in cui vivevamo: Balda, perché dovevo essere coraggiosa e Vindice, ad esprimere la collera e insieme la volontà di una vittoria sul fascismo.    .
I ricordi sulla vita della mia famiglia risalgono alla mia primissima infanzia, a Cerignola, dove sono nata. Abitavamo nella casa dei nonni materni in Via Casillo, tutti insieme in un unico grande ambiente che confinava con un locale destinato a un asinello. Mia nonna faceva il pane e il ‘cucolo’ (una pizza campagnola al pomodoro) mentre mamma si occupava della casa e di noi bambini. Il nonno e lo zio Cristoforo, fratello di mia madre, all’alba andavano in campagna a caccia di tordi; Vindice ed io aspettavamo il loro ritorno per poter finalmente fare un giro sull’asinello. C’era un andirivieni continuo di lavoratori e compagni che cercavano ‘Peppino’. Ricordo la Camera del Lavoro e la Lega, sempre affollate di lavoratori vocianti e entusiasti a Cerignola e in tante altre località pugliesi, i continui spostamenti, le fughe; e non dimentico il grande affetto, le attenzioni, la solidarietà di tutti che ci circondava ovunque. Più di una volta i miei genitori mi hanno raccontato come ho imparato a camminare sui tavoli delle Camere del Lavoro!… Ed è proprio in una Camera del Lavoro, quella di Bari, che mia madre diede alla luce Vindice, in una situazione drammatica, a pochi giorni dalla marcia su Roma, il 21 ottobre del 1922. La sede dei lavoratori baresi era accerchiata dai fascisti che avevano saputo che la nostra famiglia vi si era rifugiata in quei giorni e che anche Peppino era accorso lì alla notizia del parto imminente. S’ingaggiò una vera battaglia tra i fascisti che volevano mettere a soqquadro la Camera del Lavoro e catturare Di Vittorio, e gli ‘arditi del popolo’ che difendevano la loro sede riuscendo, una volta di più, a respingere l’attacco fascista. E mia madre mette al mondo Vindice in quel clima arroventato, udendo gli spari e tremando per la vita del piccolo appena nato e del ‘suo’ Peppino. Furono i compagni a mettere in salvo Carolina e noi due bambini avvolgendo ci in alcune coperte e portandoci via di nascosto. Un trauma che scosse e indebolì il suo fisico.
Mio padre era un vero meridionale, attaccatissimo alla famiglia, che voleva sempre unita e con se: era per lui un punto di forza, un bisogno di avere radici. Se c’era da spostarsi – e succedeva assai spesso – partivamo tutti su una motocicletta rossa munita di sidecar: padre, madre, figli e talvolta anche la nonna paterna. La nostra famiglia era conosciutissima in Puglia, mio padre molto popolare e molto amato: per molti anni, infatti, mentre noi eravamo in esilio, molti pugliesi hanno vissuto e seguito le nostre vicissitudini come vicende personali, e il ricordo sempre vivo di ‘Peppino’ e delle battaglie condotte insieme li ha spronati alla resistenza e alla lotta contro il regime fascista.
Anche negli anni successivi, nei nostri soggiorni a Roma, a Castel Gandolfo, a Milano e – dopo l’espatrio – a Parigi, a Bruxelles, a Berlino, a Mosca, mio padre ci ha coinvolti tutti e sempre. Non abbiamo mai dimenticato le improvvise irruzioni, le perquisizioni e gli interrogatori della milizia, la brutalità e la volgarità dei fascisti, ma anche l’abilità di mia madre – e talvolta di mia nonna – a far scomparire in pochi attimi carte e documenti compromettenti o a nasconderci, come fece mia madre con noi due piccoli a Milano, infilandoci di prepotenza sotto un letto per sfuggire ai fascisti che cercavano mio padre. Ricordo in particolare la forza d’animo di mia madre quando portava Vindice e me a visitare nostro padre in prigione a Regina Coeli e le estenuanti attese davanti al carcere per poterlo vedere per pochi minuti e lasciargli qualche cibo preparato a casa. Papà faceva di tutto per distrarci e per sdrammatizzare la situazione, ma la nostra sensibilità di bambini ne rimase segnata.
Altri momenti angosciosi furono per mia madre i preparativi per raggiungere ‘Peppino’, costretto all’espatrio clandestino dopo le leggi eccezionali. La nostra casa a Cerignola era sorvegliata, e così, per passare inosservati, noi tre partimmo in un’alba del 1926, nascosti in un carro di fieno. Le preoccupazioni, tuttavia, prevalsero sui sentimenti perché viaggiavamo con documenti falsi e nostra madre temeva che Vindice ed io potessimo inavvertitamente rivelare i nostri veri nomi, o fare domande imbarazzanti. Così, mentre il treno si avvicinava alla frontiera, mamma ci faceva ripetere la ‘lezione’: «come ti chiami? », «qual è il tuo nome?». Del resto, da tempo anche se piccoli (e talvolta non senza divertimento), avevamo imparato a recitare la nostra parte, a non ‘parlare’: un piccolo incidente potrà rendere l’idea. Eravamo da poco a Roma (dove ricordo di aver visto Gramsci che s’incontrò con mio padre in un caffè) e uscimmo insieme a fare delle compere.

Il negozio aveva due ingressi e all’uscita non ci trovammo. Dopo un po’ mi disperai (avevo all’incirca cinque anni) e mi misi a piangere – e la gente attorno a me: «come ti chiami?» E io, zitta. «Dove abiti, qual è il nome di tuo padre?» E io, zitta. Alla fine, pressata da tutti, ammisi: «mio padre è alto, bruno e bello». Niente di più. Per buona fortuna, attirato dal chiasso di quel gruppetto di persone, mio padre mi ritrovò, e tutto finì senza complicazioni.
Al nostro arrivo a Parigi provammo un senso di liberazione, di profondo sollievo: per un po’ non avremmo avuto i fascisti alle calcagna, e comunque saremmo stati di nuovo tutti insieme. Il primo impatto con la città fu indimenticabile: papà portò tutta la famiglia a una grandiosa manifestazione di solidarietà per Sacco e Vanzetti. Ho ancora nelle orecchie lo slogan ripetuto con rabbia: «Libérez Saccò-Vanzettì!» – «Libérez Saccò-Vanzettì!». Nei primi tempi andammo ad abitare verso il Père Lachaise in modestissimi alberghetti o in minuscoli meubles (piccoli e tristi appartamenti mobiliati) di infimo ordine, dove la pulizia era sconosciuta e dove si cucinava quasi di nascosto su un piccolo fornelletto di fortuna. In seguito i compagni ci procurarono appartamenti presi in affitto, sempre con documenti falsi, in zone più periferiche, come Boulogne-Billancourt o addirittura – poiche vi era un controllo minore della polizia – nella banlieue parigina: ricordo in particolare Chaville e Melun.

Cominciò per noi un lungo periodo di vita illegale, tra mille difficoltà, sia per la necessità di abituarsi alla lingua francese, alla vita e al clima di Parigi (inadatto per la salute già compromessa di mia madre), sia per la lontananza da Cerignola, per la nostalgia profonda dell’Italia e il desiderio sempre vivissimo di rivedere familiari, vecchi amici e compagni. Eravamo spesso costretti a cambiare casa e ad assumere nomi sempre diversi. Dai documenti falsi papà risultava essere di volta in volta giornalista, dottore in agraria (ingenieur agronome), o altro. Vindice ed io ci dovemmo abituare rapidamente a non avere amici della nostra età, a non poter invitare a casa nostra per motivi cospirativi i compagni di scuola, a cambiare spesso scuola. A proposito della scuola, avemmo due ‘incidenti’, per fortuna entrambi senza conseguenze. Capitò a Vindice di imbattersi in un amico che lo aveva conosciuto con un altro nome: «Ma non ti chiamavi Fanelli? ». Vindice lo dissuase asserendo che quello era il nome di un altro scolaretto italiano, e il piccolo amico si convinse. A scuola un giorno ebbi l’imprudenza di contestare vivacemente alcuni apprezzamenti positivi della mia maestra sull’Italia e sul regime fascista, provocando lo stupore dell’intera classe. Arrivai a casa in lacrime, temendo di aver compromesso la nostra ‘sicurezza’. Papà se ne preoccupò non poco, e col pretesto di informarsi sull’andamento dei miei studi, volle sincerarsi personalmente, incontrandosi con la maestra, che la mia reazione non avesse destato sospetti. Per fortuna tutto andò liscio.

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Ma tra un trasloco e l’altro ci capitava di stare lunghi periodi senza poter andare a scuola perché non erano pronti i documenti (falsi) richiesti. Per papà l’irregolarità dei nostri studi rappresentava un vero problema ed egli faceva di tutto per supplire come poteva a tale situazione assegnandoci dei compiti e correggendoli assieme a noi, facendoci studiare le varie lezioni previste nell’anno scolastico, portandoci dei libri e discutendone con noi. Lui poi recuperava il tempo dedicato a noi lavorando di notte. Inoltre ci procurava regolarmente giornaletti e libri in italiano affinché non dimenticassimo la nostra lingua: dovevamo essere preparati per il nostro ritorno in Italia!… Questa è sempre stata un’idea fissa. Mai è venuta meno la certezza di tornare ‘presto’ nel nostro paese liberato dal fascismo.

Il lavoro di papà lo costringeva a compiere frequenti viaggi all’estero (convegni clandestini, riunioni, congressi) e in quelle lunghe attese vivevamo in duro isolamento. Questa situazione si ripeteva, del resto, ogni qualvolta papà veniva arrestato e espulso (refoule) dalla Francia. Con quale angoscia e patema d’animo per nostra madre si può facilmente immaginare. Ma appena si profilava la possibilità di soggiorni più lunghi, allora con lui partiva tutta la famiglia. Fu così che passammo un certo periodo a Bruxelles e circa due anni a Mosca, dove nostro padre ebbe il buon senso di farci frequentare le normali scuole dei bambini russi e non quelle speciali riservate ai figli dei compagni stranieri. Imparammo così rapidamente il russo ed io ero fiera di fare occasionalmente da traduttrice a mio padre quando s’incontrava con dei compagni sovietici che non conoscevano l’italiano o il francese. Anche nell’albergo moscovita dove eravano alloggiati la famiglia Di Vittorio (Nicoletti) non passò inosservata… Se non altro per l’invadenza e la vivacità dei bambini e per gli odori dei piatti pugliesi che papà e mamma cucinavano con antica sapienza, e che invadevano i corridoi…
Poi di nuovo a Parigi dove restammo sino alla guerra. Naturalmente ripiombammo nella più stretta clandestinità, attenendoci tutti a regole severe anche perché a casa nostra si riunivano spesso i compagni dirigenti del Partito. Infatti, la nostra famiglia che si presentava con le caratteristiche rassicuranti di una qualsiasi farnigliola con bambini e con l’immagine di un’apparente normalità – rappresentava un’ottima «copertura».
In quelle occasioni venivano da noi Togliatti, Grieco, Montagnana, Longa, Dozza, Teresa Noce (Estella), e altri compagni e per noi bambini – e anche per nostra madre- quelli erano giorni di festa perché finalmente rivedevamo vecchi amici e compagni di nostro padre. Purtroppo accadeva che Vindice ed io ci scatenassimo facendo talvolta irruzione nella stanza dove i compagni erano riuniti, disturbando tutti con i nostri giuochi rumorosi. Alcuni compagni rimanevano sbalorditi per la vivacità e l’indisciplina di quei terribili, insopportabili bambini e per la serafica tranquillità con la quale i nostri genitori assistevano ai nostri ‘misfatti’ – e non mancavano di rimproverarli per la loro eccessiva pazienza per non dire arrendevolezza. Tutti sapevano che ‘questi’ genitori stravedevano per i figli – i quali addirittura ‘dettavano legge’ in casa Di Vittorio – e disapprovavano. Allora papà non si stancava di spiegare che tutto ciò era dovuto alla vita anormale che conducevamo, al fatto che non giocavamo con altri bambini; in realtà egli sentiva la responsabilità, quasi la colpa, di farci fare una vita troppo insolita, piena di costrizioni, e comunque assai diversa da quella degli altri. E concludeva: « Quando saranno grandi…». Da parte sua mamma non era da meno per trovare delle «attenuanti»: «Non vedono mai coetanei, giocano solo con me, talvolta ‘facciamo del teatro’ leggendo delle storielle che poi recitiamo scambiando ci le parti… E poi sono bravi a scuola, sempre tra i primi, soprattutto Vindice che quest’anno prenderà il Prix d’Honneur per essere stato il primo della classe tutto l’anno… ». In realtà eravamo parecchio viziati, ma ìl fatto di sentirci così amati in famiglia ci è stato di decisivo aiuto in ogni circostanza.

A proposito delle riunioni che si tenevano a casa nostra voglio ricordare un episodio (sul quale mio padre ha scritto un articolo che non mi è più stato possibile ritrovare) che ci aveva messo in allarme. Un giorno, mentre alcuni compagni fra i quali Togliatti, Grieco, Montagnana e Dozza discutevano in una stanza piena di fumo, si presenta un
funzionario di polizia e chiede di vedere i nostri documenti. Mentre mamma lo intratteneva nell’ingresso con una calma solo apparente, io mi precipitavo ad informare i compagni che si ammutolirono di colpo e si preoccuparono di nascondere alla meglio i loro documenti, ovviamente falsi, e altre carte riservate. Papà venne fuori dalla stanza con aria disinvolta e cordiale e intavolò con quel tale una conversazione fitta fina e di tono molto amichevole sui mille problemi del giorno e gli offrì un aperitivo: in breve, lo stordì di parole mentre mamma ed io ci affrettavamo a far sparire dalla tavola,già apparecchiata i piatti e i bicchieri’iQ soprannumero destinati ai compagni, prima che il funzionario di polizia se ne insospettisse. Alla fine papà, che si dichiarò giornalista, inventò una giustificazione plausibile: i nostri passaporti si trovavano presso il Consolato d’Italia per le normali pratiche dato che ci accingevamo a far ritorno in patria. E lo pregava di avere la cortesia di ritornare il giorno dopo. Inutile dire che durante la notte abbandonammo quella casa.
Naturalmente, dovevamo fare i conti con le difficoltà economiche che non mancavano mai – come per tutti i compagni, del resto – e negli ultimi giorni del mese si cenava sempre a caffè-latte. Tuttavia, non appena aveva qualche franco in più, papà tornava trionfalmente a casa con qualche specialità gastronomica italiana: un pezzo di formaggio «Bel Paese », qualche oliva pugliese, qualche torroncino di Cremona per noi. Oppure brandiva un disco interpretato da Caruso o da Tito Schipa che ascoltavamo religiosamente la sera tra la commozione di papà e le lacrime di nostra madre… In ogni occasione ‘esplodeva’ il temperamento di papà. C’era in lui, malgrado le avversità, gli arresti, le espulsioni, malgrado la malattia di mamma, un ottimismo innato, incrollabile e contagioso che ci aiutava non solo a vivere ma a farci sentire orgogliosi di fare la nostra parte – anche se modestissima – nella battaglia che era per lui ragione di vita.
Era generoso del suo tempo: quando la malattia di mamma la costringeva a letto e noi eravamo a scuola, se poteva, all’ora di pranzo arrivava trafelato e mi aiutava a preparare qualcosa da mangiare. Un suo vecchio compagno di lotta, Domenico Di Virgilio, così ricorda in una lettera a me indirizzata, il suo incontro con Peppino a Parigi: «Egli sapeva del mio arrivo da Cerignola e mi aveva fissato un appuntamento con un compagno che mi accompagnò da lui. Era mezzogiorno e mi condusse a casa a pranzo. Benché avesse un lavoro urgente da preparare per la sera, con la massima semplicità si mise ad apparecchiare la tavola e a cucinare. Tentai di aiutarlo, ma non consentì che mi muovessi… Non si stancava di conversare con me ponendomi una serie di domande sulla situazione politica e sindacale di Cerignola e della Puglia e sul comportamento di alcuni compagni che avevano lavorato e collaborato con lui nel passato. Contemporaneamente dava alcuni suggerimenti a te e a Vindice che stavate preparando una lezione da portare a scuola. Faceva tutto questo con la massima calma e con affetto paterno, non dimostrativamente, come era sua abitudine e secondo il suo temperamento. Nel contempo la bella, l’amabile, l’affettuosa e coraggiosa Carolina, immobilizzata nel suo letto, ci guardava e ci ascoltava in silenzio e con compiacimento. Carissima Baldina, questi piccoli episodi sono ricordi perenni, non facilmente dimenticabili… ».

I periodi più sereni sono stati per noi quelli trascorsi nelle tante casette della banlieue parigina circondate da pochi metri quadrati di terra che papà si ostinava a lavorare – anche se per i continui spostamenti non facevamo mai in tempo a raccoglierne i frutti. Torna qui a proposito un ricordo affettuoso di Giorgio Amendola scritto nel giorno della morte di Vindice e che vorrei in parte riportare: «Sono ormai uno dei pochi che può ricordare di avere visto la famiglia Di Vittorio unita. Era una giornata serena, nella primavera del 1932, in un modesto pavillon, nella periferia di Parigi, tra Boulogne-Billancourt e St. Cloud. Peppino aveva zappato il suo piccolo orto, ed era felice e sudato. Carolina ci chiamò a pranzo. Oggi ho ricordato quel giorno, mentre abbracciavo fraternamente Baldina di fronte al corpo di suo fratello, anche a nome dei vecchi amici della famiglia Di Vittorio ».
Appena gli si presentava l’occasione riprendeva con gioia a lavorare la terra. Così a Castel Gandolfo (quando era deputato e nei ritagli di tempo zappava, potava le piante, faceva gli innesti); così in Francia, così a Ventotene: sempre e ovunque, come per un insopprimibile bisogno.

La nostra vita ebbe una svolta crudele con la morte prematura di mamma. Gravemente malata di cuore, non resse alle durissime prove cui fu per anni sottoposta. La lunga malattia ebbe la sua tragica conclusione nella primavera del 1935. Avevo appena quattordici anni, Vindice due meno di me e non eravamo certo preparati a un colpo così tremendo. Ricordo quanto costò a papà dare la dolorosa notizia ai parenti: a sua madre, al fratello di Carolina, Cristoforo, e alla di lui moglie, la cara e non dimenticata ‘zia Antonietta’ Di Stati (che è stata per tutto l’arco della nostra vita la compagna più affettuosa, l’appoggio più sicuro per mamma e per tutta la famiglia). Fu la sola volta che vidi sul viso di mio padre  i segni di una cupa e profonda disperazione. Non riuscivamo ad immaginare come sarebbe stata la nostra vita senza di lei.
Mamma ci adorava e noi tre eravamo attaccatissimi a lei. Era molto buona, molto semplice e modesta, sin troppo effacée e dimentica di se stessa, con i modi di pensare e di fare delle donne cresciute nelle famiglie meridionali povere. La sua dedizione alla famiglia, ma anche alla causa per la quale da sempre si batteva il suo compagno, era totale. Infatti, da quando, giovanissima, si era legata a Peppino Di Vittorio (si sposarono dopo undici anni di fidanzamento – o, meglio, d’amore, come allora si usava dire!…) ne aveva accettato con grande coerenza morale e coraggio tutti i rischi. Una donna esile, bella, terribilmente gracile negli ultimi anni – ma nello stesso tempo di ferro. (Grieco ha voluto ricordare anche lei parlando a Cerignola per il 60° compleanno di mio padre). Mai una lamentela, nemmeno nei momenti più duri della nostra vita o nei momenti più dolorosi della sua malattia – sempre il desiderio di tranquillizzarci. Per noi mamma rappresentava anche il « mondo» da cui venivamo: tanti ricordi, anche antecedenti alla mia nascita, sono stati fissati nella mia memoria dai suoi racconti: quanti episodi riguardanti l’infanzia, la gioventù, le lotte di nostro padre e dei suoi compagni noi abbiamo appreso da lei, e quale importanza hanno avuto nella nostra formazione! Seduti vicini a lei, Vindice ed io, mentre attendevamo il ritorno di nostro padre dalle interminabili riunioni o dai viaggi all’estero, ascoltavamo i suoi racconti sulla vita di tutti i giorni a Cerignola, sulla miseria delle famiglie dei braccianti, sulla povertà delle loro abitazioni, sull’asprezza delle loro lotte, su come papà riuscì a sfuggire a questo o quell’arresto grazie all’aiuto e alla solidarietà dei lavoratori, ecc.

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E anche episodi riguardanti nostro padre che tutti conoscono: il duro lavoro nella masseria quando era poco più che un bambino, gli sforzi indicibili in quelle condizioni per imparare a leggere e a scrivere, l’emozione della scoperta del vocabolario che comprò offrendo in cambio la sua giacca, ecc. Sapemmo così che quando cominciò a lavorare, al momento di dare la paga alla madre ‘faceva il pizzico’, cioè le dava qualche soldo in meno per comperarsi libri e quaderni. Si abbonò anche a un giornale che leggeva agli altri braccianti analfabeti, ansiosi di avere notizie sulle lotte che i lavoratori conducevano in altre parti del paese. Da allora, scherzosamente; lo chiamarono ‘il giornalista’… La lettura – ci diceva mamma – era la sua passione e quando andò per la prima volta in Svizzera spedì a casa di sua madre, a Cerignola, un grande cesto di vimini colmo di libri.
Ma i racconti non finivano mai, e alcuni erano lieti e divertenti: l’emozione quando papà, allora giovanissimo, le prometteva di portarla al Teatro Mercadante per vedere Rigoletto o Cavalleria Rusticana, sempre accompagnati, però – come era d’obbligo in quei tempi – da qualche parente, di solito nonna Rosa o suo nipote Alfonso; i preparativi prima dello spettacolo (mia madre vestiva con gusto, aveva imparato a cucire presso una sarta); la grande gioia e la partecipazione che ci fu per il suo sposalizio quando persino la banda musicale del Municipio girò per tutta Cerignola per festeggiare Peppino Di Vittorio e 1’« avvenimento»!

L’atmosfera che si viveva in casa, anche per merito di nostra madre, ci ha aiutato a non dimenticare la Puglia. Del resto, tutto nel nostro modo di «stare insieme» (non è un caso che la nostra sia stata una delle pochissime famiglie di compagni rimasta sempre unita, malgrado tutte le vicissitudini), le nostre abitudini, persino il nostro modo di cucinare: tutto ricordava i ‘riti’ delle famiglie pugliesi. Tutto si faceva in funzione di nostro padre, tutto era subordinato al suo lavoro: a casa i nostri orari erano i suoi, e mamma trovava normalissimo che non si andasse a tavola prima del ritorno di nostro padre, fosse anche passata la mezzanotte per la cena… Ma anche se queste ‘particolarità’ così eccessive o queste ‘originalità’ della famiglia Di Vittorio venivano talvolta criticate, a distanza di anni ripenso con tenerezza e con gratitudine a quelle serate piene di calore e di intimità.
Questa era nostra madre: una donna insieme remissiva e forte, una donna che una vecchia foto ritrae bella e decisa con la mano poggiata su un tavolino dove, accanto al tradizionale mazzolino di fiori, era volutamente messo in evidenza «L’Internazionale», un giornale al quale Peppino Di Vittorio, allora suo fidanzato, già collaborava. Quanta fierezza in quell’espressione, in quell’atteggiamento! Doveva essere, quello, il periodo in cui fu eletta a ricoprire la carica di cassiere nel Circolo giovanile socialista di Cerignola di cui mio padre era segretario – come ho recentemente appreso dal compagno Michele Pistillo che ha trovato la notizia su un giornale di Parma del 1912, «La Gioventù Socialista», che pubblicava una corrispondenza da Cerignola per informare dell’avvenuta costituzione del Circolo. Certo, si trattava di un impegno modesto, ma quanto significativo per quei tempi e per una donna! Ecco una storia che non mi ha mai raccontato.
Dopo la morte di nostra madre passammo dei mesi tristissimi, di grande solitudine, ma quando scoppiò la guerra di Spagna ne io ne Vindice esitammo sulla decisione di nostro padre di andarvi a combattere: ci sembrò giusta e naturale per un militante antifascista, anche se il distacco fu molto doloroso.

Anche in quell’occasione papà fece di tutto perché non restassimo troppo soli e ci incoraggiò a legarci sempre più strettamente alla famiglia di Renaud Jean (un dirigente comunista francese, deputato e esperto di questioni contadine che amavamo molto) e ai suoi amici Margot e Robert Lacoste, Julia e Pierre Bergat, persone veramente rare, generosissime e affettuose che da quel momento diventarono la nostra seconda famiglia. E questo incontro fu per me e Vindice la scoperta di una famiglia ‘normale’. Per un certo periodo andammo, quindi, a vivere con gli amici Bergat in un paesino dei Pirenei, quasi alla frontiera con la Spagna, e mi commuove ancora pensare che malgrado l’infuriare della guerra in Spagna, papà abbia trovato il tempo e il modo – superando infinite difficoltà – per venire ad abbracciarci e stare poche ore con noi.
La vittoria del Fronte Popolare, le grandi speranze che suscitò, le imponenti e gioiose manifestazioni di massa che l’accompagnarono, trasformarono completamente l’atmosfera politica. Si respirava un’ aria di libertà indimenticabile che per noi – come per gli altri emigrati politici – significò la possibilità di lavorare in piena legalità e di chiamarci, per la prima volta, col nostro vero nome: una sensazione strana! Purtroppo, fu di breve durata; il Fronte Popolare mise in luce le sue contraddizioni, la sua debolezza e in Spagna l’eroica lotta delle forze repubblicane e antifasciste si concludeva con una sconfitta.
In quel periodo mio padre dirigeva il quotidiano degli antifascisti, «La voce degli Italiani». Ero allora una giovanetta e partecipavo – nel poco tempo che mi lasciavano gli studi e la cura della casa, di Vindice e di papà – alle iniziative della nostra emigrazione, del nostro giornale, e alle campagne di solidarietà con la Spagna repubblicana attraverso la raccolta di latte per i bambini spagnoli e di medicinali. Il lavoro assorbiva papà completamente. Nel 1938 scriveva a sua madre e a sua sorella Stella: «Sono occupato giorno e notte e in preda a tali preoccupazioni immediate e urgenti che mi tolgono il respiro… ». Era instancabile: oltre alla direzione del giornale partecipava a decine di riunioni e di comizi che andava facendo nelle zone dove particolarmente numerosi erano i lavoratori italiani emigrati. Qualche volta lo accompagnavo, altrimenti – seguendo una vecchia tradizione familiare – lo aspettavo sino a tarda sera (o notte), cenavo con lui e insieme conversavamo a lungo prima che io andassi a dormire e lui a lavorare per qualche ora ancora. È sempre stato così. Va anche detto che malgrado i suoi gravosi impegni papà mi aiutava – e la cosa non è poi così ovvia o frequente – nei lavori di casa: spesso mi dava una mano per cucinare o fare il bucato. Come si vede, la «divisione dei ruoli» non è mai stato un problema nella nostra famiglia, anche se così tradizionalmente meridionale.
Alla redazione de «La Voce degli Italiani» mio padre conobbe una giovane impiegata, Anita Contini, figlia di emigrati emiliani, con la quale decise di unirsi, ma anche in quella occasione volle parlare con me e Vindice del passo che stava per compiere e conoscere la nostra opinione, la nostra reazione – e certo noi apprezzammo la delicatezza e il tatto con cui lo fece. Del resto il 1938 fu un anno di importanti decisioni per la vita personale di ognuno di noi: di papà ho già detto; Vindice, da parte sua, confermò di voler continuare i suoi studi nel Lot-et-Garonne poggiando sui cari amici Lacoste e Bergat; ed io, che avevo rivisto a casa di Grieco il compagno Giuseppe Berti (Jacopo) che conobbi bambina a Mosca, dopo pochi mesi andai a vivere con lui. Papà soffrì molto di questa nuova situazione: tentò di dissuadere Vindice e di convincermi ad aspettare, dato che ero ancora tanto giovane. Discutemmo a lungo, ma Vindice ed io fummo, quella volia, irremovibili; le nostre decisioni erano già prese.

Di lì a pochi mesi, com’è noto, la situazione precipitò e ci trovammo ben presto in piena guerra mondiale, Nell’agosto del ’39 giunse a Parigi Togliatti e per alcuni giorni si fermò a casa mia e di Berti, in un appartamento-ufficio clandestino a Place des Fêtes, in attesa che si tenesse la Conferenza di organizzazione alla quale dovevano partecipare, oltre ai compagni dirigenti del centro estero, alcuni compagni provenienti direttamente dall’Italia. Purtroppo, dopo un paio di settimane circa, il l° settembre, Togliatti venne arrestato assieme ai compagni Massini e Marcucci in un ufficio illegale procuratoci dai compagni francesi nei pressi della Piace de la République. L’arresto di Togliatti, avvenuto per di più in quella situazione, preoccupò enormemente i pochissimi compagni che furono messi al corrente dell’accaduto. Fra questi, mio padre, che fu incaricato di mettersi in contatto col Partito francese. Lo accompagnai perche il Partito ritenne opponuno affidarmi il compito di tenere i rapporti con gli avvocati e di riferire periodicamente a compagni sugli sviluppi dell’intera vicenda – e ricordo perfettamente il colloquio che ebbe luogo in quell’occasione.
Si è molto parlato e scritto – non sempre con precisione – su quell’episodio che, in qualche misura, avrebbe coinvolto anche me. Personalmente, posso dire solo ciò di cui ero direttamente a conoscenza e ciò che ricordo: fu il compagno Roasio il primo a sapere dell’arresto di Togliatti perche in quello stesso giorno avrebbe dovuto accompagnarlo in un’abitazione più sicura ma, al momento di salire nell’ufficio, fu tempestivamente messo in guardia dalla portinaia (una compagna francese) che gli segnalò la presenza della polizia. Ricordiamoci che eravamo al 1° settembre del ’39, il giorno in cui la Germania di Hitler attaccò la Polonia; Francia e Inghilterra stavano per entrare nel conflitto e, poiché Hitler nei giorni precedenti si era accordato con Stalin (patto Ribbentrop-Molotov), i comunisti erano di nuovo sotto tiro. Roasio informò immediatamente Berti, e questi Massola. Non sapevamo in quale carcere si trovassero i nostri compagni e sotto quale nome fosse stato registrato Togliatti. Il problema più importante era dunque di fare in modo che Togliatti non venisse riconosciuto: che non si identificasse in lui il capo dei comunisti italiani. Eravamo ormai in guerra e le conseguenze avrebbero potuto essere gravissime. Sollecitammo e avemmo subito l’aiuto del Partito francese. I nostri compagni ci consigliarono di poggiare su una compagna avvocato per i contatti da tenere con Togliatti, e di interpellare per la difesa un avvocato di grande prestigio ma politicamente orientato verso gli ambienti conservatori, in modo da non destare sospetti: Pierre Loewel, un noto avvocato che era anche un brillante giornalista, critico teatrale de «L’Ordre» di Emile Bure, persona di vasta cultura. In poco tempo sapemmo che Togliatti, con i compagni Massini e Marcucci, si trovava nel carcere di Fresnes (in seguito furono trasferiti alla Santé) e quale era la versione data alla polizia. Togliatti aveva avuto l’accortezza di dichiarare che il suo passaporto era falso, che il suo vero nome era Antonio Viale (nome del padre e cognome della madre), che era un esule antifascista, un avvocato di Genova di transito a Parigi e diretto verso l’America Latina dove aveva dei parenti.

Il Partito mi diede l’incarico di mettermi in contatto con l’avvocato Loewel e di riferire periodicamente – in posti e giorni convenuti – al compagno Massola e unicamente a lui. Conoscevo anche la compagna avvocato e il suo recapito, ma era prevalentemente Massola ad assicurare il collegamento con lei. Al termine di un incontro con il suo cliente l’avvocato Loewel accettò di assumerne la difesa e dopo aver studiato la pratica ci rassicurò sull’andamento che avrebbe potuto prendere l’istruttoria: i materiali sequestrati al momento dell’arresto non erano compromettenti, le accuse non erano gravi (uso di documento falso), e la condanna sarebbe stata prevedibilmente mite, da sei mesi a un anno. Ma eravamo ugualmente molto in ansia per la sorte di Togliatti, non solo e non tanto per il processo quanto per il dopo-processo. Infatti, in quella situazione non era molto verosimile che si lasciassero a piede libero degli stranieri antifascisti. Per questo i compagni fecero in modo che l’Ambasciata di un Paese dell’ America Latina – il Cile – assicurasse al detenuto il diritto d’asilo, e io ne informai Loewel che se ne servì per la difesa. Nelle settimane che precedettero il processo, Loewel e l’esule Viale (Togliatti) ebbero numerosi e lunghi colloqui nei quali – a parte qualche accenno alla situazione politica – si abbandonarono a dotte discussioni sull’arte e la letteratura. Loewel me ne parlava con simpatia ammirata quando lo incontravo per avere notizie di Togliatti che chiamava « votre parent» o «votre protégé».

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Al processo, nella sua breve arringa, l’avvocato Loewel cercò di minimizzare i fatti e per creare un’atmosfera più distesa e più favorevole all’imputato iniziò con queste parole: « Mon col1ègue du barreau de Gênes… », ottenendo – mi disse poi compiaciuto Togliatti – il risultato voluto. I giudici inflissero a Togliatti e ai suoi compagni il minimo, cioè sei mesi di reclusione che al momento del processo avevano già scontati. La notizia me la diede personalmente Loewel dopo il processo, e aggiunse: «Votre protégé» e i suoi amici usciranno in mattinata, ma temo che ciò che li aspetti sia il campo di concentramento, forse il Vernet. Sono tuttavia riuscito ad ottenere per loro qualche ora di libertà perché possano recarsi in un albergo in attesa di sistemare la loro posizione di stranieri». Ovviamente, non commentai la notizia, ma mi semii sbiancare in viso perche al Vernet Togliatti sarebbe stato sicuramente riconosciuto. Bisognava informare immediatamente Massola, ma nelle ore e nei luoghi concordati non lo trovai, anche perche gli incontri non erano quotidiani. Non avevo l’autorizzazione di andare a casa di Massola, e mi domandavo se, per altro tramite, i compagni non avessero indicato qualche recapito a Togliatti. Di mia iniziativa, e dopo aver preso mille precauzioni, mi recai a casa della compagna avvocato, e quale non fu la mia sorpresa e la mia gioia di trovare lì i compagni, seduti sui gradini delle scale, in attesa che qualcuno arrivasse!,.. Era però un sabato pomeriggio e la nostra amica aveva lasciato Parigi per il fine-settimana. Dissi ai compagni che l’unico recapito a me noto era la casa di Massola, ma che per nessuna ragione vi sarei dovuta andare. «Ti autorizzo io – mi disse sorridendo Togliatti – e intanto andiamo in un caffè per brindare alla nostra liberazione; poi tu andrai ad avvisarlo che lo aspettiamo qui ». Ricordo ancora l’aria di riprovazione di Massola mentre mi apriva la porta, ma quando annunciai trionfalmente a lui e a Roasio (sopraggiunto nel frattempo) che Togliatti e i compagni erano liberi e che lo aspettavano in un caffè di PIace Gambetta, quell’espressione svanì per lasciare il posto a un’allegra emozione.
Ma mi accorgo di essermi dilungata troppo. Vorrei soltanto aggiungere che l’avvocato Pierre Loewel non ha mai saputo chi in realtà fosse il suo cliente anche se ne può aver intuito – come ha poi detto lo stesso Togliatti “conversando” con Marcella e Maurizio Ferrara – qualcosa del vero. A mio parere aveva capito che si trattava di una persona importante alla quale tenevamo molto, di una forte personalità, ma non fece mai domande. Solo dopo la guerra, vedendo sui giornali francesi la fotografia di Togliatti allora ministro di Grazia e Giustizia e riconoscendolo, mi scrisse una lettera, che Togliatti volle poi conservare, la quale iniziava con queste sorprese e divertite parole: «Lorsque jé defendais à Paris votre actuel Ministre de la Justice… ». Togliatti, che apprezzava la preparazione culturale e la sottile ironia di Pierre Loewel, gli rimase sempre molto riconoscente per l’intelligente impostazione della sua difesa e volle dargli come ricordo l’orologio d’oro di suo padre. Dopo qualche anno, Loewel venne a Roma e io lo accompagnai da Togliatti.

Poche settimane dopo la fortunosa liberazione di Togliatti fui arrestata all’alba, portata alla Santé e, dopo lunghe attese e ripetuti interrogatori, avviata al campo di concentramento di Rieucros (nella Lozère) che era il pendant femminile del Vernet dove furono rinchiusi tanti nostri compagni. Era quello il periodo che seguiva il patto di non aggressione tra la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica, con tutte le sue gravi conseguenze: incredulità, indignazione, grave turbamento, amarezza, disorientamento nelle fila del movimento comunista e antifascista di tutta l’Europa. Anche per i compagni italiani del nucleo dirigente che allora erano a Parigi il patto russo-tedesco giunse del tutto inatteso e provocò tormentate discussioni sul giudizio che se ne doveva dare e, più in generale, sulla valutazione degli avvenimenti internazionali e sul carattere della guerra.
In Francia si scatenò allora un clima violento di odio anticomunista: il Partito comunista francese venne sciolto e i suoi deputati arrestati, le organizzazioni democratiche costrette all’illegalità. Molti nostri compagni furono arrestati e inviati al Vernet – e fra questi Longa, Montagnana, Platone, Valiani. Vi era un particolare accanimento verso i nostri compagni che venivano perseguitati non solo come comunisti, ma anche come cittadini di un paese nemico della Francia. Mio padre tornò a vivere in condizioni di stretta illegalità cosÌ come da tempo facevano Berti, Grieco, Novella, MassaIa e altri compagni.
Il dolore di mio padre quando seppe del mio arresto e internamento nel campo di concentramento di Rieucros fu addirittura eccessivo, ma egli continuava a considerarmi poco più di una bambina anche se avevo diciannove anni. In verità ero la più giovane delle «politiche» e per questa ragione le compagne delle varie nazionalità che si trovavano al campo vollero festeggiare i miei vent’anni con una affettuosa e allegra ‘cerimonia’ che si tenne nella ‘mia’ baracca, e che ancora ricordo con emozione. Papà mi scriveva molto spesso e quando poteva mi mandava qualche pacco con libri e cibi che allora erano una rarità. Una volta, non trovando una lattina d’olio, mi spedì (insieme a qualche libro) una bottiglia accuratamente avvolta in tanta carta, ma arrivò – ahimè – ugualmente a pezzi e con i libri intrisi d’olio. Per ricordo li conservo ancora. Ma il regalo più prezioso fu indubbiamente un sacco a pelo che mi salvò da più di una malattia. Rieucros fu per me un’esperienza importante perche lì conobbi decine di militanti di varie nazionalità. In particolare ricordo Teresa Noce (Estella), Giulietta (Lina) Fibbi, Elettra Pollastrini (Miriam), Anna Maria Montagnana (moglie di Mario), le sorelle Pauline e Mathilde, rispettivamente mogli di Andre Marty e di Gabriel Perì (a lungo prestigioso e amato direttore de «l’Humanite », in quei mesi fucilato dai nazisti a Parigi), e tante compagne tedesche, cecoslovacche, spagnole, ecc. Per alcuni mesi fu internata con noi anche Anita Contini, la compagna di mio padre. Sulla mia sorte papà si rasserenò soltanto quando seppe che vicino a me c’era Estella, una compagna che avevo sempre conosciuta e che voleva bene a tutta la nostra famiglia. In effetti, Estella che pure era nota – oltre che per le sue qualità di combattente e di dirigente del movimento operaio – per il suo carattere difficile, fu molto buona e affettuosa soprattutto con le più giovani, e con me fu particolarmente materna.

Gli anni ’40-41 furono anche per noi tormentati e difficili: io al campo di concentramento, papà arrestato a Parigi dalla Gestapo (si poteva temere un’immediata fucilazione) e poi deportato in Italia, e Vindice non ancora ventenne nel maquis con i partigiani della resistenza francese. Per moltissimo tempo rimanemmo senza notizie gli uni degli altri – temendo il peggio. Fu Giorgio Amendola a dare a mio padre le prime notizie di Vindice, e con queste parole egli ha ricordato la circostanza: «Quando a Marsiglia il centro estero del Partito seppe della presenza di Vindice nel Sud-Ovest, cercò di raggiungerlo e di aiutarlo. Ma sapemmo che egli aveva raggiunto il maquis. La notizia ci confortò. Questi giovani che avevano subito i contraccolpi delle avventurose vicende dei loro genitori, sapevano assumere le loro responsabilità. Quando incontrai Peppino a Roma, alla fine dell’agosto 1943, e gli diedi notizie di suo figlio, egli si commosse e non nascose il suo orgoglio di padre». Vindice (Sylve, per tutti in Francia) fu poi, a ventun anni, quasi mortalmente ferito in uno degli ultimi combattimenti per la liberazione della Francia. E se non vi morì fu un miracolo dovuto alla sua forte fibra e alla ammirevole abnegazione con cui i compagni e soprattutto i nostri amici francesi Bergat e Lacoste lo strapparono letteralmente alla morte dopo mesi di trepidazione e di ansie.
Per nostro padre il ferimento di Vindice fu un colpo quasi insopportabile. Non voleva credere a tanta sfortuna. Ma per darmi la terribile notizia usa tutte le cautele e si affretta a dirmi che i medici sperano nella sua guarigione. Me ne parlò in una lettera bellissima e sofferta, che trascrivo quasi per intero:

Mia carissima piccola Baldina, mi trovo qui per poter visitare tuo fratello, gravemente ferito nel maquis… Ti voglio dire innanzitutto che il nostro caro Vindice ha compiuto brillantemente il suo dovere di antifascista arruolandosi nel maquis e comportandosi da eroe nei combattimenti contro i tedeschi. Ha guadagnato sul campo il grado di capitano delle F.F.I. … È incredibile: il nostro Vindice, il nostro «Silvio», il nostro ragazzo timido e quasi timoroso che noi conosciamo e amiamo, è divenuto un combattente audace ed eroico. E non è lui – sempre modesto, saggio, equilibrato – che me ne ha parlato. Immagina: dopo una settimana che ero con lui non mi aveva nemmeno detto che era stato promosso capitano sul campo. È stato uno dei suoi compagni, superiore di grado, che è venuto a trovarlo e mi ha parlato di lui, delle sue gesta. Da solo ha fatto saltare una caserma di militari fascisti e alla testa di cinque suoi compagni ha attaccato un posto della Gestapo realizzando completamente l’obiettivo che gli era stato assegnato, in due ore di accaniti combattimenti. Con tre dei suoi compagni e sulla base di un piano da lui concepito ha fatto saltare dodici locomotive tedesche in una sola notte. Ancora: con una dozzina di suoi compagni ha attaccato in una imboscata una numerosa formazione militare tedesca, immobilizzandola durante parecchie ore della notte e infliggendole delle perdite gravi di morti e feriti. E potrei continuare. Figurati che nella città dove ha combattuto nelle ultime settimane (Prade, nei Pirenei orientali) dopo la liberazione hanno esposto una grande fotografia del nostro ‘Silvio’ con sotto questa scritta: «Il nostro liberatore ». Non poteva comportarsi meglio. Possiamo essere fieri di lui, del nostro bravo e bel Vindice. Ma è stato sfortunato. Negli ultimi giorni della lotta liberatrice di Francia, in uno degli ultimi combattimenti, il 14 agosto 1944, è stato gravemente ferito. Una pallottola di mitragliatrice tedesca entratagli nel fianco ha toccato la colonna vertebrale comprimendo il midollo spinale. I tedeschi erano ancora nella Regione e ha dovuto essere trasportato all’ospedale da un contadino, nascosto in un carro di fieno. Un viaggio di più di quattro ore. Ha perduto molto sangue e gli è sopravvenuta un’infezione interna alla pleura. Insomma, è stato in pericolo di morte durante due mesi con una febbre da 40 a 41 gradi. Adesso è fuori pericolo, ma lungi dall’essere guarito. La compressione del midollo spinale ha paralizzato le gambe ed i piedi che soltanto adesso ricominciano a fare qualche movimento. Il professore che l’assiste mi ha detto che ci vorranno dei mesi di cura, ma che potrà rimettersi e camminare pressoché normalmente anche se disponendo di arti indeboliti… Ti abbraccio, mia piccola cara Baldina, con tutto il mio cuore, con il più grande affetto. Il tuo papà che ti adora.

La convalescenza di Vindice fu lunga e l’esito incerto: si può dire che per tutta la vita subì le conseguenze di quella grave ferita ma non ne parlava mai: era riservato, addirittura schivo. Ad esempio, molti suoi compagni, anche intimi, vennero a conoscenza di episodi che lo videro protagonista solo dopo la sua morte. Altri aspetti tipici del temperamento di Vindice erano la bontà, la dolcezza, la generosità in ogni circostanza: ne parlo con tenerezza perché sempre molto profondi sono stati i legami che ci hanno uniti in tutte le nostre vicissitudini, e perché, pur avendo solo due anni più di lui, mi sono sempre sentita un po’ la sua seconda madre.
Solo la sua forza di volontà e la fermezza del suo carattere gli permisero di riprendere gli studi interrotti e di laurearsi brillantemente in chimica sia all’Institut de Chimie de Toulouse che all’Università di Bologna. Da allora ebbero inizio i suoi studi scientifici e la sua attività di ricercatore nell’Istituto Superiore di Sanità dove si conquistò ben presto la stima profonda e la sincera amicizia dei suoi colleghi. Ma questa relativa serenità non era destinata a durare: in primo luogo per la morte di nostro padre per il quale Vindice ed io avevamo sempre provato sentimenti di profondissimo affetto; e, negli anni che seguirono, per l’insorgere di una gravissima malattia, la leucemia, di cui era consapevole, e che ha costituito una continua minaccia alla sua vita, Ma non bastava ancora: un anno circa prima della sua morte venne accertato (questa volta per miracolo a sua insaputa) un male incurabile che ne accelerò la fine. La morte di Vindice suscita in me, anche a distanza di anni, un dolore sordo e un moto di ribellione per un destino terribilmente ingiusto.

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Quando nacque mia figlia ci fu molta gioia in casa Berti e in casa Di Vittorio, Era la prima e unica nipotina di Di Vittorio e lui l’amò molto. Silvia (un nome che a papà piaceva molto sia per le leopardiane letture della sua gioventù, sia perché gli ricordava il nome di battaglia di Vindice, «Silvio») è nata il l° maggio, e lui ne ebbe notizia mentre teneva uno dei suoi tanti comizi per la Festa del lavoro – e ne fu contento e commosso. Qualche giorno dopo egli mi raccontò, divertito, che in apertura di un Comitato direttivo della Cgil che egli presiedeva, il compagno Santi rivolse alcune parole affettuose di augurio a ‘nonno Di Vittorio’ il quale – aggiunse scherzosamente – non poteva diventar nonno se non il l° maggio!…
Silvia gli faceva tanta tenerezza; papà mi chiedeva di vederla spesso, voleva averne notizie, sapere come cresceva, e mi faceva mille raccomandazioni. «Fai bene ad avere un tuo lavoro, un tuo impegno, delle tue responsabilità – mi diceva – ma devi fare in modo di non trascurare la piccina, di dedicarle il tempo che ci vuole ». Ma si interessava anche al mio lavoro: ricordo che avendo letto sui giornali di un convegno unitario sulla parità di retribuzione che avevo contribuito a promuovere e organizzare a Milano, mi telefonò subito per dirmi la sua soddisfazione. E così fu sempre in seguito: mi seguiva e mi incoraggiava.

Spesso mi si chiede come ricordo mio padre. Andando molto indietro nella memoria mi sembra di averlo sempre visto, anche quando ero piccolissima, al tempo stesso come un padre affettuosissimo e come un ‘capo’, un trascinatore. Egli ha sempre conservato il calore, l’entusiasmo di quella straordinaria generazione di giovani rivoluzionari che volevano trasformare il mondo. È stato, credo, il dirigente politico più amato, quello che i lavoratori sentivano più vicino, più simile a loro, più in grado di capirli. Stabiliva un rapporto speciale con la gente – e questo succedeva ovunque, nei periodi più vari, nelle situazioni più diverse: a Cerignola, fra i lavoratori italiani emigrati, alle feste de «l’Humanite» fra gli operai francesi, in Spagna, nei tanti Paesi dove lo portava la sua responsabilità di presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Forse per questo rapporto speciale, quasi di identificazione, forse per il senso di fiducia che ispirava, la sua forza di persuasione era così grande e finiva per disarmare anche l’interlocutore più difficile, Ciò è stato vero sia nelle prime battaglie pugliesi che nelle più complesse ed intricate trattative e lotte sindacali. Ma anche nei suoi rapporti con i singoli lavoratori, ‘paesani’, amici che andavano a consigliarsi con lui su problemi personali: come avere la pensione, come ricoverare un malato, come superare una difficile situazione familiare – e lui riusciva a dare un’indicazione, a ‘mettere pace’, a dire una parola giusta. Accadeva anche che giovani compagni pugliesi in viaggio di nozze a Roma trovassero del tutto naturale recarsi alla Cgil per «salutare Peppino»… E non dico che questa situazione non abbia creato qualche problema… Una volta che i lavoratori e compagni che dovevano ‘parlare’ con Peppino erano particolarmente numerosi e si era fatto già assai tardi, il compagno che allora dirigeva «Il Lavoro» appese alla porta di papà un cartello che indicava un orario per le visite. Non l’avesse mai fatto! Quando se ne accorse si arrabbiò, fece subito togliere il cartello e spiegò a tutti che la Cgil non era un ministero…
Tutti lo ricordiamo per la sua umanità, per il suo equilibrio: nessuno ha dimenticato come sapeva parlare ai vecchi lavoratori, ai pensionati, come sapeva trovare le parole giuste per rivolgersi agli agenti di polizia, « nostri fratelli e figli del popolo », anche nei momenti in cui le lotte erano molto dure.
Io lo ricordo anche per un’altra caratteristica: non si è mai dato per vinto; anche nelle situazioni più difficili (molti, gli episodi noti), nei momenti più bui, sapeva trovare e indicare una soluzione, una via d’uscita. E ancora oggi, in presenza di avvenimenti e situazioni gravi (o anche per decisioni di carattere privato), mi succede di comparare le mie scelte a quelle che in via ipotetica immagino avrebbe compiuto mio padre. È sempre per me una guida, una bussola, un patrimonio morale e politico.
Naturalmente, non sono mancati gli errori, le sconfitte, i momenti di tensione, le amarezze, le delusioni (persino qualche meschinità nei suoi confronti); ma di proposito non ho accennato in queste note agli aspetti più propriamente politici della sua esperienza, ai momenti difficili e talvolta tormentati della sua vita di militante e dirigente comunista e sindacale. Non è qui il mio compito. Dirò soltanto che avendo sempre considerato l’impegno politico come un dovere morale, mio padre ha saputo affrontare gli inevitabili contrasti – quando si sono verificati – con onestà e coraggio.
Per tutte le ragioni che si conoscono, ma forse anche per le poche «cronache familiari» da me ricordate, Giuseppe Di Vittorio ha lasciato un segno profondo; non è certo un caso se nel corso di tutta la sua avventura umana e politica egli sia stato sempre circondato dal calore e dall’affetto dei lavoratori: il premio più importante – credo – per un militante.

Baldina Di Vittorio

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