mercoledì, maggio 22, 2024

Nino Mannino, un politico che ai tempi del P.C.I. si battè per la Sicilia


Dal libro “Conversazione sulla Sicilia”, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, viene fuori il parlamentare, il sindaco, l’uomo di partito appassionato e coerente, sempre pronto a spendersi per i suoi ideali politici.

Il volume, uscito postumo anche grazie all’impegno della moglie Gemma Contin, anche lei esponente del partito comunista, si divide in due parti: i  primi tre capitoli sono un exursus autobiografico; la seconda parte è una maxi-intervista che gli hanno fatto lo storico Matteo Di Figlia e il responsabile dell’Istituto Poligrafico Europeo, Dario Carnevale.

Da questa pregevole ricostruzione emerge anche il contesto storico del comunismo siciliano, in cui operò Nino Mannino, svolgendo un ruolo di rilievo prima nel P.C.I., poi nei vari passaggi evolutivi del partito, sino al PD.

Mannino aderì giovanissimo, a diciassette anni, al P.C.I., spinto dalla condizione di sfruttamento dei braccianti del suo paese d’origine, Carini.

Fu un politico “puro”.

Come sosteneva il grande sociologo del Novecento Max Weber, esistono due categorie di professionisti della politica:

chi vive di politica e chi vive per la politica. Nino Mannino apparteneva sicuramente alla seconda categoria.

Attratto dall’ideale della giustizia sociale, è stato senza dubbio un personaggio non divisivo all’interno della sinistra.

Definito “operaista” per la sua vicinanza ai lavoratori dell’industria, in particolare quelli del Cantiere Navale, si distinse

successivamente a fianco di Pio La Torre nella lunga battaglia per  smantellare i 112 missili Cruise che  nel 1983 erano stati installati  dalla NATO nella base dell’aereonautica militare a Comiso.

A La Torre rimane fedele anche dopo il suo barbaro assassinio, e diviene il primo responsabile del Centro culturale a lui intestato, proseguendo in una battaglia senza quartiere alle collusioni mafiose.

Un’altra peculiarità di Nino Mannino è stata quella di favorire il ricambio generazionale all’interno del partito, perché lui credeva nei giovani e nel libero confronto democratico.

A tale proposito gli va riconosciuto il merito di essersi sempre battuto per preservare a livello territoriale l’autonomia operativa del partito dalle mire del centralismo romano.

Grande affabulatore, dialettico, scevro da ogni semplificazione, perseguì una elaborazione politica frutto del confronto

interno non  accettando  mai scelte calate dall’alto.

Il suo ideale di comunista consapevole lo portò negli ultimi anni a battersi perché non fosse azzerata una storia importante per l’Italia, la storia del comunismo, che si identifica con la lotta per la  libertà e per la conquista dei diritti sociali.

Pippo La Barba

 

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