venerdì, maggio 03, 2024

L'ADDIO A PIO LA TORRE TRA RABBIA, DOLORE E LACRIME IN QUELLA TRAGICA ALBA DEL DUE MAGGIO CON PERTINI, BERLINGUER E DALLA CHIESA


Il 2 maggio 1982, quarantuno anni fa, a Palermo i funerali di Pio La Torre: riproponiamo un bellissimo e struggente ricordo

di VINCENZO VASILE 

È l’alba di una di quelle domeniche di primavera che in Sicilia preludono all’estate. Ma si lavora con le lacrime agli occhi a piazza Politeama per un funerale, l’ultimo omaggio a Pio La Torre e Rosario Di Salvo, assassinati. Si fatica ad allestire i due grandi palchi, quello delle autorità e dei familiari, e quello del partito. Tra i volontari un signore alto ed elegante chiede con discrezione notizie sul programma. Lo riconoscono solo in ritardo. È Carlo Alberto Dalla Chiesa, il generale dei carabinieri per la cui nomina a prefetto e coordinatore della lotta alla mafia, è stata richiesta tanti mesi fa proprio da La Torre al primo presidente del Consiglio non democristiano, Giovanni Spadolini. 

Dalla Chiesa è arrivato a Palermo solo la sera del 30 aprile, quando Pio e Rosario erano nella camera ardente; non hanno mandato nessuno all’aeroporto per riceverlo; è giunto in Prefettura con il taxi. Spadolini tra un po’ salirà su quel palco accanto ai familiari delle vittime, pochi posti lontano da due magistrati dei quali ancora non si parla molto sui giornali, Rocco Chinnici e Giovanni Falcone. I due giudici dell’Ufficio istruzione con La Torre si sono incontrati fino a qualche settimana prima, per contribuire con idee e proposte a un disegno di legge contro la mafia che è ancora fermo a fare le ragnatele in Commissione al Parlamento. (Perché la legge La Torre, che rende per la prima volta possibile perseguire come un reato il fatto di far parte della mafia - unificata con un disegno di legge a firma del dc Virginio Rognoni - veda la luce, non basterà il sacrificio di Pio. Occorrerà che cento giorni dopo anche Dalla Chiesa, lasciato senza poteri sulla frontiera palermitana, sia ucciso. Chinnici sarebbe morto per la stessa mano l’anno successivo, Falcone dieci anni dopo). C’è Pertini, il presidente più amato, che poggia le mani sulle spalle di Giuseppina, le parla, poi accarezza Rosi, le due vedove.

Ascolta l’orazione funebre di Berlinguer tenendo fisso lo sguardo avanti a sé, rivolto alla piazza che ribolle di dolore, di rabbia, di bandiere e di lacrime. Alla fine scenderà veloce i gradini di marmo bianco del “palchetto della musica” e toccherà per l’ultima volta il coperchio delle due bare di mogano coperte dai drappi rossi del comitato regionale e della direzione del Pci. Un gesto rapido, come quando si fa troppa fatica a stare fermo e contenere l’emozione, il volto del presidente è pallido e contratto.  Non Trattiene un moto di fastidio per il verboso sindaco Nello Martellucci che gli trotterella al fianco con la fascia tricolore e gli soffia quasi all’orecchio un suo vaniloquio. Il 2 maggio 1982 alle 13 il cerimoniale del Quirinale annota che il corteo di auto ha imboccato l’autostrada per Punta Raisi, e che la macchina di Berlinguer si è unita alla sfilata di automezzi presidenziali. (Il tempietto neoclassico ottocentesco di piazza Castelnuovo, fulcro visivo dei funerali di Stato per Pio La Torre e Rosario Di Salvo, è l’emblema di Palermo, del sacco della città, della sua borghesia e del suo popolo: lo fecero costruire i già potentissimi imprenditori Florio per evitare che la “vista” davanti alla loro villa che si affacciava proprio in quello spiazzo fosse in futuro impedita da altri palazzi. Ma la residenza dei Florio fu tra i primi edifici storici di Palermo a far posto già all’inizio degli anni Sessanta a un anonimo edificio multipiano. Mentre nell’’82 resisteva e tuttora resiste l’aggraziato palchetto destinato a ospitare bande orchestre e intrattenimenti unendo il diletto e il divertimento del popolo all’utilità di un vano tentativo di resistenza preventiva alla speculazione. Pio, da consigliere comunale negli anni del “sacco”, e da protagonista della Commissione parlamentare antimafia, aveva denunciato con ostinazione i mafiosi, i loro prestanome, e i fedeli e ben poco occulti soci politici, che avevano massacrato la città, lasciando in piedi solo qualche brandello della Palermo della belle époque).

Quanti sono, quanti erano, quanti eravamo. In una piazza che è tra Le più grandi nelle città d’Italia. Una piazza composta da due piazze delle quali nessun Palermitano ricorda i nomi separati, piazza Castelnuovo e piazza Ruggero Settimo, per tutti semplicemente il centro della città, da quando Palermo si espanse in direzione Nord: semplicemente piazza Politeama, per la presenza all’altra estremità del teatro. L’Unità scriverà centomila, il Giornale di Sicilia trentamila, fatto sta che la folla che dà l’addio a Pio La Torre e Rosario Di Salvo mostra le facce di tutta una Sicilia “lavoratrice, popolare, di progresso” - come è scritto in uno dei tanti striscioni, fatti di corsa, si vede, con la vernice che un po’ cola sui lenzuoli di casa, alla notizia dell’assassinio, poco prima che il pullman parta per Palermo – una Sicilia affranta, sconvolta, che vuol far sapere di essere ancora in piedi nonostante Il lutto atroce. Volti di popolo, gente di campagna che ancora ricorda la battaglia e il carcere di Pio per l’occupazione delle terre a Bisacquino, le minacce della mafia della borgata di Altarello al padre “contadino povero” bersagliato per quel figlio comunista, gli operai in tuta ed elmetto che l’hanno conosciuto al sindacato, i militanti comunisti che sanno bene come Rosario non fosse "l’autista”, ma il “compagno” il “militante disinteressato” che a 36 anni con moglie e due bambine sceglie di abbandonare un lavoro meglio retribuito per tornare al partito proprio al ritorno di La Torre, “altro che proconsole” paracadutato da Roma, ma “Siciliano vero”, lo ricorda Enrico Berlinguer riuscendo a tenere ferma la voce. Nella folla suore che sgranano il rosario, tanti ma tanti giovani dei comitati per la pace cresciuti a onde concentriche attorno all’epicentro di Comiso, un terremoto politico e sociale che è stato proprio il segretario comunista a suscitare. (Fu La Torre a chiedere di tornare in Sicilia l’anno prima, in seguito al calo elettorale delle “regionali”, spiega Berlinguer dal palco, e in quell’occasione è vero che si accese un contrastato dibattito, generazionale e politico. Ma il funerale del 2 maggio 1982 è la testimonianza del fatto che le divisioni erano state superate da un anno e passa di lavoro politico nel quale La Torre trascinò tutti restituendo un ruolo di protagonista al Pci siciliano, che non ebbe né precedenti né esiti successivi.

Finito il funerale si parla di questo: anche i più scettici si accorsero che del “vecchio stile” La Torre recuperò soprattutto la frenesia minuziosa delle campagne di massa, le telefonate all’alba per il resoconto degli “obiettivi”, la sferza dell’attivismo e la concretezza dell’iniziativa. L’appello contro la base missilistica di Comiso e la ripresa della spinta contro la mafia furono possibili proprio perché il “nuovo- vecchio” segretario – come lo chiamavamo un po’ per scherzo un po’ sul serio, anche in sua presenza – aveva trovato attorno a sé una insperata disponibilità all’”amalgama” di generazioni temperamenti e idee. E l’”amalgama” – in riferimento alla vita interna dei comunisti - era una delle sue parole preferite. Anche sulla battaglia per la pace si cercherà di cancellare memoria e realtà dei fatti: dipinta a distanza di anni come una battaglia filosovietica, la petizione – al contrario - mirava al disarmo dei missili schierati dall’una e dall’altra parte. E proprio nella direzione indicata da quel milione di firme che si finirà di raccogliere dopo la morte di Pio, cinque anni dopo Gorbaciov e Reagan smantelleranno gli euromissili e la base di Comiso, ponendo fine al rischio di coinvolgere la Sicilia in un disastro nucleare e in uno scenario di guerra).

Ai funerali, in quelli religiosi come in quelli laici, c’è un momento in cui il rito cede il passo ai sentimenti ai ricordi all’affetto e al dolore. A Palermo il 2 maggio 1982 la tristezza si trasforma a un certo punto in ribellione, il singhiozzo in un coro di urla. È quando parla il presidente della Regione, Mario D’Acquisto. Le sue frasi sul “delitto politico” perché “compiuto in ragione di una politica”, sull’”unità necessaria” delle forze che hanno visto cadere in Sicilia nelle loro file “vittime innocenti”, appaiono troppo generiche, vengono soffocate da un mare di fischi e di grida. La folla si riprende il “suo” morto, in piazza non si riesce a sentire una parola, neanche quelle pronunciate a braccio e ad altissima voce: “… per questo sono venuto qui, e per questo continuo a parlare…”.

D’Acquisto si riferisce al sacrificio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione democristiano, ucciso dalla mafia due anni prima, ma l’appello a un’indistinta “unità” non fa breccia nella piazza. Invano i dirigenti del Pci, Bufalini, Macaluso, Pecchioli si sbracciano per consentire all’oratore di finire. È in questo clima di tensione e di dramma che inizia a parlare Berlinguer, e nella piazza cala come una cappa di silenzio. D’Acquisto in quei giorni ha fatto di tutto per evitare l’arrivo di Dalla Chiesa a Palermo: si è spinto a rivendicare lui i poteri di coordinamento della polizia nella Regione affidati da una norma dello statuto di autonomia speciale mai applicata proprio al presidente della Regione. Fa parte di quella famiglia – corrente politica della Dc della quale Dalla Chiesa ha rinfacciato in una pagina del suo diario che ha appena scritto, a Giulio Andreotti di capeggiare: “la famiglia politica più inquinata”. In questi anni ho spesso collegato quell’uragano di fischi alle tensioni che proprio in quegli anni dell’”ultimo Berlinguer” emergeranno con sempre maggiore evidenza nel partito comunista; all’isolamento nel quale il leader del Pci coltiva una valutazione critica e autocritica della politica di “solidarietà nazionale”. Il sacrificio di La Torre diventa l’occasione per abbandonare la fuorviante equazione

terrorismo/mafia? 

Il fatto è che Berlinguer nel suo discorso non raccoglie la suggestione dell’unità purchessia, distingue… Ugo Baduel il grande inviato che seguiva il segretario e faceva parte del gruppo piuttosto chiuso dei suoi collaboratori mi confermò dopo le esequie che Berlinguer fosse infuriato per avere ceduto alle richieste di altri dirigenti del partito di dar la parola alle scivolose solidarietà delle alte cariche istituzionali: doveva essere il funerale per un nostro morto, per un caduto…) Berlinguer parla in un vibrante silenzio: “Tutti hanno visto come La Torre abbia condotto la battaglia contro il sistema di potere mafioso e contro i suoi crimini. Ne conosceva le forme nuove di attività, i metodi, le connivenze, le interferenze e convergenze con settori e punti determinati della vita politica e amministrativa. Tutto ciò ha denunciato con inflessibile coerenza e coraggio. (…) Nessuno pensi di averci intimidito. Il Pci raccoglie questa sfida. Vigilerà, combatterà recluterà nuovi militanti, farà avanzare nuovi dirigenti….” (All’ingresso della Federazione provinciale comunista di Palermo in via Caltanissetta negli anni sessanta era esposta una grande foto composta da più istantanee incollate una dietro l’altra: era il panorama impressionante del grandissimo comizio di Togliatti nella stessa piazza negli anni Cinquanta. Quella dell’’82 era una folla dieci volte più grande, fitta e calorosa. Mentre parlava Berlinguer c’era il corteo fermo ancora su in via Dante, giù davanti all’ingresso del Porto, e ancora in via Libertà fino a piazza Croci. Finito il funerale di Pio e Rosario, mi sorpresi a pensare che non sarebbe stato facile rivedere queste immagini ancora un’altra volta).


Nelle foto: i funerali a Piazza Politeama; l'omaggio di Enrico Berlinguer al segretario regionale del PCI assassinato; Pio La Torre; Vincenzo Vasile

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